L’armata dei sonnambuli, la recensione

L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, la recensione di Nicola Campostori per Sugarpulp MAGAZINE.

armata-dei-sonnambuli-wu-ming-recensioneTitolo: L’armata dei sonnambuli
Autore: Wu Ming
Editore: Einaudi
PP: 808
Prezzo: 21 euro

Si inizia coi corpi e con la moltitudine. La grande massa riunita in Piazza Rivoluzione per assistere alla decapitazione di Luigi XVI.

Ma a dispetto della linearità con cui viene raccontata a posteriori, la Storia è il luogo dei conflitti: ancora all’alba della decollazione del sovrano, vi sono monarchici che complottano in suo favore.

Per raccontare quegli eventi, dunque, occorre sposare l’eterogeneità: accentuando la polifonia già sperimentata in Manituana, ne L’Armata dei Sonnambuli i Wu Ming utilizzano diverse lingue, tra le quali spicca quella del volgo, pungente, sgrammatica, popolare. Irresistibile.

I registri sono molteplici (atti pubblici, estratti da discorsi di deputati, articoli di giornale, libri) e si mischiano: il narratore esterno, la cui prosa si ibrida con termini ed espressioni gergali quando segue i personaggi del ceto più basso, si alterna ad una sorta di cantastorie che vuole “contarci” come sono andati i fatti con la voce di chi c’era. Interessante anche la scelta di italianizzare alcuni termini francesi (foborgo, rivagoscia, Palazzo Ugualità…) per avvicinare gli eventi storici ai protagonisti mostrando con chiarezza come per questi ultimi ciò che noi leggiamo col filtro dei posteri è invece viva contemporaneità.

È un periodo turbolento, di transizione, quello subito successivo all’uccisione del re, basta un niente per agitare la folla o per passare per controrivoluzionario: è quello che capita a Léo, attore italiano che si cela dietro la maschera di Scaramouche.

Gli spiriti non allineati e chi non si dimostra supinamente devoto alla causa sono indesiderabili nella neonata Repubblica

È il Terrore: per molti la soluzione è la distruzione di ogni sacca di resistenza reazionaria e l’eliminazione fisica degli affamatori del popolo; la voglia di giustizia, tanto a lungo frustrata, porta ad eccessi che non possono placarsi nel rispetto della legge, per quanto nuova, equa e democratica sia.

“Se non cambiamo tutto, dopo è tardi, non capita un’altra volta di poterlo fare”.

Scaramouche, diventerà simbolo della rivolta, figura eroica e mitica, vendicatore del popolo. Ecco introdotto uno dei temi centrali di questo romanzo, diviso in atti e scene come un copione: la natura teatrale di ogni potere.

Sul grande palcoscenico della storia va in scena lo spettacolo della rivoluzione.

Nel Nuovo Teatro, Scaramouche rappresenta il popolo nella duplice accezione di agire per suo conto e di metterlo in scena. Quando le cose precipiteranno, quest’eroe dei quartieri in sommossa ingaggerà battaglia armato dello “Spirito di Marat”, un bastone che sembra un osso, adattissimo a colpire i nemici della Rivoluzione.

A livello stilistico, e a conferma della poliedricità del linguaggio utilizzato, è da notare che in un passaggio in cui si raccontano le vicende della maschera ribelle si insinuano nella prosa rime ripetute, quasi fosse una ballata popolare a narrarci le gesta dell’eroe dei bassi fondi.

A questi rivolgimenti epocali partecipano anche le donne, mai come ora in prima fila: Marie Nozière è una delle più infervorate e guida la delegazione di Sant’Antonio, il quartiere più esagitato di Parigi nel pretendere misure concrete per il popolo.

Di fronte a tanto incontrollabile impeto, la Convenzione arriverà a chiudere i club femminili, in un’escalation di misure restrittive e retromarce rispetto agli ideali che avevano mosso la Rivoluzione.

Passano i giorni e la fame aumenta: non c’è pane e sparisce pure la carne. Ognuno sospetta l’altro di esser controrivoluzionario nella ricerca (paranoica, ma non troppo) del nemico interno.

Dimostrarsi troppo impazienti di ottenere pane e libertà, a costo di forzare la legge, può far arrivare l’accusa di essere un infiltrato monarchico, agente provocatore di una strategia della tensione ante-litteram.

La battaglia per la Convenzione, intanto, vede schierati da una parte Brissot e i girondini, dall’altra Robespierre, Marat, Danton e i montagnardi, che accusano i primi di tradire i valori popolari della Repubblica.

