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Antiviral, un Cronenberg alla regia ma non è David

In un non lontano ed inquietante futuro, in cui la società è sempre più ossessionata dal culto per lo showbiz, sorgono e prosperano cliniche “per i servizi da celebrità”, luoghi in cui chiunque disponga della cifra necessaria ha la possibilità di farsi inoculare il virus di una malattia contratta dal proprio idolo preferito.
La tua attrice del cuore ha sviluppato una particolare forma di herpes virale? Ne trarrà profitto vendendo il suddetto agente patogeno alla società che ne detiene i diritti e che, successivamente, la proporrà al mercato in comodi pacchetti-malattia con tanto di filtro anti pirateria.
Suonerà strano ma in fondo funziona alla stessa maniera fra un celebre cantante e la sua casa discografica, che male c’è a spingersi un po’ oltre?

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Ed ecco quindi che al posto delle cicliche iniezioni di botulino, il diafano e feticista cliente di turno, passa alle iniezioni di malattia del proprio beniamino: una leggera punturina e via alla creazione di un legame perfetto, che va oltre l’imitazione dell’ideale estetico, ma passa attraverso il medesimo stato di malessere.
Chi potrà mai scalfire il feeling venutosi a creare fra te e la tua Angelina Jolie del cuore dopo che avrete condiviso la stessa, terribile influenza?

Syd March, dipendente proprio in una di queste prestigiose cliniche, arrotonda il proprio stipendio contrabbandando ceppi virali sul mercato nero e utilizzando il proprio corpo come mezzo di trasporto. La faccenda inizierà a complicarsi quando scoprirà che il virus appena prelevato dalla celebre attrice Hanna Geist, e illegalmente iniettatosi in corpo con lo scopo di ottenerne l’esclusiva, causa una sconosciuta forma influenzale che porta alla morte.

Si scatena una corsa contro il tempo in cui il nostro giovane e innocuo rappresentante di vendita dovrà scoprire l’entità della malattia e trovarne l’antidoto, il tutto condito da un interessante mix di allucinazioni e frequenti rigurgiti ematici.

Infezioni patologiche, ossessione morbosa, compenetrazione di carne e metallo, rimandi sessuali, isteria collettiva, biotecnologie, sintetizzazione della carne, futuri prossimi ed alienanti: le principali fonti d’ispirazione di Brandon Cronenberg, figlio d’arte del rinomato regista canadese, sono tutte facilmente riconducibili al padre.
E in effetti qualsiasi aficionado del buon Cronenberg senior non riuscirebbe mai a visionare Antiviral senza collegarlo, con estremo piacere, a titoli horror del calibro de “Il demone sotto la pelle” e “Brood – la covata malefica” o al fantascientifico “eXistenZ” i cui rimandi si possono percepire facilmente in quella complessità, fra l’organico e l’alchemico, di cui è composta la tecnologia in entrambi i film.
Se da un lato il padre propone organismi mutati geneticamente e game pod metacarnali il figlio risponde con apparecchiature, dall’estetica fra lo steampunk e il sovietico, da cui sbucano componenti umane e che riescono a dare, con oscuri meccanismi, volto ed identità ai più svariati agenti patogeni.

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Ma passiamo ad altro perché limitare l’analisi di questa particolare pellicola esclusivamente all’ispirazione paterna significherebbe fare un grosso torto all’esordiente regista. Intendiamoci: i rimandi ci sono eccome, e vorrei proprio vedere chi sarebbe in grado di discostarsi totalmente da metallo e carne quando in questo humus fertile e morboso ci è dentro da sempre.
Tuttavia occorre dissociarsi da tutti i pregiudizi contro i figli d’arte perché il figlio in questione di talento ne ha eccome e ce lo dimostra andandosene per la sua strada e maturando una sua precisa cifra stilistica composta da estrema pulizia dell’immagine, cromie calibrate alla perfezione in un costante gioco di contrasti e preciso rigore nel girato e nelle ambientazioni.

Sceneggiatore oltre che regista, e qui vanno ulteriori punti a suo favore, Cronenberg jr sviluppa con originalità e distaccato disagio una storia che si basa su tematiche reali spesso fin troppo abusate, stimolandoci a nuove riflessioni.
In questo compito viene aiutato da un ottimo protagonista, un Caleb Landry Jones che, fra sguardi alienati e continui giochi posturali, complice anche la fisionomia adatta allo scopo, riesce ad interpretare in maniera convincente un ruolo per niente semplice.

Il futuro che il giovane regista ci presenta è pulito e asettico come un ospedale di prim’ordine e asettica è la vita di chi ne fa parte: stessa routine, stessi colleghi di lavoro, una quotidianità organizzata e meccanica, decisamente distopica in cui l’individuo viene annullato e si tramuta in una sorta di fragile ed esangue fantoccio.
In un clima di tale straniante annientamento i tweet dei personaggi famosi non interessano più, non basta più essere costantemente aggiornati sulla vita privata di chi conta qualcosa. La nostra celebrità preferita smette i panni terreni e il fanatismo diventa quasi divinizzazione.
Il nostro dio deve essere inglobato, assorbito, mangiato.
Le emozioni vere vengono distorte ed è così che ci si sente se stessi solo quando nel nostro organismo circola un virus sviluppatosi nell’organismo di qualcun altro o il nostro stomaco sta digerendo carne sintetizzata sulla base di qualcun altro.
Quel qualcun altro che è la celebrità e che, come dice un personaggio durante il film, “è il frutto di una collaborazione a cui noi scegliamo di partecipare. Non una persona ma un’allucinazione collettiva”.

Certo i difetti in questo film non mancano: la sceneggiatura presenta qualche zona d’ombra e il ritmo decisamente lento farà nascere qualche rimostranza ai più impazienti.
Antiviral resta tuttavia una pellicola promossa a pieni voti e una conferma che il buon sangue di Cronenberg, giusto per rimanere in tema, non mente.
Ce la farà quest’ottimo titolo ad arrivare in Italia? Nel frattempo accontentiamoci dei sottotitoli.

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