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Believe

Believe, la nuova serie di Alfonso Cuarón con lo zampino di J.J. Abrams: niente di nuovo sul fronte americano

Believe è una serie che aveva un carico di aspettative non indifferenti ancora prima di uscire. Vuoi per l’ideazione ad opera fra gli altri del regista premio Oscar Alfonso Cuarón, vuoi per il nome di J.J. Abrams fra i produttori esecutivi, l’hype era a livelli abbastanza alti.

Believe

Ho avuto modo di vedere il preair (la messa in onda ufficiale americana è prevista per oggi, 10 marzo) e devo dire che non mi ha colpito particolarmente. Quello che salta subito alla mente sono gli ingredienti tanto cari a J.J. Abrams: bambini dotati di super poteri, organizzazioni di uomini ombra dalle risorse incredibili che cospirano in segreto, protagonisti negativi in cerca di riscossa, colpi di scena a ripetizione, spesso telefonati.

La serie non è per niente brutta, il pilot dura una quarantina di minuti che passano senza annoiare troppo, e introducono, forse in modo troppo veloce, tutti i personaggi e l’ambientazione. Quello che salta subito agli occhi è che l’idea di fondo non è particolarmente originale (chi ha visto Heroes non può fare a meno di pensare a Salva la cheerleader salva il mondo) e lo sviluppo narrativo è banale. In più, ma qui è una mia fissazione da super fan di Banshee, le scene di combattimento sono troppo anni ’70, tutte mosse e mossette ma senza far scorrere sangue.

Nella storia della lotta fra gruppi segreti si inserisce una trama su un dottore, che servirebbe per farci capire meglio i poteri della piccola Bo, e a inserire quel tocco di drama familiare tanto caro ad alcune produzione americane, che invece fa solo sbadigliare.

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Insomma, quello che mi ha lasciato la visione del pilot è di un prodotto studiato per famiglie, rassicurante, che sia semplice da seguire, pieno di citazioni ma poco originale, poco incisivo. Una serie molto ammiccante verso lo spettatore.

Ecco, in Believe manca il coraggio di osare che c’era in Fringe, mancano i guizzi, le idee geniali, o anche le idee sbagliate, ma che almeno servivano a dare un’identità alla serie.

Certo, sulla base di un episodio è difficile giudicare una serie, ma i presupposti sono di una serie carina, forse in ritardo di una decina d’anni, che potrebbe anche durare un paio di stagioni, ma che non sarà sicuramente indimenticabile.

Nasce nel 1975 a Padova, completamente calvo. E’ convinto che sarà suo destino tornare ad avere quel tipo di pettinatura prima della pensione. Passa la sua età matura a bere spritz e bazzicare locali in cerca di donne, collezionando diverse figuracce che lo rendono noto in tutte le tre venezie. Riesce infine a incontrare l’amore della sua vita, che proviene da un’isola, la Sardegna, in cui la fama del Marzini non era giunta. Finito di correre dietro alle donne gli resta tempo libero, che dedica alla scrittura di racconti, fumetti e romanzi. Vince qualche concorsino letterario, pubblica dei racconti in diverse antologie, ma decide che vuole un romanzo con il suo nome in copertina. Inizia scrivere romanzi di diverso genere: dal thriller ucronico al romanzo di formazione, ma non funzionano. Decide allora di scrivere un romanzo per puro divertimento, senza pensare al giudizio della gente o a dimostrare di essere uno Scrittore con la esse maiuscola. Nasce Portello Pulp. Lo propone in giro e i primi ad accapparrarsi l’esclusiva sono Massimiliano e Serena, edizioni La Gru, su consiglio di Francesca Zannella. Per il resto Simone adesso sta lavorando a un nuovo libro, di genere diverso. Ma ha esaudito due desideri: pubblicare un romanzo e scrivere la sua biografia parlando di sé stesso in terza persona. A fine settembre è uscito il nuovo romanzo, Nordest Farwest. Nelle intenzioni dell’autore è il secondo di una trilogia pulp. Il terzo inizierà a scriverlo entro il 2013.

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