André the Giant, la vita e la leggenda – La recensione

André the Giant, la vita e la leggenda, purtroppo è un’occasione sprecata per raccontare la storia extralarge di una grande icona della pop culture.

Andre Roussimoff, conosciuto universalmente con il suo nome di battaglia André the Giant, è stato uno dei più grandi wrestler di tutti i tempi, una vera e propria pop icon generazionale.

Personaggio bigger than life (in tutti i sensi!), André per anni è stato semplicemente considerato un freak da esibire sul ring per le sue dimensioni spropositate (2 metri e venti per più di 230 chili di peso).

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Catapultato dalla campagna francese sui ring di Parigi prima, di Tokyo e New York poi, André divenne una star in tutto il mondo, tanto che insieme ad Hulk Hogan e a pochi altri miti dell’epoca resta a tutt’oggi un’icona di questa disciplina. Non a caso è stato il primo wrestler ad essere inserito nella WWE Hall of Fame.

André però era un gigante suo malgrado, dato che soffriva di acromegalia, malattia degenerativa comunemente conosciuto come “gigantismo” che lo portò alla morte a soli 47 anni.

Box Brown, grande appassionato di wrestling, dedica questo volume tributo all’uomo prima ancora che al personaggio, nel tentativo di trasmettere la complessità e la sofferenza di una vita molto più difficile di quanto si possa immaginare.

Purtroppo però il fumetto non decolla, non riesce a emozionare e dubito che possa risultare interessante per chi non conosce già in parte l’incredibile storia di André the Giant.

A mio avviso manca proprio l’empatia, l’emozione, la vita: alla fine ti ritrovi a leggere un insieme di episodi buttati lì uno dopo l’altro senza un fil rouge che tenga tutto insieme, manca la costruzione della storia in fase di scrittura, manca la scintilla che incendia la pagina, manca completamente il ritmo.

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Tavole piatte che non riescono mai ad andare oltre la banalità e che, se paragonate con altre biografie (a fumetti e non), risultano davvero noiose.

Anche il tentativo di costruire una sorta di documentario attraverso le testimonianze degli amici di André, Hulk Hogan su tutti, non funzionano, appesantiscono enormemente la lettura perché non sono gestite in maniera funzionale alla narrazione.

Ed è un gran peccato perché un fumetto del genere poteva non solo essere l’occasione perfetta per raccontare la grande epica del wrestling degli anni ’70 e ’80, ma anche la storia straordinaria di un gigante buono che ha vissuto una vita d’inferno all’insegna del the show must go on.

Prima di chiudere però non posso non parlare dei disegni, dato che il lavoro di Box Brown è appunto un fumetto. Beh, inutile girarci troppo intorno, i disegni non si possono guardare.

Io capisco perfettamente che ogni disegnatore abbia la sua personalità, il fumetto underground, la ricerca stilistica orientata verso un qualcosa di diverso rispetto agli standard figurativi, ma qui non c’è niente di tutto questo. 

Qui sono soltanto disegni brutti, dozzinali, banali, senza vita. Manca completamente la magia. Purtroppo da anni il mondo del fumetto che si auto-definisce “d’autore” è ammorbato da ‘sta menata dello storytelling, sembra che i disegnatori debbano per forza essere grandi narratori prima ancora che disegnatori. Anzi, se sono bravi a disegnare guai!

Lasciatemi dire che questa è una grandissima cazzata: se vuoi fare un fumetto devi saper disegnare, devi avere un tuo stile, una tua personalità, devi saper pensare e creare lo spazio nella tavola, devi avere un’impostazione grafica. Devi avere una visione.

André the Giant, la vita e la leggenda - La recensione

Se no fai lo scrittore, che va benissimo, o scrivi sceneggiature per fumetti, che va benissimo uguale. Oggi invece questo sbandierato e pretenzioso “taglio autoriale”, questo voler scrivere “graphic novel” e non fumetti, si traduce troppo spesso in disegni brutti e, di conseguenza, in fumetti brutti.

Brutti perché senza stile, senz’anima. Vuoti e pretenziosi. Se poi, come in questo caso, anche il livello di scrittura è da vorrei ma non posso, allora il risultato è molto al di sotto della sufficienza.

Troppo spesso mi è capitato ultimamente di leggere graphic novel che in realtà sono l‘emulazione fallita sia di un romanzo che di un fumetto: o scritti troppo male per funzionare sul piano narrativo, o disegnati troppo male per funzionare sul piano figurativo. Oppure brutti e basta, come in questo caso.

Però gli uffici marketing ci incollano sopra la parolina magica, “graphic-novel” e allora i critici ne parlano bene perché questo non è un fumetto, è un graphic novel, sei tu che non capisci lo stile e la ricerca dell’autore. 

Balle. Mi dispiace ma non è così, se un fumetto è brutto resta brutto anche se lo chiamate graphic novel. Anzi, soprattuttto se lo chiamate graphic novel.

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