La camera n. 129, un racconto di Cristiano Idini

La camera n. 129, un racconto inedito di Cristiano Idini per Sugarpulp

L’uomo entrò nell’hotel, e si richiuse il freddo alle spalle. Nevicava con furia quella notte, e il vento rendeva difficoltoso ogni passo. Tirò un sospiro di sollievo, come se arrivare lì fosse stato una grande traversata.

Si diresse al banco del chek in, dove una giovane impiegata già sfoggiava il sorriso d’ordinanza. Accanto, una donna fasciata in abito bianco aspettava, con ai piedi una valigia. Sembrava nervosa. Forse per un vezzo, indossava degli occhiali da sole fuori luogo.

“Buonasera signore” disse la giovane impiegata. “Ha una prenotazione?”
“Sì” rispose l’uomo, e le disse il suo nome.

Mentre la giovane impiegata consultava il computer, un suo collega consegnava alla donna fasciata in bianco le chiavi di una stanza.

“È la 129” disse l’impiegato. “Terzo piano, in fondo al corridoio sulla destra. Ha bisogno di un facchino?”
“Faccio da me” rispose la donna, in tono gentile anche se asciutto.

Si chinò a prendere la valigia quando la giovane impiegata, d’improvviso, disse “Aspetti!”

Aspettarono tutti. L’uomo, la donna fasciata in bianco, il collega. Tutti guardarono lei, che impercettibilmente arrossì.
“Scusate, dev’esserci un errore… ” e indicò al collega lo schermo del computer. Il collega guardò, e sollevò un sopracciglio.
“Sì, sembra che ci sia un errore” disse anche lui.

“Un errore?” ripeterono quasi insieme, la donna e l’uomo. Si guardarono un secondo, poi tornarono a guardare gli impiegati.
“La 129…” continuò la giovane impiegata, ora arrossendo vistosamente “è prenotata anche a nome del signore”.

L’uomo e la donna fasciata in un abito bianco si guardarono di nuovo, stavolta più a lungo. L’uomo non riusciva a indovinare nulla di quegli occhi coperti dalle lenti scure, ma il resto del volto era più che serio. Si sentiva stanco, aveva avuto una lunga e pesante giornata e non vedeva l’ora di precipitare su un letto. Decise l’approccio morbido.
“Sono sicuro che troveremo una soluzione” disse agli impiegati.

Passò più di mezz’ora, ma non si trovò alcuna soluzione. L’albergo era al completo, e non c’era più nemmeno una brandina da poter piazzare in corridoio. Dopo consultazioni, telefonate, e grossi imbarazzi, gli impiegati mortificati presentarono loro l’amaro responso.

“Ma non è possibile!” urlò la donna, “ma che razza di hotel è questo?”
“Signorina la prego” disse la giovane impiegata tendendo le mani e implorando una comprensione che non sarebbe mai arrivata. Più in fondo, nella hall, alcune persone allungavano il collo per curiosare l’imprevisto. L’uomo invece tentava di mantenersi ragionevole.

“Dev’esserci un modo. Se questo hotel è al completo fate qualche telefonata e sistemate uno di noi da un’altra parte”.

“E chi di noi due dovrebbe uscire in quella bufera?” disse la donna, rivolgendo verso di lui i suoi penetranti occhiali da sole. L’uomo sospirò: “Naturalmente sarò io a sacrificarmi”. E poi, rivolto agli impiegati. “Naturalmente pretendo di venire rimborsato per il disguido”.

La giovane impiegata, che chiaramente avrebbe dato il braccio sinistro per essere altrove in quel preciso istante, con un filo di voce disse che purtroppo nulla di tutto questo era possibile.
“C’è un convegno in città, forse ne avrete… ehm, sentito parlare. Tutti gli hotel sono pieni da qui a tre giorni. Ho provato a chiamare lo stesso, ma…”
“Senta” disse l’uomo, “a questo punto mi accontento anche di una stanza di servizio, anche dello sgabuzzino dove tenete le scope. Basta che mettiate un materasso e una rete e io sono a posto. Che ne dice?”.

La giovane impiegata, il ritratto della mortificazione, scosse debolmente la testa. Pareva che stesse per vomitare da un momento all’altro. L’uomo e la donna si guardarono. Per lui, la cosa si poteva anche fare. Ma era chiaro che lei non ne voleva proprio sapere.
“Non se ne parla neanche” disse con voce glaciale.

