Wolverine MAX #2, recensione

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Wolverine MAX #2: La Lunga Strada. Daniele Cutali recensisce per Sugarpulp MAGAZINE il Wolverine estremo di Jason Starr.

Dopo Rabbia Permanente, Jason Starr prosegue la strada di romanziere noir prestato ai comics continuando la storia di un Wolverine senza memoria più che mai violento, incazzato, assassino. Davvero estremo.

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La storia ricomincia dove era terminato il primo numero, a Los Angeles.

Logan è confuso e con un sacco di domande nella testa. Sembra che la sua vita sia tutto un incrocio di identità false, di persone che lo vogliono ingannare per oscuri e biechi motivi, e di due certezze incontrovertibili: non può morire e quando s’incazza escono dei lunghi e letali artigli dai dorsi delle mani, che immancabilmente fanno una strage.

Questo Logan inedito non ha niente a che fare con costumi, X-Men e supercattivi. No anzi, i cattivi ci sono e sono quelli che si nascondono nelle trame della realtà quotidiana, mentre il supercattivo invece è la sua nemesi di sempre, nonché fratellastro, Victor Creed alias Sabretooth.

Superata la questione dell’incidente aereo sulla rotta Tokyo-Los Angeles e i flashback giapponesi, Logan vaga per le vie della megalopoli americana soltanto con la compagnia di una cane randagio e con lo scopo ben preciso di scoprire qualcosa sulla sua vita passata.

A Venice Beach incontra una splendida ragazza inglese che si spaccia per una ricca attrice in vacanza sulle coste della California. Tra una chiacchiera e l’altra, finisce a letto con Logan e lo assume come autista personale e guardia del corpo.

La realtà è molto diversa e fa riferimento al pericoloso giro della pornografia che ruota intorno a uno dei più ricchi produttori di Los Angeles.

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Il passo a dar la stura a quanto di più marcio c’è in città è breve e nell’occhio del ciclone si ritrova proprio Logan, la cui fama crescente funge da boomerang nonostante lui non si ricordi nulla.

Infatti, i maas media e la gente comune comincia a parlare del ritorno del vigilante che si fa chiamare “Wolverine”.

Tra doppi giochi, killer professionisti i quali, per quanto vano sia, tentano di ucciderlo, Wolverine è sempre più confuso sulla sua reale identità e su chi sia dalla sua parte e chi lo sta prendendo in giro.

Il massacro di tutta l’entourage mafioso che circonda il re della pornografia losangelina è un passo breve da fare e quindi gli tocca fuggire anche da Los Angeles alla svelta, seguendo l’indizio di un biglietto in cui gli viene indicato che troverà le risposte che cerca a Las Vegas.

Sulla strada che lo porta in Nevada incontra un personaggio alquanto misterioso che pare conoscerlo molto bene ma di cui, di nuovo, Logan non ha nessuna memoria.

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Si rivelerà essere un ex-poliziotto corrotto la cui carriera in passato è stata rovinata da Logan. Finisce ancora una volta in un sanguinoso massacro, il mutante sembra non riuscire a liberarsi da questa maledizione.

Riprende il prorpio cammino verso Las Vegas e accetta un passaggio da uno sconosciuto che lo porterà verso il suo prossimo incubo.

La sceneggiatura di Starr non si discosta molto da quanto scrive nei suoi romanzi, ovvero portare ai limiti estremi i protagonisti, calarsi in situazioni da incubo, nonostante vivano una normalità che poi tanto normalità non è.

Nonostante non siano poi così umani come lo è Wolverine, nel senso fisico della parola, fattore di rigenerazione e adamantio compresi.

Perché infine l’anima di Logan è più umana di coloro che massacra a colpi di artigli.

La genialità di questa serie MAX e di Jason Starr insieme ai disegnatori Boschi e Ruiz tra gli altri, sta proprio nell’estrarre un personaggio iconico e carismatico come Wolverine dal contesto supereroistico seriale americano e vedere cosa succede se lo si cala invece nella dura e crudele realtà borderline, che costituisce la vera America.

 

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