Angelo che sei il mio custode, la recensione

Angelo che sei il mio custode, la recensione di Federica Belleri

Angelo che sei il mio custode, la recensione di Federica Belleri per Sugarpulp MAGAZINE del nuovo romanzo di Giorgia Lepore.

Angelo che sei mio custode, la recensioneTitolo: Angelo che sei il mio custode
Autore: Giorgia Lepore
Editore: Edizioni e/o
PP: 256

Gregorio Esposito, Gerri, è rientrato in servizio alla sezione omicidi. Un caso precedente, difficile e terribile, lo aveva costretto a lasciare il posto di lavoro per riprendersi e curarsi al meglio. Un caso complicato, sconvolgente, che aveva stravolto l’equilibrio dell’ispettore.

Rieccolo perciò in questura, in mezzo a colleghi e amici che fanno di tutto per dimostrargli il loro affetto. Solo lui però conosce la natura e l’intensità dei suoi mal di testa e della nausea che arriva in seguito. Solo lui sa esattamente l’origine delle sue cicatrici. Il Gargano ora è la sua terra. Da anni ormai manca da Napoli, luogo dove la sua vita è iniziata e che spesso gli provoca ricordi dolorosi, da lacerargli l’anima.

A lui e alla squadra viene affidato un caso complesso. Bambini scomparsi nel nulla e il ritrovamento di un piccolo scheletro nel bosco, nei pressi di una grotta. Il tutto sembra essere legato al culto di San Michele, che accompagnava le persone verso la morte. Questa storia inizia nel mese di marzo, ma sembra partire da molto lontano. Passa attraverso le tradizioni religiose, le parole di una mammana, gli stretti cunicoli della memoria, che si blocca di fronte ai primi ostacoli emozionali. Attraversa la paura del buio e della solitudine, costringendo Gerri ad aprire varchi nella sua sofferenza, che gli incidono la carne e gli provocano conati di vomito.

Chi è davvero Gerri e cosa ha rimosso dal suo passato? Chi collabora con lui si fa coinvolgere emotivamente. È inevitabile, un po’ per esperienza personale nel settore minori scomparsi, un po’ perché questi bambini sembrano richiedere il loro supporto.

Quanto è grande il trasporto di Gerri in questa storia? C’è da chiederselo perché lui ha la capacità di “sentire” i piccoli scomparsi, vive la sofferenza angosciosa dei loro genitori, ma a volte sembra avere il bisogno di fuggire da tutto. Gerri osserva, ascolta e percepisce il dolore delle vittime, per non badare al suo. E viceversa.

La sua personalità è complessa e, allo stesso modo, così semplice. Forse i suoi vuoti affettivi andrebbero colmati da una donna vera, non da più figure femminili che gli girano attorno. Forse avrebbe la necessità di abbracci che non riesce a chiedere, assecondando l’affetto che gli amici vorrebbero donargli. A poco valgono gli schemi, gli appunti e i fascicoli raccolti. A poco, perché l’indizio fondamentale si trova scavando nell’animo dei protagonisti, dentro il loro passato che li chiama, per ricostruire tutto dal principio.

Ho apprezzato la scrittura dell’autrice, fluida ma incisiva, diretta e feroce al bisogno. Ho trovato molto interessante la costruzione dei capitoli, non troppo lunghi, dal ritmo scandito anche dalle condizioni climatiche, quasi a dimostrare il totale coinvolgimento della natura in questa vicenda; natura che partecipa e influisce sullo stato d’animo dei personaggi.

Ognuno è il custode di se stesso, di gioie e dolori, di segreti inconfessabili e di paure totalmente irrazionali. Bisogna avere la forza di superare il vuoto per salvarsi, per salvare queste piccole vittime. In caso contrario si rischia di rifare gli stessi passi, commettendo gli stessi errori.

Ottima lettura, assolutamente consigliata.

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