Dieci minuti dopo, un facchino chiudeva la camera n. 129, genuflettendosi sino al pavimento e rinunciando alla mancia, e lasciando dentro un uomo e una donna che non si erano mai visti prima. I due, visibilmente in imbarazzo, guardavano dappertutto tranne che l’altro. La stanza era una suite, composta da un piccolo disimpegno con un divano e uno scrittoio, più in là il grande letto matrimoniale con un maestoso armadio bianco laccato, e in fondo una porta discreta che conduceva al bagno. La stanza era calda, e da una grande finestra al centro si indovinavano i fiocchi di neve che continuavano a cadere, scossi dal vento.

“Naturalmente io prenderò il divano” disse lui.
“Naturalmente!” replicò la donna. Poi, mettendosi una mano sul volto sempre coperto dagli occhiali da sole, sussurrò
“Mi scusi…”
“Come dice?”
“Ho detto mi scusi. Sono stata maleducata, questa situazione non è certo colpa sua”.
“Mi creda, sono inferocito quanto lei”
“Davvero? A me sembra anche troppo calmo”
“Sono solo stanco” e, come a confermare la frase, si sedette sul divano lasciandosi andare pesantemente.
“Anche io. Ho avuto una giornata…”
“…pessima” concluse lui.
Lei sorrise. “E questa è una degna conclusione, giusto?”
“Giusto”

Sorrisero entrambi, e per un attimo sembrò che la tensione si sciogliesse. Poi lui si alzò di scatto, come ricordando all’improvviso una cosa.
“Mi chiamo Michele” disse tendendole la mano.
“Mi scusi, che maleducata! Non ci siamo nemmeno presentati. Io sono Sara”.  Si strinsero la mano. Quella di lei era fredda. Lui indicò il suo volto.
“Scusi la curiosità… ma soffre di qualche forma di fotofobia?”
Lei si toccò gli occhiali da sole, le guance lievemente arrossate.
“No, io…” poi, con un gesto timido, li tolse. Aveva un occhio pesto.
L’uomo rimase a bocca aperta.
“Mi scusi, non avevo idea…”
“Non è come pensa, sa?”
“No certo, io… Non sono fatti miei d’altra parte”

La donna sembrò indecisa se indossare di nuovo gli occhiali scuri, poi si arrese all’inutilità di farlo e li posò sul comodino.
“Le spiace se uso per prima il bagno?”
“Assolutamente. Faccia con comodo”

Spensero la luce augurandosi una buonanotte frettolosa. Il silenzio denso di quella notte strana li avvolse, ma c’era nell’aria una qualche tensione che non voleva sciogliersi. Passò un’ora, e poi due. Michele si agitava nel divano, e sentiva Sara rigirarsi nel letto, ogni tanto lasciando andare qualche sbuffo di fastidio. Sempre più rari, i passi degli altri clienti sulla moquette, e le loro voci che facevano arrivare brandelli di conversazione sino alla stanza n. 129.

All’ennesimo giro sul divano, Michele afferrò il cellulare che aveva lasciato sul pavimento. Premette un tasto per vedere l’ora. Si sorprese nel vedere che erano le tre del mattino, e si ricordò di una frase che aveva letto tanti anni prima: diceva che nella vita di ognuno, prima o poi, arriva il momento in cui sono le tre del mattino. Era una frase che gli era sempre piaciuta, perchè diceva molto senza sprecare tante parole. E lui, in quella notte, si sentiva proprio così: come se quel momento fosse alla fine arrivato. All’improvviso, la voce di Sara spuntò dal buio.

“Non riesce a dormire?”
“Per niente”.
“Nemmeno io. Che ore sono?”
Michele glielo disse. “E io non ho nemmeno un po’ di sonno”,  disse lei.
Passò qualche secondo. Poi Sara aggiunse: “Senta, e se andassimo a bere qualcosa al bar?”

Il bar dell’hotel era un’ampia sala a vetrate, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, piena di tavolini in quel momento vuoti, ad eccezione di due uomini dall’aria triste che sorseggiavano qualcosa senza nemmeno guardarsi. Il barman armeggiava con un portatile, e sembrava curarsi poco di quel che gli succedeva intorno.

Sara e Michele presero posto in un tavolo vicino alla vetrata. Michele guardò fuori. Le poche luci dei lampioni sulla strada facevano emergere dal buio il turbinio di fiocchi di neve che cadevano incessanti, scossi dal vento, e non un suono di quella notte riusciva a superare la barriera dei vetri spessi che li separavano dal mondo di fuori. Era come se fossero in un nido, un’alcova segreta e protetta in cui nessuno avrebbe potuto raggiungerli.

