Numero zero, recensione

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Numero zero di Umberto Eco è un manuale (satirico) di giornalismo machiavellico e di complottismo.

Numero-Zero-Umberto-Eco-recensioneTitolo: Numero zero
Autore: Umberto Eco
Editore: Bompiani
Pagine: 218
Prezzo: cartaceo 17 euro | ebook 9,99 euro

Colonna, per sua stessa ammissione, è un uomo senza qualità: dopo essersi barcamenato con una serie di lavori saltuari, tutti legati al mondo dell’editoria, viene ingaggiato da Simei, uno strano giornalista maneggione, per scrivere un libro su un quotidiano, Domani, che non uscirà mai.

Quando inizia il romanzo, sabato 6 giugno 1992, il protagonista narratore è in pericolo: sembra di capire che i servizi segreti vogliano impadronirsi di un dischetto in suo possesso.

Cosa contiene? Inizia un flashback, che durerà per tutto il libro, in cui ci toccherà immergerci nella strampalata redazione di questo fantomatico quotidiano e capire così in che razza di storia Colonna sia invischiato.

Umberto Eco ambienta questo suo libro nel sottobosco giornalistico, il cui obiettivo non è l’informazione ma l’uso politico delle notizie: messaggi in codice, allusioni destinate a chi deve intendere, velate intimidazioni, inchieste pensate per compiacere i potenti… tra questi, l’imprenditore Vimercate, editore di Domani, che cerca in maniera lecita ed illecita di entrare nei salotti buoni per raggiungere le stanze dei bottoni.

Sotto le sue spoglie c’è ovviamente l’uomo pubblico a cui tutti state pensando in questo momento.

Il più famoso semiologo d’Italia ha costruito Numero zero mettendoci dentro alcuni dei suoi argomenti preferiti e parecchi divertissement.

Centrale, ad esempio, è il tema dei complotti, tanto caro a Umberto Eco sin dai tempi de Il pendolo di Focault e sul quale anche recentemente è intervenuto spesso.

L’autore mostra come, tutto sommato, sia abbastanza semplice originare una teoria cospirazionista: basta interpretare i fatti con sospetto e riempire i buchi delle versioni ufficiali con ricostruzioni plausibili anche se infondate.

L’inesistenza di riscontri a sostegno della congiura non ne mina la credibilità, anzi: il fatto che non ci siano prove è garanzia che tutto è stato messo a tacere. Più un complotto è grande più diventa impossibile smentirlo.

Un’altra regola fondamentale, in questo ambito, è che tutto c’entra con tutto: l’ossessione paranoica conduce alla convinzione di poter unire eventi apparentemente scollegati fra loro a formare un unico, diabolico piano ordito da oscure potenze.

Ecco allora che Braggadocio, un giornalista la cui filosofia è Avevo perduto ogni certezza, salvo la sicurezza che c’è sempre qualcuno alle nostre spalle che ci inganna, sostiene di esser riuscito a scoprire un complotto, anzi IL complotto, una gigantesca cospirazione che riguarda niente-popò-di-meno che Mussolini.

Certo che detto così sembra persuasivo ammette Colonna di fronte ai nessi che espone il collega, il quale riesce ad unire in un’unica trama i fascisti, Gladio, l’Argentina, la mafia, la P2, le Brigate Rosse, Marcinkus, la morte di Papa Luciani, lo stragismo, Cossiga, Andreotti, l’attentato a Giovanni Paolo II e altri fatti e personaggi storici che ho sicuramente scordato.

Numero zero è anche un piccolo manuale di giornalismo machiavellico, con istruzioni precise su come pilotare l’opinione pubblica: Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie.

Il rischio, a volte, è che l’inserto giocoso prevalga sulla trama, la quale ha meccanismi (riunione di redazione – enunciazione della politica editoriale torbida e servile) un po’ ripetitivi e che spingono l’intento satirico su registri troppo scoperti; ma di fronte ad invenzioni come l’ipotetica rubrica dei perché di stampo surrealista, ai mille rivoli dai nomi astrusi in cui si divide l’Ordine dei Cavalieri di Malta o all’elenco di luoghi comuni ribaltati, non si può non sorridere di gusto.

Messe da parte le intenzioni criminali, la stramberia del progetto e della redazione di Domani regalano al lettore momenti davvero spassosi.

Il tono, dunque, è esagerato, ma forse neanche troppo: per delegittimare un giudice, il quotidiano immagina di confezionare un articolo sui suoi eccentrici calzini. Inverosimile, se non sapessimo che è successo sul serio.

Per usare una delle tante frasi fatte che, secondo Simei, devono comporre il linguaggio giornalistico affinché risulti rassicurante: a volte la realtà supera la fantasia.

La prosa è veramente piacevole: il libro, più vicino al sapore pop de Il cimitero di Praga che alla complessità de Il nome della rosa, si legge in un attimo, sospinti dalla sua scorrevolezza.

Il difetto principale è che sembra tutto un po’ già sentito: dopo decenni di informazione miserevole conosciamo fin troppo bene i mali di cui parla Eco, e a Numero zero manca quindi il guizzo di novità che lo renderebbe memorabile.

Il finale, che riparte dalla situazione di pericolo iniziale, volge al thriller. Anche un anti-complottista come Eco non può non riconoscere che la storia del nostro Paese è piena di fatti oscuri, dai contorni imprecisi, che offrono l’immagine di un’Italia vittima di spinte eversive e di connivenze criminali ad altissimo livello, sulle quali non si è fatta ancora chiarezza: il terreno ideale per far attecchire la dietrologia.

In ogni caso, ed è forse il messaggio più pessimista che ci lascia lo scrittore, per tradizione storica gli italiani sono abituati alle congiure: assuefatti ad ogni tipo di nefandezza politico-criminale, neanche la rivelazione più scottante circa le trame del potere potrà mai indignarli tanto da spingerli a reagire.

Ci abitueremo a tutto, senza più vergogna. Nel ’92 fittizio di Eco è il futuro, per noi lettori è stretta attualità.

 

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