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Akira

Nel 1988 il mondo occidentale capì che l’animazione giapponese non era solo serie televisive su robottoni o ragazzine orfane. Uscì Akira di Katsuhiro Otomo.

Prima di tutto, Akira, viene dalla carta. Ōtomo cominciò uscendo regolarmente su Young magazine (Kodansha) dal 1982 per terminare la serie nel 1990. Come avrete subito notato, l’autore del manga è anche l’autore del lungometraggio, molto più raro di quanto si pensi ma Katsuhiro è un vero artigiano, nel senso più alto del termine, dal “mestiere” infinito, tanto da meritarsi subito l’appellativo di maestro.

Ho la fortuna di avere ben due varianti dell’intera opera, la serie uscita per Glénat Italia in 38 volumi* e quella di Planet Manga in 13 volumi. La particolarità della pubblicazione di  Glénat fu di portare in Italia la versione colorata da Oliff per il mercato americano.

Tutte le successive pubblicazioni ripresero l’originale bianco e nero. La versione di Oliff rende l’Akira di carta un tutt’uno con quello animato, ne crea un’estensione per cavalcare la forza trainante del lungometraggio.

Akira

Come nelle opere destinate alla storia c’è sempre una parte di sperimentazione, infatti si utilizza la colorazione digitale, del tutto innovativa nel 1989. I puristi non approveranno questa mia affermazione ma ritengo che la versione americana sia nettamente superiore.

Veniamo al nostro Katsuhiro, vero e unico artefice di questo evergreen dalla storia, in realtà diversa tra manga e anime, raccontata e disegnata in maniera unica, a tutt’oggi unica. I conti si fanno presto, Cyberpunk di Bruce Bethke esce nel 1983, Neuromancer di William Gibson nel 1984, Akira come detto nel 1982… Giappone batte USA in quanto a sottogenere, Ōtomo è già oltre.

Mentre gli americani sono alle prese con i viaggi nel cyberspazio, droghe e futuri degradati dalle corporations, Katsuhiro rende tutto questo scontato, assodato, normalmente percepito e riflette sulla psiche umana, sull’espansione del proprio io attraverso la mente.

Insomma crea un mondo di semi-dei “numerati”, prodotti della follia umana, dove l’universo Cyberpunk è terreno fertile per un delirio collettivo di tutti gli attori della storia.

Akira

Kaneda, Tetsuo, Kei, Il Colonnello, Nezu, Ryu, Chiyoko, il dottore Onishi, i numeri 19/25/26/27 e il fatidico 28 conosciuto come Akira, sono i personaggi di questo dramma post atomico senza redenzione, ed in questo i giapponesi sono maestri.

Esper, droghe sintetiche, bande di motociclisti, militari fino in fondo, guerre mondiali, giochi esasperati di corruzione e potere, tutto inglobato e digerito dalla città risorta di Neo-Tokio. Ōtomo rende partecipe, comprimari prediletti, strade, palazzi, la città e sopratutto l’assenza di essa nella distruzione. Oserei dire molto Sugarpulp.

Parlando del manga, ci troviamo di fronte ad un precursore, non solo per il taglio della storia, per tavole dannatamente particolareggiate frutto di una grande ricerca estetica. Nulla di onirico alla Moebius, intendiamoci, ma tutto molto concreto “utilizzabile”.

Un’esplosione, qui ve ne sono molte, d’inquadrature mozzafiato sempre correttamente proporzionate e posizionate. Un fumetto che scardina la prolissità dell’epoca proponendo quella sintesi visiva oggi tanto in auge. Una graphic novel di circa 2000 pagine!.

Akira

Ma veniamo al film. Qui Ōtomo si trovò difronte ad una sfida ancor più ardita, comprimere il già compresso. Vista l’impossibilità di raccontare la storia con i tempi a lui congeniali la cambia, la stravolge in parte. Temerario ma efficace per tutta la sceneggiatura, un crescendo parametrizzato da tempi orientali, scandito sonoramente dalle musiche del collettivo Geinoh Yamashirogumi.

Proprio la musica sembra scandire la pellicola, quasi un mantra dal ritmo ipnotico.

Un lungometraggio innovativo per il Giappone che introduce due tecniche sconosciute nel paese del sol levante. Primo, l’animazione risulta fluida e naturale per l’impegno della produzione di disegnare tutti i frame ex novo, cosa unica all’epoca per il mercato orientale.

Solo la Disney utilizzò sempre questa tecnica avendo budget di altro tenore. Secondo, il sync del labiale in pre-produzione, cioè ancora a livello di bozza. Sembrano due cose normali, oggi, ma chiunque abbia mai visto un anime giapponese anni 70/80 comprenderà l’enorme sforzo fatto.

Akira pur stravolto nella narrazione, con una sceneggiatura ad-hoc e infarcito di qualche effetto digitale ante litteram, cavalca il dramma dei due interpreti principali, Kaneda e Tetsuo, tralasciando le trame di contorno e focalizzandosi sulla follia distruttrice di quest’ultimo. Pur perdendo la profondità del manga rimane ben presente lo scenario post-atomico, l’efferatezza dell’uomo/militare e l’inconcludenza della politica, temi cari a  Ōtomo.

In definitiva un masterpiece che ha avuto l’onore e la fortuna di far conoscere l’animazione orientale al pubblico americano ed europeo, cosa non riuscita all’indiscusso maestro Hayao Miyazaki con il suo Studio Ghibli. Grazie ad Akira oggi possiamo vedere anime come Laputa (1986), Totoro (1988), Kiki (1989), ecc… Grazie a Katsuhiro, da un tuo fan!

*Purtroppo Glénat venne ceduta a RCS nel 1994, questa la chiuse non pubblicando mai i due volumi conclusivi. Solo dopo parecchio tempo Planet Manga rilasciò i due volumi.

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