Broken City

Broken City di Allen Hughes non passerà certo alla storia, se non come uno dei film più brutti della stagione

All’interno delle strane ed imperscrutabili alchimie hollywoodiane può capitare, più o meno di frequente, che un regista dal curriculum solido ed interessante, un cast di attori di comprovato talento, e un intrigante soggetto per una pellicola di genere si fondano insieme per generare non l’ennesimo poliziesco di buona fattura, ma una delle peggiori e indigeste patacche della stagione.

Broken City, diretto da Allen Hughes, e interpretato da Russell Crowe e Mark Wahlberg, compie l’involontario miracolo di trasformare l’oro in piombo, sublimando gli oltre cinquanta milioni di dollari di budget in un pasticcio sconclusionato e veramente brutto, ben al di sotto delle più nefaste aspettative.

Il poliziotto Billy Taggart (Mark Wahlberg, efficace come sempre) viene cacciato dalla polizia per la poco pulita eliminazione di un indiziato di stupro, freddato in strada a colpi di pistola. Alcuni anni dopo Taggart, che si è riciclato come detective privato, si trova a seguire un delicato caso per conto del sindaco di New York (Crowe, qui veramente inguardabile), in corsa per un secondo mandato. In breve tempo Billy è, suo malgrado, risucchiato nei loschi e pericolosi traffici di quest’ultimo.

Broken City

La sceneggiatura di Brian Tucker, sulla carta, non è certo priva di spunti interessanti. C’è la suadente cupidigia del potere, che brutalizza i diritti e i sogni dei cittadini per cavarne fuori abnormi quantità di denaro da convogliare nelle tasche già gonfie della cricca dei potenti. E non manca neppure un giudizio benevolo nei confronti della giustizia della strada che, senza tanti fronzoli, è in grado di rimediare alle storture del sistema. Sistema che, con i suoi errori, può essere portato a dimenticare o a perdonare tragedie innocenti che non possono essere né perdonate, né dimenticate.

Tra i bonus dello script è da segnalare anche lo sguardo ironico sul mondo degli intellettuali newyorkesi, nelle scene che vedono coinvolti gli interpreti del film d’esordio della fidanzata attrice di Billy. Senza dimenticare il bel rapporto di positiva complicità tra lo stesso Billy e la sua sensibile e accorta segretaria Katy (Alona Tal, spigliata e in parte).

Sono, però, tutti spunti buttati alle ortiche. Con lo scorrere dei minuti, infatti, lo sviluppo della trama, nel suo continuo banalizzarsi senza voler andare realmente da nessuna parte, si fa sempre più confuso e irritante.

I cosiddetti colpi di scena lasciano abbastanza perplessi, non riuscendo mai ad essere delle vere svolte verso un nuovo snodo della narrazione, mentre la regia di Allen Hughes, orfano del fratello Albert, dimostra di non avere la creatività e la grinta necessarie per portare tanta mediocre confusione quantomeno ad un livello accettabile da b-movie.

Broken City

In Broken city tutto in realtà vorrebbe essere, anzi è, serie A. Dal cast (oltre ai nomi già citati, sfilano Catherine Zeta-Jones, Jeffrey Wright, Barry Pepper), alla produzione e, appunto, alla regia.

Ma non funziona quasi niente. Come abbia fatto il coautore, qui evidentemente in vacanza, di lavori pregevoli come Nella giungla di cemento, Dollari sporchi, From Hell e The book of Eli, a lasciarsi andare ad una tale pochezza, è un mistero decisamente più interessante delle stucchevoli e ridicole macchinazioni del corrotto sindaco Nicholas Hostetler (un Russell Crowe che raramente si è visto così svogliato) e degli impresentabili personaggi che, come alleati o rivali, gli ronzano attorno in attesa di arraffare una fetta della torta farcita di interessi speculativi.

Nicholas Hostetler parla con orgoglio della sua New York come di una Broken city, una città spezzata che con un’oculata amministrazione è riuscito a rimettere insieme, tenendone uniti i pezzi.

Su questo, purtroppo per lui, non c’è la controprova, visto che la sceneggiatura non si prende la briga di fare mezza indagine sociale seria nell’arco dei 109 minuti di durata del film. Di sicuro, al termine della visione di “Broken city”, ad essere andata in frantumi è anche la pazienza dello spettatore.

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