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Babbo Natale si è mangiato le renne

Tracklist consigliata:

  • Barry McGuire – Eve of Destruction
  • Bruce Springsteen – Glory Days
  • CCR – Run Through the Jungle

Il pantalone rosso da Babbo Natale gli tirava in mezzo al cavallo schiacciandogli una palla. La tipa biondina del negozio di gadget natalizi aveva assicurato che il vestito gli sarebbe calzato a pennello, è solo una questione d’abitudine, aveva detto. Aveva tirato su i tre costumi senza stare troppo lì a discutere, tanto per quello che sarebbero serviti andavano più che bene.

Ora, però, ‘sto cazzo di vestito tirava e le mutande gli si erano già salite fin su per il buco del culo. Con la mano libera cercava di sistemarsi tutta la mercanzia, ma non c’era niente da fare: scendeva di qua e saliva di là.

Era ormai vicino alla cassa numero 1 di uno dei più grandi centri commerciali dell’intera Ossola. La cassiera che lo vide passare diretto verso la porta dove stava appesa una targhetta dorata nuova di zecca con su scritto “Diretore” alzò appena lo sguardo dalla pila di videogiochi che stava passando sotto il suo naso. Un Babbo Natale in giro il 24 Dicembre non è poi ‘sta gran cosa.

Bussò, perché era una persona garbata. Da dentro l’ufficio provenne solo un grugnito: «Avanti». Aspettò alcuni minuti. Stava per bussare nuovamente quando la porta si aprì. Ne uscì una stangona mora e con due tette da Sagra della patata strizzate sotto una giacchetta blu con attaccato un badge: “Luana C. Vicediretore”.

Il Babbo Natale non ce la fece a non fissarle prima le tette, poi il rossetto sbavato e poi di nuovo le tette e, da dietro, il culo pantagruelico che ancheggiava di qua e di là, di qua e di là.

«Avanti!» disse di nuovo la voce all’interno dell’ufficio. Luana C. aveva lasciato la porta spalancata nell’uscire e il Diretore aveva visto chiaramente l’occhiata del Babbo Natale.

«La paga le verrà consegnata a fine serata, dopo la chiusura delle ventuno e trenta come da contratto» disse il tipo con il colletto sporco di rosso sbavato.

«Ma vaffanculo!» disse solo il Babbo Natale sfilando dal sacco natalizio un canne mozze e sventolandoglielo sotto il naso.

«Ma che cazzo…» disse quello, afferrando con entrambe le mani il bordo della scrivania dietro cui stava seduto.

«Qui le domande le faccio io» ribatté il Babbo Natale. «Ah» aggiunse «Questa è una rapina. Su il culo, usciamo di qui»
«Veramente…»
«Su il culo ho detto» e abbassò il cane del fucile che reggeva con una sola mano.

Il Diretore alzò le mani, fece scorrere indietro la poltrona ergonomica su cui poggiava le chiappe e si tirò in piedi.

«Oh mio Dio, ma che cazzo… ahhhhhh» fece il Babbo Natale, la barba bianca che sbuffava a destra e a sinistra e i baffi che gli solleticavano le narici. «Ma tirati su quei pantaloni!». Un cazzetto moscio e lucido spuntava tra la foresta di pelo nero, appena sotto una panza tanta che stirava fin quasi al loro punto di rottura i bottoni della camicia.

L’uomo non se lo fece ripetere due volte. Mutande e pantaloni si erano aggrovigliati tra loro e il Diretore dovette faticare non poco per riuscire a sistemare le mutande, dei boxer larghi celesti, nel loro giusto verso e poi a tirarsi su i pantaloni.

«Vieni qui e non fare scherzi, altrimenti ti faccio saltare la testa con questo» e scosse brusco il canne mozze nella direzione dell’uomo.
«Per favore, tengo famiglia» piagnucolava quello mentre si avvicinava al Babbo Natale armato.
«Pure io. Cosa cazzo credi che ci farei qui sennò?»

Non appena il Diretore fu a portata di mano, il Babbo Natale lo fece voltare con un gesto brusco passando poi il braccio libero intorno alla gola dell’uomo. «Ora usciamo di qui e te lo ripeto: niente scherzi. Altrimenti ciao».

Spingendo davanti a sé il Diretore e premendogli la canna del fucile contro la sua guancia destra, il Babbo Natale uscì dall’ufficio incamminandosi lungo il corridoio delle casse. A quell’ora e in quel giorno tutte e quindici funzionavano a pieno regime, ognuna con la propria brava commessa a incrementare il conto del centro commerciale.

«Ok» sussurrò all’orecchio dell’ostaggio. «Ora facciamo un po’ di casino e diciamo alle tipe qui di aprire le loro casse senza protestare. Altrimenti sappiamo chi ci rimette, no? Bene. Se invece tutto va liscio domani ti godi il Natale e amici come prima».

