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Affa Taffa, la recensione

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Affa Taffa, un’estate per diventare “uomini”: Ban e il suo amuleto viaggeranno dal Friuli alla Francia e la loro vita cambierà per sempre.

affa-taffa-tommaso-copertina-cerno-recensioneTitolo: Affa Taffa
Autore: Tommaso Cerno
Editore: Mimesis
Pagine: 118
Prezzo: 13€

A quattordici anni si ama o si fanno solo esperienze? Al giovane Ban Revelant basterebbe baciare una donna: un “traguardo” che si propone di realizzare ogni estate, ma che puntualmente vede consumarsi senza concretizzare nulla.

Lo sfondo è quello del Friuli anni ’90, con il Muro di Berlino da poco caduto, in una famiglia di emigranti svizzeri che sono tornati nella loro terra natia.

E questo ragazzino, protagonista dell’esordio narrativo del giornalista udinese Tommaso Cerno Affa Taffa (2010), ha come punto di riferimento il nonno Avellino: un vecchio depravato e arrogante.

Nonostante la sua poca simpatia, però, il parente ha da sempre esercitato sul giovane un’attrazione reverenziale, molto distante dal rapporto non particolarmente familiare che questo ha invece con i genitori.

E il nonno, un giorno, fa un dono particolare al nipote: uno strano pappagallo di gesso, un amuleto che pare arrivi addirittura dal Perù: Affa Taffa.

Ciò che lascia perplesso Ban è l’ultima rivelazione che gli fa Avellino: quell’oggetto parla. Ma ben presto si ricrederà, instaurando con lui un rapporto di complicità e fedeltà, di vera amicizia, nel quale la statuina diventa coscienza del ragazzo.

Nonostante tuttii buoni consigli che questo possa dargli, il protagonista progetta il modo di diventare finalmente “un uomo” quell’estate, mentre i suoi genitori partono per le annuali vacanze.

Nel frattempo il nonno muore, lasciandogli casa libera, e l’occasione per realizzare il suo piano (o quantomeno per trovare una balla che possa spiazzare il suo compagno di banco) arriva dal suo lavoro di traduttore di corrispondenze.

Quando alla fine del secolo scorso c’erano ancora le lettere, infatti, c’era anche l’abitudine di avere un amico di penna: la teutonica Ute si scrive con il francese Daniel e Ban viene pagato per tradurgli le loro lettere.

Finendo però per invaghirsi di lei, tanto che riuscirà a farla venire da Berlino a Udine, la sua città, manomettendo le traduzioni: l’inizio di una serie di equivoci e rimandi che disegneranno uno scenario imprevisto per lui, fino ad arrivare in Francia!

La trama, si capisce fin da subito, è abbastanza complessa nonostante la brevità del romanzo. Ma lo è ancora di più perché si cela dietro a un’apparente semplicità che si incrina e oscura piano piano che si va avanti nella lettura.

Ma già dopo poco emerge lo “spettro” contro cui si batterà il protagonista: l’omosessualità, vista in lui da tutti tranne che dal diretto interessato. Che nega, perché ama le donne, o quantomeno vorrebbe toccarle. Arrivando, però, sempre a un nulla di fatto che va oltre l’essere imbranati…

Fabio Filipuzzi, il direttore della collana “Narrativa / Meledoro” di Mimesis in cui è inserita l’opera, ha scritto nella post-fazione che “lo scrittore viviseziona sentimenti, paure e contraddizioni proprie di un’età complessa ed acerba come l’adolescenza, lasciando sottilmente comparire il velato fantasma di una omosessualità sopita e inconscia”: fantasma che alla fine Ban sarà costretto ad affrontare, con o senza Affa Taffa.

La complessità dell’età adolescenziale emerge dura e ironica tra le pagine di Cerno, che usa la scrittura per raccontare anche sé stesso oltre alle mille situazioni analoghe, di ragazzi alla ricerca di risposte.

E alla fine trovano una che magari non è uguale a quella della maggior parte dei propri coetanei, un’eterosessualità magari ostentata e misogena, ma è fonte cristallina di felicità per sé. Un insegnamento che si trova solo alla fine del viaggio dentro noi stessi.

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