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BlacKkKlansman, la recensione

BlacKkKlansman

BlacKkKlansman, la recensione della nostra inviata a Cannes Silvia Gorgi del nuovo attesissimo film di Spike Lee.

C’è una linea poi non così sottile che unisce i razzismi di tutto il pianeta, e Spike Lee ci racconta storie che possano farci stare all’erta, che risveglino le coscienze, per non dimenticare, abbassare la guardia, e lasciare all’odio la scena.

“Quello del razzismo non è un problema solo americano – sottolinea alla press conference a Cannes71 il regista americano – questa m… accade nel mondo intero, dobbiamo svegliarci e non stare zitti, non si tratta di bianchi o neri, ma di tutti noi. Il mio film non può risolvere nulla, però può risvegliare le coscienze. Credo nella speranza, ma dobbiamo essere vigili bisogna smuovere le persone dalle loro certezze, il razzismo è un fenomeno globale: anche voi in Europa avete il problema dell’immigrazione, pensate a come alcuni dei vostri leader trattano i migranti”.

Prodotto dallo stesso team che ha realizzato Scappa – Get Out, film vincitore del premio Oscar, BlacKkKlansman, gran colonna sonora di Terence Blanchard, in concorso a Cannes 2018, è un’analisi inflessibile e reale delle relazioni razziali nell’America degli anni ’70, ma non solo, il filo del razzismo è sempre teso e ci riconduce al mondo in tumulto odierno, e nell’America di Trump, che in conferenza stampa non nomina se non come “quel tizio della Casa Bianca”, oppure “quel figlio di …. che dopo gli eventi di Charlottesville non ha puntato il dito contro gli estremisti di destra”.

BlacKkKlansman cita, infatti, l’evento tragico della morte della 32enne Heather Hayer, avvenuta nell’agosto 2017 durante la manifestazione antirazzista contro un raduno di neonazisti.

“Quando stavamo girando è accaduta la tragedia in Virginia e, poi, ho chiamato la madre della vittima per inserire nel film quella macchina che travolgeva la folla, volevo la sua benedizione e ce l’ha data”. Una sequenza shock e reale che vale già da sola la visione del film, la cui storia, vera, ci riporta agli inizi degli anni ’70, e ha come protagonista Ron Stallworth (John David Washington), il primo poliziotto nero a Colorado Springs: cespuglio di ricci neri in testa e determinazione da vendere.

Non solo Ron è voluto entrare in polizia, ma non vuole certo marcire nell’archivio dove i colleghi, che gli fanno aperto ostruzionismo, l’hanno relegato. No, lui si sente un detective, e l’ambiente razzista non lo scoraggia, conosce troppo bene gli insulti di un certo tipo, certi trattamenti, anzi lo motiva per inventarsi un’indagine che sembra paradossale.

Si infiltra così nell’organizzazione – mai pronunciare il nome di Klan – grazie ad una telefonata in cui si finge bianco, ed entra in contatto, come infiltrato, con le file del Ku Klux Klan, trovando nel collega Flip Zimmermann (Adam Drive) la perfetta controfigura per presentarsi agli appuntamenti, del resto è bianco, anche se è pure ebreo, anche se quelli del KKK non lo sanno.

Coltiva pure una relazione con il Gran Maestro del Klan, David Duke (Topher Grace). Prende forma così questo viaggio investigativo in cui Spike Lee alterna più registri cinematografici: si serve della commedia per concedersi battute anche su temi durissimi, e lo fa con uno stile alla Coen, e citando film alla base della black exploitation – blaxploitation – come Shaft e Superfly che appaiono sullo schermo, riferimenti pop, con cui attirare l’attenzione del pubblico verso il core del suo messaggio.

BlacKkKlansman è una riflessione attenta sulla storia, il film si apre con una famosa sequenza di Via col vento in cui sventola una bandiera confederata, in cui il regista utilizza l’action e la commedia come stratagemmi, utili a veicolare il collegamento fra quell’ “America First”, pronunciata dai membri del KKK e la propaganda del “Make America Great Again” della campagna di Donald Trump.

Insieme all’indagine come infiltrato, Ron segue il suo primo incarico ufficiale, che è quello di controllare dall’interno un gruppo di studenti universitari, capitanati dalla splendida Patrice (Laura Harrier), look alla Angela Davis, e una certa somiglianza nel volto con Lisa Bonet (Angel Heart) che ha invitato in città per un comizio Stokely Carmichael, uno dei più autorevoli esponenti delle Black Panthers.

E l’impegno e la didattica prendono la mano di Spike Lee, che monta in maniera incrociata la prosecuzione della storia con il racconto reale di Harry Belafonte, di fronte a dei giovani militanti, sul vero linciaggio di Jesse Washington del 1916.

L’anno seguente si realizzò Nascita di una nazione di D.W. Griffith – alcune sequenze vengono mostrate – colpevole, secondo Lee, di aver giocato un ruolo centrale nella rappresentazione dei conflitti di razza. Si allunga un po’ troppo Spike, con le sue due ore e otto minuti – criticità anche di altre opere nel Festival – per finire con il footage delle manifestazioni della Virginia, minimizzate nelle dichiarazioni da Trump.

Il regista di Malcom X è tornato dunque in concorso a Cannes, dopo 27 anni, e si è portato a casa il Granx Prix della giuria, per un’opera, che uscirà in USA il prossimo 10 agosto, in parte graffiante e lucida, ma non fra le sue migliori.

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