Belve in gabbia

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Belve in Gabbia, un racconto inedito di Stefano Zattera per Sugarpulp.

Imboccai la rotonda di Montecchio per dirigermi verso Verona. L’enorme scultura equestre di metallo, posta sul cerchio erboso, si ergeva minacciosa come il cavallo di Troia di un’invasione aliena. Girandogli attorno sentii un tonfo sordo provenire dal portabagagli.

“Vai piano Gennaro. Si rovina il carico”. Disse Carmine, e si infilò in bocca una MS gettando il pacchetto dal finestrino.
“Fanculo!” risposi, “Ti avevo detto di legare quella cazzo di testa. Testa di cazzo! E non fumare in macchina. Mia moglie si incazza!”. Cercò il pacchetto nel taschino della camicia e si accorse di non averlo più.

“L’ho legata” disse, ” Ma probabilmente si è rotto il sacchetto di plastica”. Si mise in tasca la sigaretta nuda.
“Cosa? Vorresti dirmi che la capa di quello stronzo rotola libera impiastricciando tutto il bagagliaio?”.
“Non è colpa mia. Queste cazzo di buste biodegradabili non sono buone come quelle di una volta”. Estrasse di nuovo la stizza e se la mise in bocca. Con una manata gliela strappai e la gettai dal finestrino.

“Lo sai cosa sei tu Carmine? Sei il più grosso stronzo che sia mai stato cagato su questo cesso di pianeta! Già ci tocca spiegare a Toni questa merdata della decapitazione. E adesso devo anche vedermela con mia moglie per come è ridotta l’auto!”.
“Be’. Che ci vuoi fare? Ormai la frittata è fatta. Se vai piano si sporca di meno”.
“Basta stronzo! Non parlare più! Non sparare altre puttanate!”. Un silenzio furioso saturò l’abitacolo. Comunque rallentai nonostante tutto quel figlio di puttana aveva ragione.

Chi me l’aveva fatto fare di mettermi con quella testa di cazzo di Carmine Cicero per quel lavoro? Nessuno dei ragazzi voleva più lavorare con lui. Si lasciava sempre prendere la mano. Era un patito dei film di samurai, lo stronzo. Si portava sempre dietro, nella fondina ascellare, un coltellaccio cinese lungo più di mezzo metro con la lama larga come una mano. Una specie di Katana-Machete che ad ogni occasione roteava facendo sfoggio di mosse da kung fu. Quella non era di certo la sua prima testa. Ogni volta che gli era capitato di dover far fuori qualche stronzo non gli era parso vero di tirar fuori quella cazzo di mannaia e… Zac!

Era basso e magro. Aveva i capelli a caschetto dritti e scuri e aveva anche gli occhi un po’ a mandorla. Si vestiva con tute da ginnastica gialle o arancioni con la riga nera. In somma, una specie di Bruce Lee scugnizzo. Era agile e spietato ma non si sapeva proprio controllare e a volte diventava un problema. Era per quello che i nostri a casa ce lo avevano spedito su a Vicenza. Ma era anche il nipote di un boss di Caserta e bisognava accettarlo senza discutere. Eppure Toni era stato chiaro.

“Quei figli e ‘ndrocchia di conciari non vogliono darci il dovuto per quello smaltimento. Andate da Fracasso tagliateli un dito e portatelo al suo socio. Vedrete che quella merda vi darà l’anticipo sul prossimo lavoro più la mancia!”. Altro che dito! Le cose erano andate a puttane e adesso avevamo quel cocomero che sbatocchiava contro la carrozzeria a ogni curva.

Parcheggiammo davanti alla pizzeria da Totonno ed entrammo. Era praticamente l’ufficio di Toni. L’aveva rilevata con i ricavi dei primi smaltimenti e aveva fatto salire suo cugino Totò, detto Totonno, da Caserta per gestirla. La pizza era buona come quella di casa nostra e inoltre avevamo una copertura per riciclare denaro e una sede per trovarci a definire gli affari.

Quando entrammo Il ragazzo stava armeggiando con la pasta sul piano di marmo. Erano le undici e trenta ma il forno era già caldo da un pezzo. Il locale era in zona industriale, circondato da concerie, e a mezzogiorno si sarebbe riempito di impiegati e operai.

