Amazing Grace, recensione

Amazing Grace, thriller d’esordio di Livia Sambrotta, ci presenta una ragazza scomparsa nel nulla e una ricerca affannosa tra verità scomode.

amazing-grace-recensioneTitolo: Amazing Grace
Autore: Livia Sambrotta
Editore: Tragopano Edizioni
PP: 175
Prezzo: 14,00 euro

Nella vita si lotta contro tanti mostri: le dipendenze, la depressione, la solitudine. Farne l’elenco completo sarebbe come descrivere nei più piccoli dettagli una lastra ai raggi x della nostra psiche, e tuttavia non basterebbe per conoscere a fondo tutte le problematiche che si annidano nell’animo di una persona. Se poi questa è la protagonista di un giallo ad alta tensione, beh, buona fortuna.

Parliamo di Amazing Grace, thriller d’esordio dd Livia Sambrotta pubblicato da Tragopano Edizioni (2015): il soggetto in questione è Shae, una ragazza che vive lontana dalla propria famiglia con Grace, amica fin da quando erano bambine.

Una persona alquanto problematica e morbosamente legata alla coinquilina, tanto da vederla come il suo unico affetto familiare.

Una relazione intrisa da tremendi sensi di colpa nei confronti della compagna che la giovane nasconde dentro di sé , sensi di colpa che implodono quando Grace scompare misteriosamente.

Nessun messaggio, nessun indizio su dove sia, nemmeno un segnale che potesse preannunciare la sua sparizione.

Per questo Shae si convince subito che le sia successo qualcosa, ma le forze dell’ordine non le danno retta: decide così di affidarsi a Erri Coletti, un’investigatore privato amante del raziocinio e della mitologia antica e che, a sua volta, nasconde un bel po’ di scheletri in un armadio difficile da aprire.

Con il suo aiuto, la ragazza tenta di ricostruire passo dopo passo la figura di Grace, scoprendo però sempre di più una persona molto diversa da come l’aveva immaginata.

Emergono allora fili invisibili che avevano circondato la vita delle due ma che mai, prima di allora, Shae era riuscita a scorgere.

E più il bandolo della matassa si snoda, più gli intrecci si stringono, si contorgono, assumendo le dimensioni di incubi da cui può scappare solo drogandosi di Protax.

Ma è solo un attenuare il dolore psichico, mentre con il corpo continua la corsa contro il tempo per scoprire la verità.

Ma forse questa non è quella che Shae e il lettore si aspetterebbero, né si arriva a distinguere nettamente chi sia, in questa storia, il carnefice e la vittima.

Si comprende solo l’alienazione che provoca sull’individuo-consumatore le luci e l’archittetura della periferia di una città mai nominata nel libro, teatro spesso dell’odissea dei personaggi e dell’affogare tutt’altro che dolce (Leopardi ci perdonerà) nella quotidianità anonima dell’esistenza.

I protagonisti che la Sambrotta muove con i fili della burattinaia sadica sono ombre, strappate alla routine per essere catapultate in un vortice di paure e tensioni.

Il finale spiazza completamente il lettore e, come in un film di Alex de la Iglesia, ci costringe a fare i conti uno stato di perplessità e vertigine.

Alla libertà, anche se rifiutiamo di seguirla.

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