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Bambini all’Inferno

Bambini all’Inferno, un racconto di Matteo Strukul per Sugarpulp

Dal cielo color sangue gocciola un tramonto imbevuto di malinconia e presagi.

La terra è una crosta bruna tagliata da un viottolo che si attorciglia in una serie di curve fino in fondo alla fattoria: un casolare in mattoni sbrecciati, con davanti un portico cadente e sporco. Di fronte, due auto parcheggiate: una Bmw nera 320 e una Audi A 4 blu cobalto.

L’aria è calda e collosa. Toglie il fiato, rende la testa pesante. Il mio corpo è tempestato da centinaia di gocce di sudore. Controllo le Sig Sauer P 226 nelle fondine ascellari. Pistole compatte, comode e letali. Caricatori bifilari da quindici colpi.

Da dove sono possono vedermi in ogni momento. Però non mi aspettano. Non sanno che li ho seguiti fino a qui. Non sanno di essere delle vittime.

Ora.

La distanza da qui alla finestra sul retro della fattoria: duecento metri circa.
Estraggo il binocolo Bushnell Falcon. Verifico il campo d’ azione. Tutto ok.
Controllo i caricatori di riserva nelle strap del giubbotto militare.

Rock’ n’ roll.

Comincio a correre.
Copro la distanza in poco più di venti secondi. Cerco di fare il minor rumore possibile. La terra è umida e morbida. Attutisce i miei passi. Raggiungo il muro in mattoni. Mi appoggio. Controllo la stanza su cui si apre la finestra. È una cucina. Nessuno. Ma vedo la luce sfarfallante di un televisore. Quindi qualcuno arriverà fra poco. Mi infilo i guanti in lattice.

Avvito i silenziatori alle bocche delle Sig Sauer.

Tempo di andare in scena.

Scavalco il davanzale della finestra che dà direttamente sul retro della casa. Ancora nessuno. Sul televisore, tenuto a basso volume, danno un gioco a premi, uno di quelli con Enrico Papi. Pile di piatti sporchi nell’ acquaio e poi bicchieri, posate coperte di incrostazioni e residui di cibo. Una ciotola sul ripiano di legno del mobile cucina colma di mele Granny Smith. Verdi come gemme a primavera. Il ronzio del frigo: sordo e ostinato. La porta è aperta. Tengo le pistole in presa alta. Sbircio dall’ entrata della cucina per capire cosa mi aspetta oltre quella soglia.

Un corridoio, vuoto.

Destra o sinistra?

Destra.

E poi vado dritta. Di fronte a me c’ è la porta di un bagno. Sento lo zampillare dell’ acqua nella doccia. Porta socchiusa. La spingo leggermente con il gomito.

Di fronte a me c’ è un uomo in boxer bianchi. Di spalle. Muscoloso, non troppo alto, tarchiato. Schiena completamente depilata. Un levigato armadietto di carne.
Non mi ha sentito arrivare. Il getto d’ acqua della doccia ha coperto il rumore della porta. Probabilmente la voleva calda, l’ acqua. Gli dò un colpetto sulla spalla con la Sig Sauer che stringo nella destra.
Si gira. Spalanca gli occhi come due fanali. Gli infilo la canna della pistola dentro la gola. Silenziatore compreso. Tiro il grilletto due volte.

Ciunk, ciunk.

Doppio impatto. I proiettili 9 mm Parabellum Hollow Point fanno esplodere un geyser di sangue, carne e materia cerebrale alla base del cranio. Una chiazza color rosso vino si vaporizza sul tappeto bianco del bagno mentre la testa dell’ uomo dondola come un pallone da basket sgonfio.

Il Tizio si stacca dalla canna della pistola mentre i suoi denti grattano l’ acciaio con uno scricchiolio sinistro. Si accascia al suolo. Fuori uno. Lascio aperto il rubinetto della doccia.

Mi giro ed esco dal bagno. Mi chiudo la porta alle spalle. Posso andare solo a sinistra, lungo il corridoio. Lo faccio. Dopo altri due passi la porta che ho davanti si apre. Sulla soglia compare un uomo magro, dalla carnagione pallida, quasi itterica, con dei capelli a spazzola pieni di gel. Ha degli occhialetti con una montatura da nerd appollaiati sul naso. Mi vede. Fa appena in tempo ad aprire la bocca.