“Uè Sasà! Tutt’apposto uagliò? Sì? Stai attento che ti scappano le alici!” dissi prendendomene una dalle coppette degli ingredienti.
“Tutt’apposto Gennà. E chi mi ammazza?” rispose il pizzaiolo asciugandosi il sudore dalla fronte, “Sto infornando un paio di marinare che Toni, Totò e i gemelli si stanno prendendo un’aperitivo”.

Salvatore era il nipote di Totonno ed era un pizzaiolo con i controcazzi. Stendeva la pasta che era una meraviglia ma all’occorrenza con un tirapugni sapeva stendere anche uno stronzo che aveva sgarrato.
“Sono nella gabbia?” chiesi.
“Si, andate pure che faccio portare dalla uagliona un’aperitivo anche a voi”.

Prima di andare controllai il mio ciuffo alla Elvis e l’assetto del collo della camicia di jeans sullo specchio dietro il banco bar. Mi tolsi i Raiban. Inutile. non c’erano cazzi! Ero sempre il più fico. La gabbia era una specie di retrobottega. Una stanza in fondo al locale oltre le sale da pranzo. Era lì che stava Toni quasi tutto il giorno a dirigere le attività.

Era latitante e meno si faceva vedere in giro meglio era. Per quello la chiamavamo la gabbia. In realtà era un posto superfico. Vetrata a parete che dava su giardinetto con siepe alta e colline sullo sfondo, tavolo da pranzo, da poker, Tv, stereo, computer, aria condizionata, interfono collegato al bar, divanetti per scoparci qualche zoccola o farsi una pennica e tettoia con tavoli esterni per prendersi il fresco. E infatti era lì, vista la bella giornata, che i ragazzi stavano gustandosi lo spritz all’Aperol.

A capo tavola c’era Toni Vastano. Il capo. Ed era davvero grosso e cattivo. Almeno centoventi chili di ciccia criminale. Con una bella mascagna di capelli neri come il catrame. Toni non era propriamente un diminutivo delle nostre parti. Ma cazzo, si chiamavano tutti Antonio in famiglia. C’erano Antò, Totò, Totonno, Nenè, Ninì, Tonio. E a lui era toccato Toni. Di faccia era sputato a Paul Sorvino – L’attore che fa il boss in Goodfellas – e aveva la sua bella capezza d’oro, grossa come catene da neve, che spiccava dalla camicia aperta. Insomma era lo stereotipo del camorrista.

Alla sua destra Totonno Vastano. Il cugino-gestore. Era meno grosso di Toni ma non sarei stato molto entusiasta di doverlo portare a cavalluccio. Scuro riccio con i labbroni rossi e carnosi come due salsiccie al sugo e una camicia hawaiana che dovevi mettere gli occhiali da sole per guardarla. Ristoratore da quando era in fascie. Dirigeva la baracca ma faceva anche da consulente a Toni sopratutto in questioni di conti e investimenti.

E poi Ciro e Vito Gargiulo. I guarda spalle di Toni. Due gemelli palestrati e tatuati alti un metro e novanta per novanta chili di muscoli. Capelli rasati e magliette aderenti serigrafate, Ciro con la faccia di Ozzy Osbourne e Vito quella di Gigi D’Alessio. Non sempre i gemelli hanno gli stessi gusti. Non avevano esattamente un’espressione da premio Nobel ma sapevano menare le mani e sparare come pochi. Diciamo che se non avevi almeno un bazooka in mano non era il caso che andassi a molestare Toni.

Uè! Gennaro! Carmine!” sbottò il capo stupito, “Ma che cazzo ci fate qua? Avete già terminato la fatica?”.
“Non proprio, Toni” risposi, “diciamo solo una parte”. Avrei dovuto lasciare a quello stronzo di Carmine l’incombenza di spiegare il casino che aveva combinato. Ma avevo paura che potesse peggiorare le cose.

“Ma che cazzo vuol dire? Non siete stati da Sgolmin?”.
“No. Da Fracasso c’è stato un disguido”.
“Ma come? Non siete riusciti a tagliargli il dito?”.
“Tagliare abbiamo tagliato. Ma non proprio il dito”.
“Ah no? E che cazzo avete tagliato?”.
“La testa?”.
“Cosa? Ma che cazz… Ma com…” bonfocchiò Toni mentre lo spritz gli andava di traverso, “Ma vaffanculo… Cazzo Carmine scommetto che sei stato tu! Vero? Hai tirato fuori quella merda di Katana!”
“Si Toni” stavolta fu Carmine a rispondere, mentre si infilava una MS in bocca “Ma non è una Katana! È un colt…”.
“Ma tu mi vuoi fare uscire pazzo? Non me ne frega un cazzo di come si chiama quella merda! La questione è che dovevi tagliare un cazzo di dito così che il proprietario potesse cagarsi sotto! Mi sa che mo’, senza testa, avrà dei seri problemi di stitichezza”.