Il Babbo Natale avanzò ancora di qualche passo: «Allora, signori e signore, questa è una rapina. Voi, ragazze, aprite tutte le casse, alzatevi in piedi e uscite. Chiaro?» e per sottolineare la cosa sparò un colpo in aria che rimbombò per tutto il grande magazzino distruggendo un paio di lampade al neon che ricaddero in una pioggia di vetri sbriciolati. E fu come quando Mosè aprì le acque. Le centinaia di persone che stavano in coda e che videro quello che stava succedendo presero a urlare e a correre da tutte le parti, urtandosi a vicenda, spingendosi, cercando di arrampicarsi le une sopra le altre nel tentativo di andare non si sa bene dove.

Quando i primi capirono la via d’uscita più breve, gli altri vi si fiondarono dietro dando vita ad una fiumana di gente che fluiva un po’ da tutte le parti.

Il Babbo Natale, per non essere travolto, tornò sui suoi passi rientrando nell’ufficio del Diretore. In effetti, questa cosa qui mica l’aveva calcolata. Mise fuori il naso per studiare la situazione e vide che i suoi due compari, pure loro vestiti da Babbo Natale, si erano già fiondati sulle prime casse, più o meno dalla parte opposta a cui si trovava lui con l’ostaggio, come previsto dal piano. Ogni tanto sentiva un colpo secco di fucile o pistola. Le cassiere non avevano eseguito il suo ordine, preferendo mollare lì tutto e confondersi con il resto della clientela. I due Babbo Natale dovevano quindi faticare per aprire le casse rimaste chiuse, alcune delle quali venivano fatte saltare direttamente con una fucilata, così, per accorciare i tempi.

Quando rimise fuori il naso il Diretore, che ancora teneva davanti a sé, ebbe un scatto indietro e poi un sussulto. Lo sentì afflosciarsi sulle gambe, rimanendo in piedi solo perché lui continuava a stringergli l’avambraccio sulla gola. Sentì un liquido caldo colargli sull’avambraccio e gettando un’occhiata alla pancia dell’uomo vide la camicia lacerata e imbrattata di sangue. Lo mollò e cadde. Con un balzo fu di nuovo dentro l’ufficio.

«Ehi» gridò «Ma che cazzo avete fatto, coglioni, dove po*****io sparate!».

Fuori la folla si era ormai diradata, la maggioranza era già riuscita a uscire o a rintanarsi nel reparto alimentari, mentre rimanevano solo poche persone accucciate dietro a una cassa o tra gli scaffali del centro commerciale. Erano i pochi che si erano cagati sotto rimanendo paralizzati dalla paura.

La risposta che ricevette fu un secondo colpo di fucile che tirò giù una porzione di intelaiatura della porta, che esplose in mille schegge. «Ma che cazzo…». E poi fu il casino. Un mitra, probabilmente un Ak-47, si mise a sputare pallottole a destra e a sinistra. Il Babbo Natale sapeva che nessuno dei suoi due soci aveva un mitragliatore, si erano portati dietro solo pistole e due fucili da caccia. Lui aveva raccattato ‘sto canne mozze con caricamento a pompa pagato due soldi da uno che smerciava questa roba e che gli doveva un vecchio favore.

Sdraiandosi sul pavimento mise fuori il naso dall’ufficio. Un tizio appostato dietro un banco del reparto “telefonia mobile” e mascherato come una Renna natalizia con tanto di campanellino attaccato a un orecchio, sparava con l’Ak ai suoi due compari. Uno dei due Babbo Natale si era accucciato dietro la cassa numero 9, nell’incavo tra il rullo di scorrimento e il computer che sputa il prezzo. Il secondo, invece, se ne stava riverso immobile sul rullo della cassa numero 12, la barba bianca risucchiata dal rullo stesso che gli impediva di cadere.

Poi sentì bruciare una spalla. Era come se gli avessero infilato un ferro rovente nella carne. Si girò di scatto e vide una seconda Renna in piedi dietro di lui che lo prendeva di mira con un pistola automatica. Il colpo del suo canne mozze la prese in pieno petto facendola volare indietro contro un bancone in cui erano sistemati in modo ordinato una serie di prodotti tipici ossolani, dal pane di Coimo a una sfilza di barattoli di miele di diverso colore.

Rigirandosi e mettendosi a sedere vide una terza Renna che cercava di aggirare la cassa numero 9 per prendere alle spalle il suo socio Babbo Natale ancora vivo. Ricaricò. La spalla gli faceva un male cane. Prese fiato e si spinse fuori dalla porta, sempre con il culo attaccato al pavimento. Sparò due colpi in rapida sequenza stringendo i denti per il dolore. La Renna, la seconda, si era accucciata dietro un grosso scaffale pieno di caramelle e cioccolatini da dove spuntava fuori solo un mezzo corno di stoffa. Le sue fucilate fecero saltare via la sedia della cassa numero 8, ma la Renna non aveva alcuna intenzione di mettere il naso fuori.

Il suo compare, la Renna con l’Ak-47, invece, prese a tempestarlo di raffiche da tre colpi ciascuna che continuavano a staccare grossi pezzi di intonaco e legno tutto intorno alla porta. Ricaricò di nuovo e si mise in attesa che quello la smettesse con tutto quel casino.

