Brimstone, la recensione

Brimstone è un western sulfureo. Il racconto potente della sanguinaria epopea americana con gli occhi delle donne.

Brimstone significa zolfo e mai titolo fu più appropriato, dato che il film del regista olandese  Martin Koolhoven è un western sulfureo e carico di violenza, al punto da risultare a tratti disturbante. Ma le ragioni non sono quelle che immaginate. Brimstone è un film potente, epico e nerissimo che racconta, per la prima volta direi, un genere – maschile per eccellenza – con gli occhi delle donne. Con gli occhi ancor prima che con le parole, poiché la protagonista Liz, una straordinaria Dakota Fanning, è muta.

Brimstone è anche un film biblico in cui la religione è un’arma, uno strumento di terrore, piegato dall’uomo ai propri violenti scopi: tante volte è accaduto nella storia al solo fine di giustificare gli atti più scellerati e terribili.

In Brimstone, Dakota Fanning è una levatrice muta che vive in un piccolo villaggio insieme a suo marito e alla famiglia. Amata e rispettata dalla comunità per quel suo dono, così prezioso durante le nascite, vede la sua vita andare in frantumi con l’arrivo nel villaggio di un diabolico predicatore dal volto segnato da due orribili cicatrici. Vediamo nei suoi occhi terrore autentico, quasi Liz conoscesse l’identità di quell’uomo terribile.

Un drammatico incidente, un parto podalico al quale il bimbo non sopravvive, trasforma Liz, agli occhi del villaggio, in strega: il suo essere muta, l’aver causato la morte del piccolo e quel suo mostrarsi donna diversa dalle altre perché orgogliosa e forte che viene inevitabilmente percepito come arrogante. Si scatena, sotto l’abile orchestrazione del reverendo, un’orgia di violenza che porterà alla terribile morte del marito Eli. Liz fuggirà dal villaggio con i suoi due figli, nel tentativo di sottrarsi alla furia sanguinaria del predicatore, un Guy Pearce in stato di grazia a livello recitativo.

Fin qui una trama diretta, efficace, molto classica. Ma è nella costruzione Tarantiniana del dramma – la suddivisione in 4 capitoli (Apocalisse, Esodo, Genesi, e Castigo) e il doppio flashback che porta a svelare il passato – la chiave vincente di questo incredibile film che fonde western, thriller, horror e pulp in una commistione di generi che esalta la visione autoriale e eversiva del regista Martin Koolhoven.

Scopriremo almeno tre generazioni di dolore nel racconto sanguinario di Brimstone, e di come l’ossessione per il sesso e la punizione conduca un uomo di chiesa ad applicare le categorie religiose nel modo più abietto e folle, in un clima di sopraffazione crescente che non manca di commuovere.

Perché il reverendo che all’inizio della storia sembra scuotere la chiesa del piccolo villaggio fin nelle fondamenta con una voce nera come il peccato che porta con sé, è intimamente legato a Liz, perché la ragazza non è muta dalla nascita ma ha un preciso motivo per essere divenuta tale, perché il suo rimanere in piedi, sempre e comunque, da autentica guerriera, è figlio di fatti terribili, a quando, tempo addietro, prima che Eli la prendesse in sposa, era una delle puttane nel bordello di Frank, interpretato in maniera luciferina e viscida da un formidabile Paul Anderson.

Brimstone è dunque un film straordinario, meriterebbe senz’altro di vincere il Leone d’Oro anche solo per la filosofia che ne sta alla base, che è poi quella di fornirci una prospettiva al femminile su un mondo da sempre raccontato al maschile, e poi per il modo lucido e estremo con il quale mostra le umiliazioni e le violenze perpetrate dagli uomini nei confronti delle donne in un contesto brutale e spietato com’era quello dell’Ottocento americano.

Un film con più di un messaggio importante, così com’è preziosa la lezione sul fondamentalismo religioso, sulla radicalità della punizione come concetto, del castigo. Sono temi allucinanti, di rado affrontati con tanta violenta chiarezza. In questo, Martin Koolhoven afferra un’interpretazione olandese del Western, calvinista come dice, lui che è innamorato da sempre di certo Spaghetti Western italiano – quello di Castellari fra gli altri – come genere nel genere, capace di cambiare gli stilemi e le regole di qualcosa che pareva acquisito e definitivo.