“Non è colpa mia Toni. Io stavo tagliando il dito mentre Gennaro teneva fermo Fracasso” disse e si accese la paglia, “Ma quello stronzo mi ha dato una capata sul naso e non ci ho visto più!”.
“Ah ti ha dato una capata? Ma tu pensa che stronzo maleducato! Ecchecazzo gli stavi tagliando un dito cosa volevi che ti facesse, un pompino? Maronna do o Carmine! Carmine! Mi hai rotto il cazzo con le tue stronzate da samurai! Non siamo in Giappone non puoi tagliare teste come cazzo ti gira!”.
“Ma Toni io… “.
“Io un paio di palle! Domani chiamo tuo zio per dirgli che cazzo ne dobbiamo fare di te! Adesso ti do l’ultima possibilità.E vedi di non sfanculare tutto! Andate da Sgolmin e tornate con i soldi! Non con un’altra capoccia nel bagagliaio!”.

La testa rotolò nell’aria in un pallonetto da manuale – neanche l’avesse calciato Maradona – andando a schiantarsi di guancia al centro della piscina. Cazzo! Quel Carmine era pieno di talenti!

Sgolmin fece un salto sulla sedia sdraio facendo volare in aria il vassoio con la coca e la magnum di Franciacorta. I due bodyguard in tuta nera estrassero le pistole mettendosi in posa, spalla contro spalla, come i poliziotti dei film americani. I due trans nudi schizzarono fuori dalla piscina urlando come ossessi mentre un alone rosso si allargava nell’acqua azzurra come Aperol nel vino bianco. Il leopardo chiuso nella gabbia d’acciaio sotto il porticato dell’abitazione ruggì innervosito dall’improvvisa confusione.

Un tizio in frac, alto e stempiato, in piedi a fianco del conciaro rimase impassibile. Doveva essere un maggiordomo di formazione anglosassone campione del mondo di self-control. Sgolmin, in costume da bagno leopardato, infradito di coccodrillo e il corpo infarinato come un calamaro prima della frittura, vide la testa del suo socio che lo guardava galleggiando al centro della macchia di sangue. Gli occhi erano sgranati e la bocca semiaperta, muovendosi leggermente con il moto dell’acqua, sembrava dirgli: “Abbiamo fatto proprio una bella cazzata a metterci con questa gente”.
“Porca puttana!” esclamò la metà viva della società, poi fece una carrellata sull’alta siepe che disegnava il perimetro della sua villa ai piedi del castello di Arzignano.

Tutto tranquillo. Non riusciva a vedere niente di insolito. Carmine spense la paglia, finì di pulirsi il sangue dalla punta della scarpa da ginnastica All Star con un fazzoletto di carta e prese il fucile di precisione. Ok. Avevamo creato la giusta tensione. Era ora di entrare in scena.

“Ci dispiace di interrompere il piscina party Sgolmin” urlai da dietro la siepe, “Ma dobbiamo chiudere i conti! Il tuo socio, come vedi, non è in grado di farlo! Diciamo che non ci sta più con la testa”.
“Col cazzo! Non vi devo niente! Ho pagato fin troppo terroni di merda!” poi si rivolse ai suoi scagnozzi, “Sparate a questi stronzi idioti che aspettate?”.

Gli sgherri puntarono i ferri verso un ipotetico punto della siepe da dove pensavano potesse arrivare la mia voce. Ci furono due tonfi silenziati e subito si accasciarono a terra uno sopra l’altro come stronzi di cane ai giardinetti. Quel figlio di puttana di Carmine ci sapeva fare con il fucile tanto quanto con la mini katana. Era proprio una piccola fottuta macchina da guerra piena di risorse. Peccato che fosse la testa di cazzo più grossa dell’intero universo.

