A History of Violence

Con A History of Violence David Cronenberg va giù duro nei confronti dello spettatore e presenta un film dall’enorme potenza visiva

David Cronenberg ha alternato spesso, nella sua ormai trentennale carriera, film basati su soggetti originali ad altri tratti da storie preesistenti (per citare i principali successi del regista canadese su questo versante segnaliamo La Mosca, La zona morta, Crash, Spider), come nel caso di questo ultimo film tratto dalla graphic novel di John Wagner e Vince Locke (graphic novel è traducibile in italiano come ‘romanzo grafico’ o ‘romanzo a fumetti’, del quale il primo artefice fu il geniale Will Esiner).

Avvalendosi dei suoi soliti magistrali collaboratori (Peter Suschitzky alla fotografia e Josh Olson alla sceneggiatura), Cronenberg sceglie di rielaborare la graphic novel originale in una maniera apparentemente classica: personaggi psicologicamente ben definiti, ambientazioni caratteristiche e dettagliatamente definite, svolgimento lineare e progressivo della narrazione, dialoghi secchi dal taglio di fondo ironicamente caustico.

A History of Violence

In breve, una classica fabula noir, talmente classica da risultare del tutto apparente, proprio per la capacità del regista di ribaltarla dall’esterno, applicando la struttura di un genere classico direttamente alla caratterizzazione di ogni singolo personaggio del film, cosicché la struttura complessiva dell’opera risulti completamente anomala proprio rispetto a quella dei noir dell’epoca classica.

D’altronde già dal titolo l’ultimo film di Cronenberg lascia aperta una porta sull’ambiguità: A History of violence, come tradurlo? Una storia di violenza o Una storia della violenza?

Un tema, quello dell’ambiguità, da sempre al centro delle opere del cineasta canadese (da Rabid a Existenz), come dimostra la scelta di sovvertire anche il ‘suo’ stile visivo, sottolineando la ‘sua’ capacità di (non) raccontare una storia: motivo per cui in questo film egli procede attraverso la linearità narrativa, una linearità inconsueta per un autore come lui, da sempre maestro nel mescolare, nascondendo attraverso la concatenazione delle immagini, la struttura narrativa dei film.

Eppure, nonostante questa scelta, la carica espressiva e la forza visiva delle immagini non perdono nulla dell’abituale efficacia cinematografica alla quale ci ha abituati l’autore.

Cronenberg va giù duro nei confronti dello spettatore, rielaborando a suo modo un tipico racconto di genere, trasformando i personaggi in una specie di archetipi dell’essere umano e del suo lato oscuro, cosi da investirli di una complessità che è tipica non solo di un’intera opera cinematografica, ma della società umana.

A History of Violence

E’ proprio sull’essere umano e la sua ontologica violenza che Cronenberg concentra la sua lucida visione, tanto da arrivare al fondo del cuore nero (alla bile nera di ‘omeriana’ memoria) non tanto dei singoli personaggi, quanto di un universo intero che, si badi bene, non è solo quello della provincia americana, ma piuttosto quello della società occidentale contemporanea (ma non solamente di essa) tout court.

Più del Peckinpah di Cane di paglia, del Kubrick di Arancia Meccanica e di Eyes Wide Shut o dell’Haneke di Funny Games, Cronenberg evidenzia l’ipocrisia sulla quale è costruita la cellula base della società occidentale: il nucleo familiare.

E’ nell’ipocrisia di una famiglia intesa come luogo dell’egoismo assoluto da difendere a ogni costo sul quale è costruita la società capitalistico-cristiana che Cronenberg trova il fulcro tematico con il quale evidenziare allo spettatore la sua stessa natura ipocrita: ma non si tratta di un discorso moralistico del cineasta, quanto di uno sguardo dettagliatamente realistico e obiettivo sull’ordinaria quotidianità della vita socio-familiare.

E’ il cuore nero di ogni essere umano (non solo di un singolo personaggio come Paris Trout dell’omonimo splendido romanzo di Pete Dexter) che viene scandagliato e messo a nudo dal cineasta contemporaneo più vicino al già citato Kubrick.

Non solo nel prologo del film, dove genialmente istituisce un parallelismo tra l’incipit (da sottolineare come l’inquadratura con la quale si apre il film sembra presa di pari passo da uno dei tanti quadri ‘inquietanti’ nella loro normalità, nello stesso tempo realistica e metafisica, di Edward Hopper) e il successivo svolgersi degli eventi (attraverso l’incubo della bambina), ma in ogni sequenza del film, dove il dubbio è sempre insinuato facendo vacillare proprio l’apparenza delle cose rappresentate e i presunti equivoci narrativi lasciano più di qualche incertezza nell’interpretazione apparentemente scontata da parte dello spettatore.

A History of Violence

La rappresentazione della sessualità, come spesso accade in Cronenberg, è indice proprio di questa ambivalenza: prova ne sono le due scene che la visualizzano in maniera completamente diversa; la prima come forma di ritorno alla giovinezza che la coppia di coniugi si regala in età adulta, non essendosi conosciuti all’epoca del college, una sessualità gioiosa rappresentata in forma di gioco e di complicità (anche se già presenta in se stessa la sua degenerazione violenta con il continuo chiamarsi dei due sposi con l’aggettivo ‘bad’ (cattivo/a) o ’horny’ (arrapato/a),  con la donna vestita da cheerleader); la seconda volta dopo lo sconvolgimento familiare quando viene rappresentata attraverso la conflittualità e l’atto di violenza che l’uomo impone alla donna, prima che i due si lascino andare ad una passione ‘violentemente complice’.

Eppure, al di là della rappresentazione della sessualità degli adulti, anche gli adolescenti non sono esenti dall’oscurità malvagia dell’animo umano, dal figlio adolescente alla piccola sorellina.

Inevitabilmente, il richiamo al genio assoluto del male, Fritz Lang, viene spontaneo e infatti, come nei film di Lang, in A History of violence non c’è possibilità alcuna di salvezza per nessuno dei personaggi, nonostante il finale possa apparire una ricostruzione del nucleo familiare disgregato dopo l’atto di eroismo del quale si è reso protagonista il padre di famiglia.

Proprio nel finale con la sua carica di ambiguità, Cronenberg rende evidente il ribaltamento della struttura classica del noir: la ricomposizione della famiglia riporta solo in parte all’inizio della storia quando questa era unita e felice, poiché, in seguito alla sua disgregazione e ai conti che ogni suo membro ha dovuto affrontare con se stesso e con gli altri mettendo in discussione tutte le certezze (illusorie) che aveva in precedenza, nulla sarà più come prima, seppur nella ritrovata unità familiare.

La bravura degli attori nel rendere al meglio tutte le sfumature psicologiche dei personaggi appoggiandosi a dei dialoghi efficaci e densi di humor nero (uno stupefacente Viggo Mortensen, una bravissima Maria Bello – che ricorda per bravura e bellezza un’altra scoperta cinematografica del regista, Deborah Kara Unger di Crash – con Ed Harris e William Hurt praticamente perfetti e al meglio della loro vena interpretativa), completa perfettamente un’opera degna di essere definita un capolavoro assoluto!

P.S.

Una piccola curiosità: il nome del personaggio di Ed Harris è lo stesso di un noto campione di motociclismo di Superbike, Carl Fogarty

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