Il boato fu terrificante. Esplosero luci e televisori, pezzi di vetro e telefonini volarono un po’ da tutte le parti. Sdraiandosi sul pavimento mise fuori il naso quei centimetri che gli bastavano per scorgere un tipo vestito da Piccolo Aiutante di Babbo Natale avanzare con un bazooka in braccio. Altri due uomini conciati come il primo avanzavano dietro di lui, il primo con un Uzi a tracolla, il secondo con un revolver argentato e grosso come uno di quei cannoncini di poppa che aveva visto una volta, da piccolo, in un film sui pirati.

Non erano troppo lontani: prese la mira e fece saltare la testa al primo, quello con il bazooka. Il cappello con il trillino volò via fermandosi sopra un albero di Natale tutto imbiancato di una neve artificiale. Schizzi rossi la rendevano un po’ meno candida. Il secondo Piccolo Aiutante di Babbo Natale, quello con l’Uzi, si mise subito a sparacchiare nella sua direzione. Il Babbo Natale ancora vivo, quello sotto la cassa numero 9, fece invece partire un colpo con il suo fucile da caccia che spezzò una gamba al terzo Piccolo Aiutante di Babbo Natale, che crollò a terra senza un gridò.

La Renna uscì da dietro le sue caramelle lanciando una bomba a mano nella direzione del Piccolo Aiutante di Babbo Natale con l’Uzi. Il tizio riuscì a gettarsi dietro l’angolo che si formava tra due corridoi, ma il suo compare con la gamba monca fu dilaniato dall’esplosione con pezzi di carne a spiaccicarsi sui muri bianchi del centro commerciale.

Era il momento buono: il Babbo Natale uscì correndo dall’ufficio del Diretore andandosi a riparare dietro uno stand di scaldabagni in mezzo al lungo corridoi delle casse. Da dietro un boiler alto un metro e mezzo e largo uno fece partire una fucilata che colpì la Renna dietro le caramelle al fianco. Una raffica di Uzi la fece poi tremare tutta e indietreggiare di alcuni passi, mandandola a rovinare sopra una pila alta tre metri di pandori che crollò sopra il suo cadavere.

Il Piccolo Aiutante di Babbo Natale con l’Uzi sparò una raffica della direzione del Babbo Natale nascosto dietro il boiler gigante. Le pallottole si conficcarono nel metallo di rivestimento dello scaldabagno con un rumore sordo. Il Babbo Natale della cassa numero 9 sparò un colpo di fucile verso il tizio con l’Uzi, che rispose.

Quando il primo Babbo Natale si alzò dal suo nascondiglio, il compare sotto la cassa non si muoveva più, il fucile abbandonato lungo un fianco e la barba imbratta. Sparò un colpo verso il Piccolo Aiutante di Babbo Natale che rimaneva nascosto dietro il bordo dell’angolo. La pallottola staccò un pezzo di muro. Il tizio barcollò tenendosi la faccia con la mano, alcune schegge di intonaco l’avevano colpito in pieno volto costringendolo a mollare l’Uzi che volò a qualche metro da lui. Babbo Natale vide spuntare da dietro l’angolo uno stinco che terminava in una scarpa da elfo verde e con la punta rivolta all’insù. Sparò. Il Piccolo Aiutante di Babbo Natale crollò a terra, gli occhi chiusi e le mani a cercare la sua arma.

Babbo Natale gettò via il fucile ormai scarico, con un po’ di fatica aprì la giacca rossa con la fibbia nera e dall’imbottitura sulla pancia estrasse una .357 Glock. Sparò. Tre colpi, bang bang bang. Il Piccolo Aiutante di Babbo Natale fu centrato in pieno petto crollando lì sul posto, il viso rivolto verso l’alto e le braccia spalancate. Aveva raggiunto l’Uzi, lo toccava con le dita della mano destra.

Nel centro commerciale non c’era più nessuno. Il silenzio era disturbato solo dal ronzare dell’impianto di riscaldamento e dalle sue potenti ventole che spandevano aria calda nei locali.

Con la Glock ancora in mano penzoloni lungo la gamba destra e un bruciore insistente alla spalla sinistra, si avvicinò al cadavere del suo compare, il Babbo Natale che aveva cercato rifugio sotto la cassa numero 9. Era ormai a pochi metri da lui quando un boato rimbombò lungo il corridoio del centro commerciale. Fu come se qualcuno gli avesse dato una spinta da dietro gettandolo bocconi sul pavimento. Però quando uno ti dà una spinta non ti senti anche mancare l’aria e non inizi a sputacchiare sangue d’un rosso scuro.

Alle sue spalle sentì avvicinarsi del passi. Il tipo procedeva lentamente. Quando gli fu sopra diede un potente calcio alla .357 che il Babbo Natale stringeva ancora nella mano destra. Quest’ultimo girò lentamente la testa, era come se qualcuno gliela tenesse appiccicata per terra, con ‘sta cazzo di barba che non la smetteva di fargli il solletico al naso e i calzoni che gli stavano sbriciolando le palle. Alzò gli occhi e la vide.

Era arrivata la Befana, con le scarpe tutte rotte e una .44 Magnum puntata proprio in mezzo ai suoi occhi.

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