“Che ti credevi di fare?” urlai, “Volevi metterti contro di noi con due buttafuori del cazzo? Ma lo sai con chi hai a che fare coglione?”. Sgolmin, i trans e il maggiordomo, si fiondarono in casa come razzi richiudendo le porte.
“Ok. Andiamo a prenderci il dovuto! E mi raccomando Carmine. Vacci piano con la mannaia. OK?”.
“Non è una man… “.
“Ok! Non rompere i coglioni! Hai capito cosa intendo! Hai sentito cosa ha detto Toni”.
“Vabbuò!”.

Saltammo la siepe e ci avvicinammo alla casa accucciati riparandoci dietro i cespugli di bosso, sagomati a forma di donnine con le tettone, sparsi nel prato all’inglese. Hai visto mai che quel pezzo di merda fosse attrezzato per il tiro al bersaglio.
D’un tratto uno scatto metallico seguito da un ruggito. Quel conciaro rottinculo aveva liberato il leopardo con un telecomando. Un antifurto efficace, niente da dire. Ci immobilizzammo dietro un cespuglio.

Il felino annusava l’aria. Aveva di certo sentito il sangue che proveniva dalla capa in ammollo e dai due bodyguard stecchiti, i quali però erano caduti dietro un muretto fuori dal suo campo visivo. La belva individuò la capoccia di Fracasso e si mise a girare attorno alla piscina tentando ogni tanto una zampata sull’acqua.

Io e Carmine ci guardammo in silenzio. Un silenzio che voleva dire più o meno: “Buon per noi che quella bestia schifosa ha puntato la testa e non ci ha visto. Ma cosa cazzo facciamo adesso? Non possiamo avvicinarci alla casa e non abbiamo tutto il giorno a disposizione. Quel pezzo di merda non chiamerà certo gli sbirri ma sicuramente avrà il numero di qualche altra stronza guardia giurata che arrotonda fuori servizio. Inoltre abbiamo lasciato il fucile dietro la siepe perché ci impicciava per scavalcarla. La pistola è meno precisa da questa distanza e se lo sbagliamo quel bastardo ci è addosso con due zompi. Che cazzo si fa?”. Incredibile quante cazzo di cose riesca a dire uno sguardo silenzioso!

Carmine tirò fuori la sua cazzo di Katana-Machete e se la portò al petto mentre leggevo nel suo labiale: “Ci penso io”. Io sgranai gli occhi e allungai la mano verso di lui come per dire. “Fermo! Ma che cazzo vuoi fare?”. Ma quello stronzo era già scattato verso la casa. Mi alzai puntando la pistola verso il leopardo ma avevo Carmine nella traiettoria. La belva percepì il rumore, si girò di scatto verso lo scugnizzo-samurai e partì a razzo.

I due si correvano incontro come cavalieri al torneo mentre io cercavo un varco visivo per stendere il felino. E poi vidi l’incredibile. Il leopardo scattò in un balzo altissimo per piombare su Carmine ma quel figlio di puttana non si fece intimidire e saltò a sua volta. I due si incrociarono in aria. La bestia più in alto e il Bruce Lee di Caserta più in basso con il machete cinese spianato in avanti, come nella scena famosa dello sceneggiato di Sandokan.

E, proprio come nella trasposizione televisiva del romanzo di Salgari, quando ricaddero a terra Carmine era illeso e il felino aveva la pancia aperta con le budella che gli penzolavano di fuori come bretelle calate. La mascella mi cadde come se mi avessero reciso i tendini e gli occhi tentarono di abbandonare le cavità orbitali! Quel piccolo bastardo era un dannato supereroe!

Cazzo, era più letale e invulnerabile di Wolverine e L’Uomo Ragno messi assieme!

Il leopardo guardò incredulo i suoi organi interni che cadevano a terra come patate da un sacco bucato. Poi si accasciò e spirò! Carmine mi fece cenno di avanzare e ci portammo sotto una finestra. Lo guardavo e non credevo ai miei occhi. Quella testa di cazzo aveva appena affrontato e ucciso un leopardo con una cazzo di mini katana ed era calmo e tranquillo, pronto a continuare la missione! Altro che Tarzan. Quel figlio di puttana era Terminator! Era il fottuto angelo sterminatore sceso in terra!

Si sentivano delle voci nella stanza. Contammo fino al tre poi ci alzammo e scatenammo l’inferno attraverso i vetri. Scaricammo entrambe le pistole e ci abbassammo nuovamente. Ricaricammo e rimanemmo in silenzio. Tutto taceva.