Ci sono almeno tre grandi interpretazioni femminili nel film che meritano righe di approfondimento: Dakota Fanning, anzitutto, è splendida. La sua Liz è colma di dignità e coraggio. L’amarezza e il dolore le salgono negli specchi azzurri delle iridi, ma lei non rinuncia al piglio guerriero e ribelle con cui opporsi a una legge e una religione che sono emanazione del potere maschile. La sua determinazione e energia sono dettate dall’amore di una madre disposta a tutto pur di difendere la figlia ma anche da quell’orgoglio e quella fierezza di essere una donna fino in fondo, senza piegarsi mai ai soprusi e alla sopraffazione.

Carla Juri, nei panni di Elizabeth Brundy, è altrettanto incredibile ed efficace, il suo è un personaggio pieno di fuoco e grinta, che non conosce resa, costi quel che costi. Carla ne mette in luce il coraggio e la fragilità, la dolcezza e l’orgoglio guerriero, tratteggiando una delle figure femminili più intense e memorabili del genere western.

Infine Emilia Jones è straordinaria nel ruolo di Joanna. Un personaggio, il suo, di grande forza e impatto emotivo. Testimone e poi oggetto di violenze indicibili, avrà la rabbia e il coraggio di ribellarsi, mettendosi in salvo con una fuga tanto difficile quanto catartica.

Per questo, qui a Sugapulp, pensiamo che Brimstone sia un grande film: in termini narrativi per i molti cambi di prospettiva e i tanti plot twist perfettamente calibrati, e poi per gli splendidi costumi, una fotografia livida e sontuosa, una colonna sonora impressionante, firmata da Junkie XL già responsabile delle musiche di Mad Max: Fury Road. Se dovessi trovare dei riferimenti visivi, citerei senza dubbio Gli spietati di Clint Eastwood per quel senso amaro di noir che lo avvolge e anche per quel modo implacabile di raccontare la violenza che è tanto più giusto perché … altrimenti non sarebbe violenza… come direbbe il maestro Tim Willocks. C’è molto Cormac McCarthy anche, penso a Blood Meridian, e il Walter Hill de The Long Riders, insomma il western meno convenzionale, meno classico e più autoriale, senza contare che proprio recentemente The Salvation del danese Kristian Levring e il lugubre Das Finstere Tal di Andreas Prochaska sembrano voler ridisegnare una lettura molto più europea alla quale anche Brimstone si richiama, se è vero che buona parte della vicenda è ambientata nella comunità di origine Olandese emigrata in America.

Inutile dire che almeno metà della critica ha ritenuto opportuno stroncare questo film senza cogliere e nemmeno considerare le infinite implicazioni storiche e sociali, e con una pervicacia sorprendente. La ragione è presto detta. A mio parere risiede nel fatto che il film tocca il nervo scoperto della narrazione al femminile, l’unica pellicola che racconta le donne con altrettanta sensibilità e intelligenza, che mi viene in mente, è Thelma e Louise del grande Ridley Scott. Ma naturalmente di tutto questo non frega niente a nessuno, o meglio, frega veramente a pochi. Leggere le lodi di Suicide Squad per dire e la stroncatura di un film così è semplicemente lunare e alimenta un infantilismo di ritorno che, per quanto mi riguarda, è una delle grandi piaghe del nostro tempo.

Per questo suona come una benedizione che i selezionatori della Mostra del Cinema abbiano voluto questa pellicola in concorso e i miei complimenti per una scelta tanto coraggiosa vanno naturalmente al direttore artistico e al suo staff per il coraggio e la sensibile lucidità nel comprendere quanto un film come questo fosse necessario. Ora speriamo in un premio che magari possa favorire una distribuzione italiana che al momento, manco a dirlo, non c’è.

Il pubblico, invece, potrebbe amare questo film per una storia sviluppata in modo eccezionale, per il carattere cupo e sanguigno, per le splendide interpretazioni e un tocco dark che rimanda alla grande tradizione del romanzo gotico europeo e a certa pittura fiamminga, penso a Bosch e a Brueghel.

Quello che vi troverete sotto gli occhi, alla fine, è una favola nera che per una volta è completamente dalla parte delle donne e, in un mondo come questo, Dio solo sa se ce n’è bisogno. Senza contare che i molti temi importanti trattati sfatano il mito che la grande narrazione popolare – e Brimstone popolare lo è eccome – non possa contenere riflessioni importanti e amare, in grado di far riflettere e di lasciare con sensazioni contrastanti nell’animo come solo la grande cinematografia sa fare.

Commovente, violento e magnifico.

Conferenza stampa a Venezia73

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