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Autobiografia Spicciola

Poco dopo mi ritrovai recluso in una cella di isolamento al Due Palazzi. L’etichetta del reparto diceva “Igiene mentale”, la tag line sotto “Cure affidate ai dottori del manganello”. Stavo giorno e notte tra quattro mura spoglie e candide, non presentavano il minimo segno di sporcizia. Non c’erano né quadri né finestre, ma la terrazza dava sul mare. A Padova specialmente, il mare era bellissimo.

Avevo due compagni di cella, uno simpatico e uno antipatico.
Uno era un dentista di dieci anni suonati, licenziato di recente perché aveva perso l’uso della parola. Anzi, parlare parlava, ma niente di interessante.
“AA, EE, II, ALFABBBETO!” mi diceva.

L’altro era uno stronzo che saltava toccando il soffitto e gridava frottole in continuazione.
“Io sono il padre di mia madre! Il padre di mia madre vi dico!”. Mi stava sulle palle.
Giocavamo spesso a cuscinate, poi un giorno vennero rilasciati per carenza di follia e a me, per noia, venne in mente di fare il chitarrista heavy metal. Questa idea scaturiva dal fatto che tutti quelli che fanno heavy metal sono dei mezzi delinquenti e io dopo la storia del cazzo di fuori avevo la fedina penale bella sporca. Così decisi che non c’era modo migliore per inneggiare ai miei crimini passati e futuri e trarne un profitto.

Formai il gruppo satanico “Meringa” con Pedro, uno che si spacciava per batterista, ma che in realtà era messicano, e con Parigi, ex cantautore di raffinati melodrammi originario di Chioggia.
A dir la verità la sua voce non mi piaceva granché, pensavo non fosse adatta per il metal. Meno male compensava questo suo handicap con una accurata stesura dei testi.

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