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Collettivo DUMMY: Alberto Ponticelli

“Le 5 Fasi” è un volume spettacolare, una vera e propria magnum opus che ti costringe a vivere un’esperienza totalizzante: la bellezza  delle tavole e la profondità del concept che sta dietro al lavoro dei 6 autori ti costringono a pensare pagina dopo pagina e, francamente, in più di un’occasione si resta senza fiato.

Ad un anno dall’uscita del volume per i tipi di Edizioni BD (vi consiglio di leggere questo splendido pezzo di Michele Garofoli su Lo Spazio Bianco) iniziamo oggi un viaggio dentro a quest’opera straordinaria con un’intervista multipla ai 6 autori.

Si tratta del Collettivo DUMMY, nome dietro al quale troviamo Alberto Ponticelli, Officina Infernale, Squaz, AkaB, Tiziano Angri e Ausonia, 6 artisti che, come avrete modo di leggere, hanno stile e talento da vendere, ma anche una visione molto lucida e non convenzionale del loro lavoro e del mondo del fumetto.

Partiamo da Alberto Ponticelli che ha realizzato la prima fase del volume, Negazione: «Ho utilizzato matite varie, ho disegnato senza cancellare e mantenendo eventuali errori per dare un senso di sporcizia, texure di acquerelli, pavimenti mani mattonelle del cesso e altra roba preparate da me e assemblate e ritagliate a seconda di ciò che ho disegnato. Ho lavorato in scala di grigi, e poi ho ricolorato in trasparenza tutta la tavola, per ottenere un effetto di fotografia in bianco e nero ricolorata, elaborazione digitale del tutto».

Ciao Alberto, ad un anno dall’uscita che ne dici di provare a fare un bilancio di quest’esperienza editoriale?

«Un’esperienza ottima, dolorosa e sanguinante. Unire le forze per creare qualcosa di pericoloso (per noi in primis, naturalmente) è stata una bella doccia di stimoli e di umiltà. Dover ridurre il proprio ego e amalgamarlo a quello degli altri per formare un’unica nuova entità è un’esperienza pazzesca».

Da cosa nasce l’idea di dare vita ad un progetto come “Le 5 Fasi”?

«Nasce dall’esigenza di giocare, soprattutto insieme ad altre persone che stimi e con le quali hai condiviso molte sensazioni negli anni: creare un progetto amalgamando varie personalità, con lo scopo di costruire un’unica storia, parlare di dolore, gestire aspetti personali e metterli in piazza, confrontarsi con la bravura degli altri e spingersi a fare di più. Non c’è niente di più intenso che sbilanciarsi in qualcosa il cui risultato non è affatto scontato.

Sei soddisfatto del risultato finale del tuo lavoro o cambieresti qualcosa?

«Ovviamente rifarei completamente la mia storia, vorrei giocare con le tavole sfruttando meglio l’enorme superficie del formato, creare qualcosa di più silenzioso, scavare ancora di più nel buio, ecc ecc. Ma quando abbiamo visto il libro pronto per la prima volta c’è stato un silenzio generale di qualche secondo: eravamo commossi e guardavamo il frutto di due anni di riunioni, disegni, discussioni, disperazioni e riorganizzazioni a pochi giorni dalla stampa. In quei secondi di silenzio scommetto che ognuno di noi ha rivisto tutto quel periodo scorrergli davanti, pensando che ne fosse davvero valsa la pena. Uno sgangherato gioco di squadra, che ha funzionato meravigliosamente».

Cosa ti ha colpito di più nel lavoro dei tuoi “compagni di viaggio” in questa avventura?

«Proprio il viaggio, durante il quale nessuno ha mai fatto la primadonna. Certo, abbiamo discusso, litigato e tutto quello che vuoi: ma sempre e solo per il bene del progetto, mai per ego personale. E alla fine credo che siamo tutti più legati fra noi rispetto a quando tutto è cominciato. Questo mi ha colpito molto».

“Le 5 Fasi” potrebbero avere un seguito? Per lo meno dal punto di vista di un progetto editoriale così particolare e complesso.

«È il primo di una serie di esperimenti che vogliamo portare avanti. Dopo questo libro abbiamo creato un portfolio chiamato Phobos, che raccoglie le illustrazioni di tutti i componenti relative a una serie di fobie. Il prossimo progetto sarà ancora diverso e imprevedibile».

Cosa ti fa arrabbiare nel mondo del fumetto di oggi?

«Ci sono autori in gamba, forse più ora che non quando il fumetto si vendeva. Ma è questo il punto: è come la dimostrazione che  tra noi (fumettisti) e loro (il mondo là fuori) si sia rotta qualsiasi interfaccia comunicativa. Il fumetto è completamente allo sbando, soprattutto per colpa di chi ci lavora e non ha saputo investire nelle idee e nella promozione quando ancora ce n’era la possibilità».

Cosa ti piace nel mondo del fumetto di oggi?

«Che è in crisi, e le crisi portano sempre a qualcosa di buono (se le superi)».

Fumetti e digitale: che ne pensi?

«La carta e il digitale sono solo strumenti: uno strumento  non ha né meriti né colpe, e come sempre dipende da come viene utilizzato. Personalmente mi piace il percorso fisico del voltare pagina, vedere il libro assottigliarsi man mano che lo leggi. Non mi affascina girare una pagina virtuale e non ho ancora percepito la reale utilità di questo schermetto pieno di impronte digitali, mi pare che prima serva vendere la novità e poi le si cerchi un senso. Insomma, non vorrei che il bisogno dell’oggetto prevalesse sulla sua effettiva funzionalità. Vedo molte librerie chiudere, mi chiedo se con la tecnologia la gente leggerà di più, ma temo di sapere già la risposta».

Muore Moebius e per un giorno tutti si scoprono grandi appassionati o esperti di fumetti (soprattutto in Italia), poi silenzio totale… Come ti spieghi una cosa del genere?

«Muore Bad Trip è tutti si scoprono suoi fans, muore Bonelli e non si può più parlare di un certo tipo di fumetto malato, muore Moebius e tutti a fargli gli omaggi… siamo una razza di ipocriti con il culto della necrofilia».

Oggi in Italia tutti si riempiono la bocca con la parola “graphic novel” nel tentativo di dare spessore culturale al fumetto (come se ce ne fosse bisogno). Personalmente credo che esistano fumetti belli, fumetti brutti e fumetti così così, e questo a prescindere dal fatto che si parli di comics, di graphic novel, di fumetti seriali o di “giornaletti”. Che ne pensi di questa moda delle graphic novel?

«Penso che siamo talmente immersi nella mediocrità che nascondere la rivista porno dentro a famiglia cristiana può essere un tentativo di difendersi dal moralismo bigotto di chi giudica qualcosa dalla copertina. Graphic novel, fumetto, sono solo nomi. Che ognuno scelga quello che preferisce e che lo faccia sentire più muscoloso. Alla fine è l’ennesimo falso problema su cui noi del settore ci accapigliamo perdendo di vista le questioni reali».

L’ultimo bel fumetto che ti è capitato di leggere è stato…

«Sto leggendo asterios polyp»

Grazie mille!

 

Il viaggio alla scoperta de “Le 5 Fasi” e del Collettivo DUMMY
continua il 30 aprile con l’intervista a Officina Infernale


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