L’ultima ragione dei re di Joe Abercrombie, recensione

L’ultima ragione dei re chiude la Trilogia della Prima Legge ed è il miglior libro della saga: una potente House of Cards in salsa medievale

L'ultima-ragione-dei-re-di-Joe-Abercrombie-recensioneTitolo: L’ultima ragione dei re
Autore: Joe Abercrombie
Editore: Gargoyle
Pagine: 811
Prezzo: 19,90 €

Il capitolo finale della trilogia della Prima Legge inizia con grandi intrighi, come una House of Cards medievale: l’uccisione del principe ereditario ha scatenato la caccia ai voti per l’elezione del prossimo re dell’Unione e Glokta, l’Inquisitore reso storpio e insensibile da una lunga prigionia e da anni di atroci torture, sta come al solito trafficando per conto del suo superiore, l’Arcilettore Sult, deciso a determinare il nome del futuro sovrano a qualunque costo.

Nel Consiglio Ristretto che deve nominare il nuovo monarca ci sarà un colpo di scena inaudito con lo zampino di Bayaz, il Primo Mago.

Il viaggio, nell’epica e nel fantasy, rappresenta l’occasione per una metamorfosi del protagonista, che accresce in qualche modo la sua consapevolezza.

Pare che a Jezal, l’arrogante soldato che avevamo conosciuto in tutta la sua spocchia ne Il richiamo delle spade, sia successo proprio questo: di ritorno dai confini del mondo, questo giovane uomo riporta a casa cicatrici profonde nel corpo e nell’anima. Ed è appena all’inizio di un lungo e travagliato percoso.

Anche Logen durante il viaggio aveva maturato la consapevolezza di essere stanco della guerra, ma a casa lo aspettano tutti i conti che aveva lasciato in sospeso e per sopravvivere sarà costretto ancora una volta a confermarsi il “Sanguinario”, come tutti lo conoscono.

Tornato nelle sue terre, Novedita (soprannome dovuto alla perdita del medio) può unirsi ai vecchi compagni nella guerra contro Bethod, un uomo violento autoproclamatosi Re del Nord che minaccia l’Unione e che si è alleato con gli Shanka, esseri demoniaci frutto delle tenebre.

Ne L’ultima ragione dei re emerge con evidenza un tema che aveva già interessato i precedenti romanzi: quello della leadership, o meglio quello della sua assenza.

Secondo una concezione che dal Medioevo arriva fino al Rinascimento, l’autorità del re, singola persona al comando, garantisce l’ordine nella società. Laddove essa viene meno si scatena il caos di fazioni contrapposte a scapito dell’interesse comune garantito invece dal volere del monarca, espressione della volontà di Dio.

In questo libro troviamo tale concetto declinato in diverse versioni: la morte del Re dell’Unione getta nello scompiglio la nazione, preda di una nobiltà avida e di una borghesia non meno rapace; Mastino, uno dei sodali di Novedita, è costretto suo malgrado ad imparare ad essere un leader; West, altro personaggio protagonista dei due libri precedenti, si troverà a fronteggiare l’assenza di comando nell’esercito, dove se non c’è nessuno a dare ordini si rischia di perdere tempo e vite umane; persino Logen, in maniera del tutto inaspettata, dovrà fare i conti con l’autorità.

Da grandi poteri, insomma, derivano grandi responsabilità: ne sa qualcosa il nuovo re (una nostra vecchia conoscenza…) che da quando ha indossato la corona si sente in trappola, impossibilitato a scegliere in autonomia persino le minuzie della sua vita privata.

Glokta si riconferma l’invenzione più felice di Abercrombie: questo storpio Inquisitore è forse il più intelligente tra i personaggi che popolano il Mondo Circolare.

È troppo ironico per non svelare, coi suoi mitici pensieri sardonici scritti in corsivo, l’ipocrisia di chi gli sta attorno, ma ciò non gli impedisce di compiere il lavoro sporco, senza crederci ma anche senza farsi illusioni, così va il mondo.

Non si può dire che sia uno dei buoni ma, pur brigando per i cattivi (o almeno, per alcuni di essi: l’Unione pullula di individui meschini) i lettori non possono non stare in qualche modo dalla sua parte; un effetto simile, depurato degli accenti più perversi, a quello provocato dal Tyrion Lannister di Geroge Martin.

Finalmente le guerre che insanguinano l’Unione, quella contro i Gurkish e quella contro il Nord, entrano nel vivo e regalano ai lettori alcune splendide sequenze, tra i momenti migliori dell’intera trilogia; assistiamo infatti all’epica resistenza che Mastino e i suoi oppongono, in una diroccata fortezza negli Alti Luoghi, alle truppe di Bethod il quale, nel suo incontro con Logen, rivelerà lati nascosti di Novedita, gettando ombre sulla sua figura, che mai come in questo terzo libro ci appare contraddittoria.

Partecipiamo poi all’assedio di Adua da parte dei Gurkish, un lungo e avvincente tour de force con l’Apocalisse portata nel cuore della capitale, minacciata dalle forze dell’Aldilà evocate dal Profeta, colui che ha infranto la Seconda Legge cibandosi di carne umana e dando vita ad una schiera di esseri demoniaci pronti a far trionfare l’oscurità.

I nostri eroi saranno riuniti in un’estrema difesa con tutte le armi possibili, magiche o soltanto umane.

L’ultima ragione dei re è senza dubbio il libro più bello della trilogia, per le sue invenzioni narrative, per i momenti di battaglia e perché mette in scena, senza sconti, lo sporco gioco del potere: non esistono buoni o cattivi, ma solo vinti e vincitori.

La lunga volata conclusiva è l’apice raggiunto finora da Abercrombie: siamo davvero alla resa dei conti finale e tutti i fili che l’autore aveva teso nel corso della trilogia, davvero tutti, si riannodano attraverso una serie incredibile di colpi di scena e rivelazioni sorprendenti.

A questo punto non si può non essersi appassionati ai personaggi e alle vicende del Mondo Circolare: toccherà consolarsi, terminato questo libro, con gli stand alone che l’autore ha dedicato alla medesima ambientazione (Il sapore della vendetta, The Heroes, Red Country) prima di passare alla sua nuova trilogia, quella del Mare Infranto.

Nonostante sia considerata un fantasy anti-eroico, solo nei frangenti finali la saga dimostra un cupo cinismo, entusiasmante per il lettore, in cui echeggiano addirittura le parole del Grande Inquisitore (coincidenza!) di Dostoevskij.

Seguendo la migliore delle tradizioni epiche il tempo, proprio come il mondo inventato da Abercrombie, è circolare: finito un giro, ne comincia subito un altro, all’infinito.

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