Contammo di nuovo fino a tre e saltammo dentro la finestra distrutta. Nel grande salone uno dei trans era riverso sul divano in pelle di mucca pezzata con un buco in testa e uno sulla tetta dal quale usciva una poltiglia schifosa di sangue e silicone. L’altro era a terra nudo e ferito alla pancia. Si trascinava con le braccia lasciando una scia rossa come una grande lumaca con le mestruazioni. Il maggiordomo ferito alla spalla ma fermo in piedi, impassibile. Queste scuole britanniche sanno davvero il fatto loro.

Di Sgolmin non c’era traccia. Finimmo i superstiti e perlustrammo tutta la casa ma niente. Quel pezzo di merda doveva avere un bunker o qualcosa del genere con accesso segreto. Stavamo per rinunciare quando un forte rumore di sniffata oltrepassò una parete di cartongesso. Feci un cenno a Carmine che pronto la sfondò con un calcio da kung fu. Ci trovammo Sgolmin con la faccia bianca come un pierrot tossico seduto su un divano davanti a un mucchio di coca grande come una torta di compleanno.

Doveva aver sbroccato di brutto. Stava rischiando la pelle e non si era trattenuto da quell’ultima sniffata. La mente umana sa veramente toppare ai massimi livelli.

“Valeva la pena tutto questo bordello?” chiesi, “Adesso ci devi comunque dare i soldi”.
“Col cazzo!” urlò mentre estraeva una pistola da sotto il cuscino e me la puntava in faccia. Il ninja campano fu fulmineo e la testa di Sgolmin cadde sopra la torta bianca mentre rigagnoli rossi la decoravano come amarena.
“Merda Carmine! Ma che cazzo hai combinato! E mo’ che gli raccontiamo a Toni?”.
“Ti stava per fottere stronzo! Mostra un po’ di riconoscenza!”.
“Potevi tagliargli la mano stronzo! Toni vuole la grana. Se ne fotte della riconoscenza. Ne la testa ne il corpo ci daranno i soldi. La cosa funziona solo se sono ancora attaccati. Lo capisci, coglione?”.
“È una stanza segreta questa, no? Ci sarà una cassaforte”.
“Ti conviene! Perché se torniamo senza la cifra tonda Toni ti farà un culo grande la gabbia del leopardo! E poi lo farà anche a me, che non ho saputo fermare il tuo stronzo istinto a decapitare chiunque ti capiti a tiro!”.

Questa volta Bruce Lee ebbe il buon gusto di non rispondere. Forse si era reso conto di aver fatto una cazzata davvero grossa.
Frugammo e trovammo un vano segreto dietro un quadro orrendo ma c’erano dentro solo un paio di Rolex e una busta di bamba. Eravamo lontani dalla cifra che ci doveva quello stronzo senza testa. Dovevamo filare. Avevamo usato ferri silenziati ma i vetri infranti e le urla da maiale scannato dei due trans avevano sicuramente insospettito qualcuno dei vicini. Uscendo dalla casa mi chinai su uno dei bodyguard prendendogli la mano con la pistola dentro.

Mi girai verso il guerriero invincibile e lo chiamai, “Hey Carmine!”.
“Che c’è?” rispose mentre si accendeva una MS, “Che stai facendo?”.
“Dai un bel paio di boccate. Hai cagato fuori dalla tazza una volta di troppo”.
“Che cazzo dici Gennà! Ti ho appena salvato la vita!”.
“Se mi lasciavi crepare era meglio per te. Niente di personale. Ordini di Toni. Lo sai come vanno le cose se non lo faccio tocca a me e poi comunque qualcuno ti trova anche se scappi sulla faccia scura della luna”.
“Già, Cazzo! Porca troia! Mannaggia a me e quei cazzo di film di samurai” disse. Poi portò di scatto la mano dentro la giacca della tuta ed estrasse il coltello cinese.

Sparai aprendogli un buco in mezzo alla frangetta. Lo vidi cadere. Percepii un leggero capogiro, mi sentii scivolare di lato e all’improvviso vidi il mondo rotolare vorticosamente come se fossi dentro una lavatrice. Quando mi fermai vidi il mio corpo ancora in piedi senza testa con la pistola in mano che indietreggiava cadendo infine dentro la gabbia del leopardo che si richiuse automaticamente.

Poi tutto si dissolse nell’oscurità.

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