Ciunk, ciunk, ciunk.

Il corpo indietreggia incassando due dei tre proiettili in pieno petto. Fiori rossi sbocciano sulla camicia azzurra. Una scia di sangue cremisi erutta dalla testa e frusta l’ aria dietro di lui andando a schizzare il legno della porta e quello che sembra il lenzuolo di un letto matrimoniale.
Il nerd cade in ginocchio e poi crolla in avanti con la faccia sul pavimento.
Niente da fare vecchio mio.
Procedo verso di lui. Lo scavalco, entro in camera.
Nessuno.
A sinistra un armadio a muro. Di fronte a me un letto. Ci giro attorno. Vedo un cassettone. Sul cassettone c’ è uno stereo e una pila di cd. Prendo il primo che mi arriva a tiro. Bryan Adams. Niente male.
Infilo il cd nel lettore. Parte Please forgive me.
Giro i tacchi e torno verso l’ entrata della camera da letto.

Sono di nuovo in corridoio, lo ripercorro al contrario. Arrivo all’ altezza della cucina. Procedo sull’ altro lato del corridoio. Nessuna porta. Il corridoio sbuca in una sala da cui parte una scala di legno. Ampia. Tre brevi rampe che girano per arrivare al piano superiore. Ventiquattro scalini in tutto.
Tutto ok, se non fosse che c’ è una bionda dalle tette grosse e le gambe lunghe
che sta scendendo e che fa a tempo a vedermi. Dice solo due parole.
– Brutta troia!

Ciunk: le esplode la tetta di destra. Ciunk: idem per la sinistra.

La bionda perde l’ appoggio sul gradino e scivola giù per le scale mentre le sue ossa si macinano contro il legno.
Non ho nemmeno il tempo di avvicinarmi che un fucile da caccia esplode due colpi. Sgranare di pallettoni calibro 12 da quella che sembra a tutti gli effetti la bocca affamata di un Mossberg a pompa.
Mi tuffo di lato mentre i proiettili impattano sul pavimento sollevando una tempesta di schegge di legno. Addio parquet.
I colpi arrivavano da sopra. E i Parabellum delle Sig Sauer non passano i mattoni del soffitto sopra di me. Perciò mi rimetto in piedi e, vaffanculo, salgo su.
Salto in avanti verso la scala.

Prima rampa. Altri due pallettoni fanno esplodere in una tempesta di legno la ringhiera della scala, un terzo mi fischia vicino. Troppo. Sento una fiammata improvvisa al fianco, appena sotto il seno destro. Bastardo. Una chiazza rossa si sta allargando. Ma il proiettile si è schiantato sul muro dietro di me. Colpo di striscio. Ma fa un male boia, cazzo.

Filo zigzagando sui gradini svuotando i caricatori delle automatiche che abbaiano rabbiose. Sparo verso il corridoio che vedo in alto a sinistra da cui sono arrivati i colpi. I 9 mm Parabellum mordono l’ intonaco dei muri in un frullare di schegge, pezzi di muratura che si staccano in girandole impazzite. Copro le due rampe di scale che mancano e appena arrivo sul ballatoio faccio una capriola sulla destra mentre un altro boato fa fuori quello che restava della ringhiera della scala. Mi riparo dietro il muro. Il mio amico sparatutto è dietro l’ angolo.

– Dove cazzo sei stronza?
L’ urlo sembra quello di una belva ferita.
– Sei venuta a farti ammazzare?

Lo lascio parlare. Faccio scivolare fuori i caricatori e innesto quelli nuovi. Altri trenta colpi. E sono tutti per te figlio di puttana. Scivolo lungo il muro. Sono in quattro i carnefici. Questo è l’ ultimo. Devo ricordarmi di tenerlo intero almeno un po’ per fargli dire quello che mi serve.

Giro l’ angolo. Pistole spianate. Due porte lungo il corridoio, tutte a destra. La prima a vetri. E poi una terza in fondo. Indovinate? È quella che esplode spazzata via dai pallettoni. Scarto di lato e mi tuffo, sfondando la porta a vetri. Una tempesta d’ aghi freddi mi trafigge ovunque. Merda. Atterro in mezzo ai vetri. Mi giro sulla schiena e faccio fuoco.

Ciunk, ciunk, ciunk, ciunk.

