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I bastardi di Pizzofalcone, la serie

I bastardi di Pizzofalcone, la serie

Grossa delusione per I bastardi di Pizzofalcone, che non si eleva dai rigidi schemi della fiction nostrana. La recensione di Massimo Zammataro.

E finalmente ci siamo. La stagione di fiction di Rai 1 esordisce con quello che tutti ci aspettavamo fosse un botto, ma che – invece – non è altro che un poco rumoroso petardo.

I bastardi di Pizzofalcone, tratto dalla bellissima serie letteraria noir di Maurizio De Giovanni, delude le aspettative che avevamo. Un po’ lo temevamo, per la verità, avendo avuto occasione di sentire da fonte certa alcuni aneddoti circa la stesura della sceneggiatura. Speravamo nel miracolo, ma ahinoi, non siamo stati smentiti.

Spiace doverlo dire, soprattutto per De Giovanni, amico Sugarpulp, ma I bastardi di Pizzofalcone poteva rappresentare la rinascita della rete ammiraglia la quale, invece, preferisce (ri)percorrere i sicuri binari dell’innocuo prodotto “senza olio di palma”, a differenza di Rai 2 che con Rocco Schiavone ha persino sfidato gli strali di alcuni politici benpensanti. E il confronto tra i due prodotti è ovviamente impietoso.

Ma veniamo ai Bastardi. Al di là della trama di questa prima puntata, piuttosto fedele al primo omonimo libro, si resta perplessi già dalla sigla iniziale che vorrebbe essere True Detective, ma ha l’impostazione anni ’80 di Dallas con sottofondo di blues partenopeo e macchie di colori virati al ciano che impiastricciano cartoline di Napoli e i faccioni dei protagonisti. Non si può vedere…

La fotografia, poi, è quella piatta e lucida di una fiction qualsiasi, che non provoca alcuna emozione legata alla trama o ai personaggi e che, soprattutto, non ricrea e trasmette quella viscerale napoletanità di cui i romanzi di De Giovanni sono pregni, ritraendo poco e male i luoghi del capoluogo campano in cui si muovono le vicende narrate: niente più che sfondi.

A dare ancora maggior fastidio, poi, è proprio il tentativo di trasfondere il sense of Napoli in una insistita parlata napoletana di cui nei romanzi c’è poca o nulla traccia. Siamo dalle parti di Un posto al sole

Ancora, I bastardi di Pizzofalcone si evidenzia come un clamoroso caso di miscasting come pochi. Al di là di Gassman che, poveretto, tenta di fare il possibile con dialoghi didascalici da prima elementare, si rivelano assolutamente sbagliate le scelte delle attrici chiamate ad interpretare la ristoratrice Letizia ed il pubblico ministero Piras che non c’azzeccano niente con quanto il lettore dei romanzi si immagina e si aspetta: credo fermamente che, salvo casi particolarissimi, anche la fisicità o il fisique du role, e non solo la recitazione, serva a completare e definire caratteristiche e carattere di un personaggio non secondario come Letizia o la Piras.

La caratterizzazione dei personaggi, infine, lascia anch’essa a desiderare: l’ispettore Lojacono non è lo sbirro duro e iroso (ma con un cuore) segnato dalle sua storia professionale, ma una specie di Don Matteo senza tonaca, una maschera inespressiva che ogni tanto fa mezzo sorriso o muove un sopracciglio come Roger Moore.

Gassman è spaesato e rassegnato, come il personaggio che interpreta. Gli altri sono inesistenti, come le loro storie personali (importantissime nei romanzi) che per il momento sono appena o per nulla abbozzate. Probabilmente verranno sviluppate più avanti, ma sarà curioso vedere come sarà affrontato il tema spinoso dell’omosessualità dell’agente Di Nardo o la vicenda religiosamente controversa di padre Leonardo.

Sarà altresì interessante vedere come saranno trattate le vicende narrate nei successivi romanzi (soprattutto Gelo e Cuccioli) che sono molto più forti, dolorose e nere di questa prima indolore puntata. La speranza è l’ultima a morire, si dice, ma viste le premesse… Per il momento, per i Bastardi di Pizzofalcone, è un no.

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