Blade Runner 2049, la recensione

Blade Runner 2049, la recensione di Andrea Andreetta

Blade Runner 2049, la recensione di Andrea Andreetta di uno dei film più attesi di tutta la stagione. Il classico film che devi vedere anche se non vuoi.

Blade Runner 2049 riparte da dove ci lasciammo nel lontano 1982. Villeneuve tesse i fili, noir, con continuità e maestria.

Entri in sala e parte il sonno pre-visione del giovedì, un afterwork duro da 2 ore e 35 minuti dal titolo Blade Runner 2049. Già apro sacchetti di libagioni per sopperire alla palpebra calante e bammm!, il sintetizzatore attacca con i suoni disturbanti tanto cari alla pellicola del 1982. Il cielo è plumbeo, piove e siamo alla ricerca di “un lavoro in pelle”.

Questa volta però non è il nostro travagliato Deckart ma il travagliato K qualcosa detto John. La storia che ci racconta questo Blade Runner 2049 parte trent’anni dopo gli accadimenti del melanconico Rick e l’altera Rachael. Nel mezzo tanta pioggia e devastazione senza fine, un mondo morente senza vie di scampo dove la vita assume forme nuove, non inedite, ma pienamente coscienti del loro posto tra gli dei.

Detto questo vi consiglio vivamente di guardarlo e sognare filosofeggiando sull’essere o non essere, su dove stiamo andando oggi, il senso della vita e soprattutto perché Ridley Sott ha partorito Prometheus.

La lunghezza non fa presagire nulla di buono per il vostro posteriore pertanto vi consiglio sale adeguate ma soprattutto schermi, proiettori e Dolby di livello, assolutamente out tutte le salette e i vostri televisori da 19”. Visivamente e acusticamente dovete avere il massimo per godere di un’opera complessa e narrativamente articolata come questa.

Dimenticate azione travolgente se non a momenti, come la felicità, godete di inquadrature e fotografia senza tempo, queste si resteranno come promemoria di continuità.

Insomma un film per appassionati, novelli e per tutti quelli che cercano la magia del cinema che fa la storia. Forse esagero, forse questo sequel mima ma non aggiunge nulla al capolavoro degli anni ottanta, forse Zimmer non è incisivo come il Vangelis dei bei tempi, forse si poteva fare più corto, forse si poteva mettere più azione ma non sarebbe stato più Blade Runner.

Gosling, Ford, persino Leto fanno la loro parte piccola e grande in questo dipinto ipnotico e deprimente, ma non disturbante, che Villeneuve inscena senza paura reverenziale, forte di una solida tecnica acquisita con Arrival e Sicario.

Sullo sfondo rimane la scrittura di Fancher e Green, potente ma mai troppo esuberante, forse volutamente asciutta per dare tutto lato immagine ed immaginario. Dialoghi ridotti all’osso lasciano spazio a una pioggia di lacrime, quasi a supplire alla mancanza di pioggia degli interni, molti primi piani, primissimi piani a rafforzare la fisicità immobile e compressa pronta ad esplodere.

Chiaramente tutti i trucchi narrativi di Blade Runner si ritrovano qui, fotocopiati, incollati senza neppure tanto nasconderlo come se fosse un enorme tributo ad uno dei film più innovativi della storia del cinema.

Dick ringrazia dall’extramondo perché questa è arte, non solo mestiere al servizio della produzione, vera arte senza se e ma che mette Villeneuve alla stregua di un Miller (Mad Max) o sua maestà Kubrick. Certo il produttore è sua eminenza Ridley Scott che segna il solco profondo su cui tutto il lungometraggio scorre.

E niente, il classico film che devi vedere anche se non vuoi.

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