L’ orso davanti a me è venuto a guardare e quattro pallottole gli hanno tagliato
le gambe.
Adesso è per terra e urla per il dolore. Lancinante.

– Puttana! Troia! Che male cazzo!

Sbatacchia le braccia come uno scarafaggio girato a zampe in sù. Mi rialzo in piedi. Stringo i denti. Gli pianto uno stivale sulla gola e comincio a spingere.

– Dove sono, stronzo?
– Cosa? Cough, cough…
– Lo sai. Non obbligarmi a farti male davvero.

***

Scendo con la torcia accesa lungo la scala che conduce al seminterrato. Una puzza insopportabile di urina e feci mi taglia il respiro. Reprimo a fatica un conato. Di fronte a me pulsano come bulbi malati i salvaschermi di un paio di computer accesi.
Arrivata alla fine della scala cerco un interruttore. Lo trovo. Non appena lo premo la luce cruda e fredda dei neon sbuccia il buio. Davanti ai miei occhi esplode uno spettacolo agghiacciante.

Al centro del seminterrato c’ è un materasso chiazzato e consunto. Attorno sono piazzate quattro telecamere su altrettanti treppiedi. A fianco a quelle, sul lato destro, ci sono dei desktop. Mi avvicino ai computer. Sposto uno dei mouse: il salvaschermo scompare e si materializza un sito con immagini terrificanti.

Bambini: violati, stuprati, feriti.

Stringo gli occhi mentre una rabbia gigantesca mi sale nella gola. Giro lo sguardo attorno a me mentre il seminterrato diventa l’ anticamera dell’ inferno, un inferno per bambini. Lo sguardo mi cade di nuovo sul materasso.
Li mettono qui, i bastardi, e ci danno dentro. Si fanno riprendere e poi caricano i filmati sul sito. Le telecamere mi guardano mute. Avvoltoi meccanici che catturano spettacoli osceni.
Dall’ altra parte, nascosti nei loro appartamenti, dei merdosi pedofili pagano ogni mese un abbonamento per guardarsi quest’ inferno, costruito sul sangue dei bambini.
Guardo oltre.

Dietro alle cineprese, scorrono le sbarre di una serie di gabbie. E lì dentro vedo quello che non avrei mai voluto.

Bambini.

Sei.
Uno per gabbia.
Mi sento tremare. L’ orrore mi stringe la gola e vorrei piangere.
Guardo i piccoli. Seminudi, magri, scavati nel corpo. Sporchi, le costole in evidenza quasi a voler sfondare i corpi minuti. Due di loro mi fissano con occhi enormi, da alieni. Occhi increduli, pieni di disperazione, che pregano.
Gli altri quattro bimbi giacciono riversi nelle celle in mezzo ai propri escrementi.
Mi avvicino alle gabbie. Le apro una ad una con le chiavi che ho preso allo stronzo col fucile a pompa. L’ ultimo aguzzino.
I due bimbi rimangono in piedi, inchiodati.

– Gli altri sono tutti morti – mi dice il più grande. Avrà nove anni.
Non riesco a parlargli. Un silenzio nero e metallico sancisce il mio fallimento.
Ne ho salvati solo due. Gli altri sono solo corpi innocenti fatti a pezzi, stesi fra le gabbie di un letamaio. Abbandonati come sacchi di spazzatura.
Mi avvicino a loro. Gli accarezzo i volti e li stringo a me.

– Perdi sangue – mormora il più piccolo.
– Non ti preoccupare – gli rispondo con un filo di voce – non morirò oggi.
Sono venuta per portarvi via.
– E dove ci porterai?
– In un posto bellissimo e pulito.
Loro sembrano quasi volerci credere.
– Come ti chiami?
– Mila Zago.

Li prendo per mano e salgo con loro la scala. Ogni passo è una fitta di dolore. Cerco di portarli con me verso una pace che li allontani da questo seminterrato pieno di sangue e di allucinata crudeltà. Un po’ alla volta, mentre ci avviciniamo all’ uscita, mi sembra di respirare di nuovo.

Quando finalmente arriviamo nel campo, fuori da questa maledetta fattoria, il sole è ormai sceso.

La coperta scura della notte e la brezza che adesso soffia nell’ erba spettinando il verde sembrano portare con sé il profumo di un nuovo inizio.

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