Aver paura di innamorarsi troppo, di Battisti e Mogol

Aver paura di innamorarsi troppo, di Battisti e Mogol

Aver paura di innamorarsi troppo. Danilo Villani entra nel mondo di Battisti e Mogol analizzando una delle loro canzoni più belle.

Ritengo questa recensione molto particolare. Ho pubblicato le mie personalissime opinioni su libri, su film, su autori, ho intervistato più di un personaggio noto, ma recensire un brano no, proprio no.

La cosa mi è stata chiesta da una carissima amica, evidentemente mossa da esperienze personali, evidentemente alla ricerca di risposte, cosa che mai mi sognerei di fornire non essendo un discepolo di Jung o di Freud, ma descrivere le sensazioni o le emozioni che un brano, e che brano, può fornire può essere un utile esercizio di scrittura. Questo è uno dei motivi che mi hanno indotto, per la prima volta, a scrivere in prima persona.

L’album, o se preferite il long-playing, da cui è tratto lo stesso ha un particolare titolo quale Una donna per amico che ritengo la migliore tra le migliori opere di Battisti-Mogol. Viene pubblicato nel 1978 anno pieno di tensioni, l’affaire Moro su tutti, e ci regala un Battisti nella sua piena maturazione musicale avendo fatto tesoro delle sperimentazioni degli album precedenti, e un Mogol in stato di grazia per la raffinatezza dei testi.

Testi improntati all’intimismo, all’introspezione, all’esplorazione, ahimè ancora incompleta, del pianeta donna. Furono proprio questi testi che acuirono il distacco tra Battisti e una certa parte della stampa. L’artista venne accusato di trascurare il lato “politico” della canzone d’autore a favore di sentimenti, di rapporti interpersonali. Venne additato come cantautore “rassicurante” a dispetto dei tempi. A Lucio Dalla che discettava di pratiche onaniste non venne riservato lo stesso trattamento forse perché “una sana zaganella” (cit. Fiorello) rappresentava un momento di pura libertà individuale al passo con i tempi.

Il titolo del brano Aver paura d’innamorarsi troppo è già esplicativo. Trasmette sensazioni di insofferenza di ansia. Innamorarsi, scriviamolo pure, è piacevolissimo, è empatia pura, ma anche produzione di stress, di paure, di dubbi, di pure seghe mentali. Il testo è un soliloquio, un guardarsi allo specchio e, razionalmente, un’autovalutazione. Ci si chiede se vale la pena, se il dolore che si prova perché di dolore si tratta, può essere compensato dalla corresponsione amorosa reciproca, ma il nemico principale ovvero il dubbio è dietro l’angolo.

Testo naturalmente rivolto all’audience maschile. Già, perché nonostante il sesso forte, è sempre l’uomo ad essere insicuro, immaturo e soprattutto incapace della gestione del sentimento. Queste specifiche rendono il brano, a distanza di quasi quaranta anni, più attuale che mai. Non è forse questa insicurezza, questa paura di dare e ricevere sentimenti unita alla mancanza di consapevolezza che provoca accadimenti dei quali sono piene le cronache?

Personalmente non ho mai avuto paura d’innamorarmi, sin dalla fase adolescenziale. Forse perché ho sempre messo in preventivo che la cosa poteva terminare così come era iniziata. È bello ricordare notti insonni pensando a lei, è bella la memoria dei gettoni telefonici come unico mezzo di comunicazione, ma è bello ripensare anche alle “buche” che facevano parte del gioco. Sì perché anche nell’innamorarsi c’è anche una parte ludica, forse la migliore.

È pensare comune che in un rapporto prolungato nel tempo si passi dall’amore e dalla passione al rispetto e alla stima: niente di più falso. Si può rimanere innamorati a vita purché la stima e il rispetto si integrino vicendevolmente nel processo amoroso. Si può ed è facile. 

Mai avuto paura di innamorarmi troppo. L’innamoramento è una cosa seria ma le paure le serbo per cose ancora più serie.

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