Anime nere, la recensione

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Anime nere di Francesco Munzi è un bel film, un film duro che racconta l’Aspromonte e la ‘ndrangheta senza orpelli stilistici e cliché americanizzati.

Voi ci siete mai stati in Aspromonte? Nemmeno io, ma è stato l’Aspromonte a venire da me. Venuto fuori da un proiettore, da delle casse, racchiuso con tutta la sua enormità e complessità in quattro mura, in compagnia di poltrone di feltro e pop-corn fuori contesto..

Anime Nere è un romanzo scritto da Gioacchino Criaco e pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Rubettino Editore. Un romanzo che il regista romano Francesco Munzi ha tramutato in immagini, immagini grige che ricordano le rocce aspromontane e ci portano in un mondo apparentemente lontano, laddove vige una mentalità antica, una legge da sempre taciuta che viaggia lungo la spina dorsale di questo paese infettando ogni cosa. Dalle origini dell’Appennino sino a Milano, ennesima dimostrazione attua a narrare la multidirezionalità del male che attanaglia le nostre vite.

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All’apparenza però il film pare piatto, più grigio del grigio, i meno attenti ci avranno visto persino qualche aspetto amatoriale. Colpa della trama semplice, classica. Protagonisti criminali, mafiosi, tutti appartenenti ad una cosca calabrese. Tre fratelli, due che giocano col narcotraffico e gli affari che contano, quelli che ti fanno fare solo al Nord, a Milano.

Poi c’è il terzo, quello che a tutti i costi vuole restare pastore, quello che l’Aspromonte proprio non lo vuole lasciare, e che ha un figlio coglione. Il classico coglione da Mafia Movie, lo sbarbatello che si mette a sparare ad una saracinesca e ottura la fogna della malavita, mettendo tutto il sistema nella merda.
 Eppure tutto ciò, per bravura e misura della regia (si ringraziano anche gli sceneggiatori) non rovina quello che definisco come “Il Gomorra dei sensibili”.

Non per altro Anime Nere ha un unico (e fondamentale) aspetto che lo avvicina alla fortunatissima (e riuscitissima) serie tv Gomorra: il dialetto. Questo film è girato completamente in dialetto calabrese, le battute si faticano a comprendere, i discorsi sono suggestivi all’orecchio e i sottotitoli diventano ossigeno per lo spettatore oramai abituato a questo nuovo modo di rendere reali determinate storie.

Ma a livello di scrittura quest’opera non ha nulla a che vedere, né da invidiare, alla serie napoletana. Difatti non parliamo di un prodotto di consumo, di quelli che fanno tendenza, ma di una storia tratta da un romanzo scritto con grande amore e sensibilità, frutto del lavoro svolto da uno scrittore che non si vuole vendere, che non ambisce alla fama, e mette anch’egli mano alla sceneggiatura per preservare l’essenza del proprio pensiero. 
I meriti maggiori di Munzi sono quelli di non aver travisato (come troppo spesso accade quando si porta un libro al cinema) un’opera che brilla di luce propria e regala emozioni, colori nuovi, nonostante l’elegante veste grigia che si sforza d’indossare.

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Sì perché da spettatore, scena dopo scena, ci si aspetta il classico cliché, l’avvenimento copiaincollato da manuale del genere Crime: l’omicidio di turno, il più classico dei tradimenti, la vendetta spietata, la carneficina con conseguente scena splatter. Invece no. Di splatter in questo film c’è poco, come pochissimi sono i cliché, e nelle poche scene violente di mezzo non vi sono esseri umani.

L’occhio del regista è focalizzato sulle anime dei personaggi, sulle loro storie interiori, sulle loro sensazioni. 
Ciò libera la narrazione dal peso di un protagonista, dando modo al regista di narrare mediante le immagini più storie, di più persone, sotto più punti di vista, senza dover per forza dar conto alla veste di genere. Un metodo narrativo che crea a tratti confusione e smarrimento nello spettatore, pronto ad accogliere la banalità a braccia aperte. Eppure allo smarrimento, dopo qualche secondo, subentra l’illuminazione, il messaggio celato dentro un gesto, dentro una parola pronunciata a mezza voce dagli straordinari attori di questa pellicola.

Perché in Aspromonte non vi è nulla di banale, tutto ha un peso, e dal film viene fuori l’essenza di questa terra. Con tutto il male e tutto il bene che si possa interpretare.

Così, su uno sfondo fatto di famiglie, campi, pecore, macchine di lusso e rituali funebri appartenenti ad altre epoche, s’assiste alla manifestazione (celebrazione) del male. Non quello fatto di polvere da sparo e droga, o meglio non solo. Ma il male che t’attanaglia l’anima, che t’ingrigisce trascinandoti nel nero. Il male che è origine del mondo, quello dal quale non riuscirai mai a scappare, nemmeno dopo, quando tutto sarà finito.

In sostanza se cercavate azione, ritmo e suspense optate per altro. Per vivere questa pellicola vi è bisogno di una buona dose d’attenzione e sensibilità, tanto che usciti dal cinema (o spenta la Tv fate voi) si ha la sensazione di aver appena terminato un libro. Un bel libro, che racconta la realtà libera dagli orpelli stilistici e dai cliché americanizzati inzuppati in chissà quale manovra di marketing. Dove uomini e pecore vivono e muoiono allo stesso modo. Dove le anime nere s’accendono, mostrando tutti i colori dell’animo umano.

Guarda il trailer ufficiale di Anime Nere su Youtube

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