Anche molti dei primi difensori della Rivoluzione non mancheranno l’appuntamento con Madama Ghigliottina, mentre il popolo si abitua al rotolar di teste.

D’Amblanc è un medico magnetista, seguace di Mesmer e della sua teoria che sostiene l’esistenza di un fluido universale che l’uomo, la più perfetta macchina elettronica animale, può con la sola forza della volontà incanalare dove crede.

Questa tecnica permetterebbe non solo di curare i pazienti senza l’uso di accessori artificiali, ma forse anche di manipolare le menti dei sonnambuli sottoposti al trattamento.

È ciò che sta succedendo in Alvernia, dove i focolai di ribellione potrebbero esser pilotati da papisti e monarchici?

D’Amblanc andrà a verificare di persona nelle aspre terre occitane, inseguendo casi bizzarri di possessione e licantropia anche per salvaguardare il buon nome della sua disciplina purtroppo in balia di ciarlatani e malintenzionati; non bisogna comunque uscire da Parigi per trovare simili individui: l’uomo che si fa chiamare Laplace, uno dei cospiratori sopravvissuti dopo il fallito tentativo di salvare il re, si nasconde al manicomio-prigione di Bicêtre, albergo di un’umanità derelitta, e, disgustato dal nuovo corso dello Stato Francese, architetta la vendetta allenandosi al controllo mentale

Date le sue ripercussioni politiche, quello del mesmerismo è un tema centrale per degli autori militanti come i Wu Ming che scandagliano il confine sottile tra trasmissione della propria passione e condizionamento delle menti più suggestionabili; è lì che passa la differenza tra la mobilitazione dal basso e l’inculcare l’ideologia della classe dominante a chi non ne fa parte.

Il magnetismo che interessa il collettivo di scrittori è quello che scaturisce dal contatto fisico delle persone coinvolte in azioni concrete di resistenza e attivazione politica, che producono partecipazione e condivisione nel momento stesso in cui sono agite; l’entusiasmo è una febbre contagiosa che si trasmette di corpo in corpo trasformando gli individui in massa critica.

Una lezione essenziale anche per le lotte di oggi.

Gli autori non celano alcuna divisione e spaccatura che nasce in seno al popolo e ai deputati. Mettono in luce la complessità del periodo storico, delle scelte che quegli uomini hanno dovuto compiere, delle implicazioni pratiche che una rivoluzione comporta, del rapporto tra bene comune e singoli individui; senza risparmiarsi nulla, nemmeno le scene che illustrano la volubilità della gente che un giorno inneggia a Robespierre l’Incorruttibile e quello successivo gioisce per la sua esecuzione.

Nemmeno “la parte smerda”, il momento in cui entra in scena la reazione e il ritorno all’ordine: i muschiatini (dandy che in spregio alla rivoluzione non pronunciano la erre, sua lettera iniziale), la Gioventù Dorata e l’Armata dei Sonnambuli pilotata contro i sanculotti. Il periodo rivoluzionario si concluderà con la repressione e col Terrore Bianco.

Il quarto atto mette in scena lo scontro campale finale, in cui i protagonisti si fronteggiano apertamente in pagine piene di azione e pathos, degne dei migliori classici d’avventura.

In gioco c’è il destino della Francia, forse dell’Europa intera. Da perfetti romanzieri, nelle ultime pagine i Wu Ming abbracciano più apertamente gli stilemi del genere, contribuendo tra l’altro alle numerose e fantasiose leggende circa la sorte di Luigi Carlo Capeto, figlio del re ghigliottinato e dunque suo potenziale erede.

L’atto conclusivo ricorda i finali dei film ispirati a storie vere, quando sui dei fermi-immagine scorrono informazioni che spiegano che fine hanno fatto i vari protagonisti.

Il registro si fa più neutro, da manuale di storia, e testimonia l’immenso lavoro di ricerca del collettivo. Le vicende reali non hanno nulla da invidiare al più avvincente dei feuilletton.

L’Armata dei Sonnambuli è il capolavoro dei Wu Ming, e a loro stesso dire chiude un ciclo.

Rimarrà indelebile la figura di Scaramouche, ripescato dalla Storia, simbolo dei simboli di cui si nutre la rivolta, che oggi come allora può scuotere la società unendo gli individui in una lotta collettiva.

Occhio quindi alle scritte sui muri delle vostre città, un giorno potreste leggervi di nuovo: “Viva Scaramouche!”

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