Brimstone #Venezia73 dalla conferenza stampa

 

Brimstone a Venezia73

 

Ieri c’è stata la conferenza stampa di presentazione di “Brimstone”, film olandese, di Martin Koolhoveen, in concorso alla 73° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, con Dakota Fanning, Guy Pearce, Kit Harington, Carice van Houten, Emilia Jones, un western controcorrente, che ha smosso gli animi di molti, epico, potente, violento, con una storia che pone al centro le vicende di una donna in un durissimo West. Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, levatrice e muta, conduce la sua tranquilla esistenza, insieme a marito e figli, fino all’arrivo di un misterioso, quanto sinistro predicatore. Qui le domande al regista e al cast, nel corso della press conference.

Ci racconta la sua scelta di fare un western…

Martin Koolhoven: “sono sempre stato un amante del genere, ne ho visti moltissimi, solo che, per rendere il genere in maniera nuova, devi farlo in modo molto personale. Così ho pensato a quello che mi piace, e mi piacciono gli spaghetti western, ad esempio, perché trattano un argomento americano ma hanno un sapore italiano, come quelli di Castellari, insomma mi son detto che volevo fare qualcosa che avesse un sapore olandese, e la religione calvinista è così tipicamente olandese; poi credo che il film sia estremamente sovversivo, poiché questo mondo viene visto con gli occhi di una donna, è stata una scelta istintiva, dettata dalla pancia. Il wild west classico si basava solo sul 50 per cento della popolazione, lessi un romanzo che mi influenzò, dove c’era la sorella del protagonista che scappava, e che opzioni poteva avere la donna che scappa? O si sposava o diventava una puttana, questo è il mito occidentale molto maschilista che volevo scardinare. Ci sono sempre molti ruoli maschili, in questo film il personaggio femminile ha un ruolo di leader, era qualcosa di diverso, anche perché il pubblico lo potesse guardasse in un’atmosfera diversa da quella macho, e poi siamo rimasti fedeli a com’era la condizione della donna a quei tempi.

Il film, che dura più di due ore, è diviso in più capitoli, come mai questa scelta?

“L’ho strutturato in grandi parti perché quando lo stavo scrivendo – continua il regista – qualcosa è accaduto, se naturalmente mi mettevo a scrivere in modo lineare, non riuscivo a far funzionare la storia, così ho deciso di dividerlo in capitoli che non seguono un percorso lineare da un punto di vista temporale, vanno avanti e indietro, questo è stato il modo per rendere più emozionale la narrazione, insomma alla fine è venuto fuori così.”

Dakota, com’è stato per te interpretare il ruolo di una muta?

Dakota Finning: “Non vedevo l’ora di farlo, mi ha sempre affascinato il linguaggio dei segni, e anche l’idea di comunicare senza parole, con il corpo e le vibrazioni, e finire a far questo sullo schermo mi sfidava, mi metteva alla prova come attrice, sicché sono stata entusiasta di partecipare al progetto”.

Ha visto, è stato influenzato da un film come “The Salvation” di Kristian Levring (un western passato alla 67° edizione del festival di Cannes, danese, con uno strepitoso Mads Mikkelsen e Eva Green, una pellicola, per chi l’ha persa da recuperare)?                    

“Sì mi hanno detto che c’erano una serie di punti in comune, anche in The Salvation c’è una muta, interpretata da Eva Green, ma ho deciso di non vederlo, perché non volevo farmi influenzare.”

Perché ha scelto come sua protagonista Dakota Fanning?

Il personaggio di Dakota doveva essere potente, forte, e vulnerabile, insieme, e nel corso della storia fa come un grande arco, e per questo Dakota era perfetta, mi ha lasciato stupefatto, sbalordito, per le sue capacità attoriali. Probabilmente era già attrice prima di camminare, sa tutto del processo creativo, sul set le dicevo: “sapevi già dove andavo a parare vero?” – lei sa moltissimo di cinema, e sono sicuro che presto diventerà una regista, e proprio perché è così addentro al processo cinematografico potrebbe perdere l’anima, ma non può succedere perché Dakota va al di là ed è stata molto fedele al personaggio”.

E’ un film con moltissima violenza contro le donne, come avete affrontato quest’aspetto?

Dakota: “sia io sia Guy avevamo molte scene insieme, e lui è un personaggio molto violento, per me bisogna tenere separato quanto accade sul set dalla realtà, e se c’è posto per la violenza nel mondo ci deve essere anche nella finzione, questa storia lo richiedeva.”

Martin: “la protagonista è stata rovinata nella sua vita, ed è una cosa inaccettabile, perché la violenza è inaccettabile e per questo quando viene rappresentata deve darti quella sensazione, non la posso accettare, non può essere facile da guardare, spesso nella vita i segni della violenza non si vedono subito si vedono dopo nel corso dell’esistenza. Anche per quanto attiene la religione, non volevo essere blasfemo, volevo rispettare la verità e il personaggio.”

Avete girato in Europa, come mai questa scelta?

“Volevamo girare in Canada, ma quando stavo facendo le mie ricerche, i miei collaboratori mi han parlato di alcuni posti in Europa, così ho approfondito, e quando è emerso anche il problema del denaro del finanziamento della pellicola (il regista ha impiegato otto anni per riuscire a realizzare la pellicola) abbiamo pensato che l’Europa poteva essere una scelta migliore, ricercare finanziamenti qui permette di poter fare proprio la pellicola come volevamo. Molti dei paesaggi che vedete sono girate in Ungheria, poi modificati con il digitale. Abbiamo raccolto sette o otto paesi europei, anche se avevamo bisogno di un partner leader, e alla fine buona parte del finanziamento è arrivato dalla Germania, e poi dall’Olanda.”

Trova ci sia una nuova tendenza legata a girare un western?

“Credo di sì, l’importante è che la storia sia buona, poi il pericolo di quel che diventa di moda passi di moda,  ma, penso che resti uno dei generi fra i più interessanti, piace a tutti, nasce dai romanzi, è un modello in cui si può essere molto liberi, insieme a restare aderenti alla realtà, ci puoi inserire dentro di tutto, ad esempio la mitologia greca e contemporaneamente restare realista, l’importante è fare buoni western”.

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