“È ipnotico vero?” – chiese Sara.
“Come dice?”
“Guardare la neve che cade. È come fissare un fuoco. Si buttano sopra gli occhi e poi non si riesce più a staccarli”.
“Già”.

Il barman prese le ordinazioni. Sara prese un whisky liscio, Michele un’acqua tonica.
“Posso sapere il numero della stanza cui addebitare la consumazione?” chiese il barman a Michele.
“La 129”.
“E la sua signorina?”
“La stessa” disse Sara.
“Molto bene” rspose il barman, e andò via.

Michele e Sara si guardarono in silenzio per qualche secondo, poi scoppiarono a ridere.
“Una bella situazione del cavolo, no?” disse lei.
“Direi proprio di si”.
“Ma domani mi sentiranno. Parlerò al mio avvocato e gli chiederemo un bel risarcimento danni, altrimenti li denuncio tutti”.
“Sul serio? Pensa di denunciarli?”
Sara lo guardò, e poi guardò fuori. “No. In realtà non credo proprio”.

Arrivarono le consumazioni. Sara bevve un sorso generoso del suo whisky e rimase qualche secondo ad assaporarlo prima in bocca e poi in gola, ad occhi chiusi. Michele beveva la sua acqua tonica, giusto per fare qualcosa.

“Allora” disse Sara all’improvviso, “perché non mi parli di te? Possiamo darci del tu, a proposito?”
“Certo. Dormiamo nella stessa camera!”
“Giusto. Allora?”
“Allora che?”
“Allora dimmi chi sei, cosa fai, le solite cose”
“Beh…”
“Senti, ho idea che sarà una notte lunga, non sei d’accordo? Tanto vale che facciamo due chiacchiere”.
“Per carità, nessuna obiezione al fare due chiacchiere. Però… insomma non vorrei sembrare scortese ma possiamo parlare, che so, di politica, di attualità, di qualsiasi cosa. Perché proprio di noi?”
“Perché dici? Beh te lo dico come te l’avrebbe detto mia nonna: perché non c’è nulla di più interessante della vita delle persone”.
“Ma non saprei nemmeno da dove iniziare”.
“Beh” rispose Sara guardandolo da sopra il bicchiere, “magari potresti iniziare col dirmi come mai sei arrivato in un hotel nel cuore della notte senza portarti appresso nemmeno una valigia o una borsa”.
“Ah, te ne sei accorta”.
“Già”.

Michele guardò a lungo nel fondo del suo bicchiere, come se lì dentro potessero esserci le parole giuste per dire quello che voleva dire. Poi si riscosse, piegando le labbra in un mezzo sorriso. “Ma si, tanto a questo punto cosa me ne frega?”, disse quasi tra sé. E poi, guardando Sara, cominciò: “Possiamo dire che sono un matematico. Oddio, detto così sembra un po’ riduttivo, perchè sono anche un chimico, un fisico, un esperto in statistiche e una serie di altre cose”.
“In poche parole un nerd”.
“Un ne… beh no, diciamo che tecnicamente è una definizione sbagliata perché mi difettano quelle passioni-ossessioni tipiche della categoria tipo fumetti, cinema, televi… ”
“Michele”
“Si?”
“Era solo una battuta”.
“Oh, ok”.
“Continua. Scusa. Non ti interrompo più”.

“Si. Dicevo, sono tutte queste cose ma diciamo che in termini asciutti vengo definito un analista”.
“Un analista? Cioè uno psicologo?”
“Avevi detto che non mi avresti più interrotto”.
“Hai ragione, scusa”.
“Non un analista in quel senso. Le mie analisi riguardano situazioni, scenari, ipotesi scientifiche. Applicazioni ad ampio spettro di determinate invenzioni. Mi segui?”
“No”.

“Lo immaginavo. È complicato spiegarlo a parole. Faccio prima a raccontarti come è andata. Inizia tutto quando mi sono laureato, cioè in realtà alla mia seconda laurea, per l’esattezza in chimica. Dei tizi mi suonano alla porta e mi propongono un lavoro. Ricercatore. Ma non quel tipo di ricerca povera e senza sbocchi che di solito si fa nel nostro paese. Mi fanno capire che avrei avuto a disposizione tutto quello che uno scienziato può solo sognare: attrezzature all’avanguardia, collaboratori d’eccezione, budget pressochè illimitato. Il tutto con uno stipendio a fine mese che mio padre non guadagnava nemmeno in un anno”.
“Wow, devi essere davvero bravo” disse Sara.
“Puoi giurarci. Uno dei migliori. Per questo hanno voluto me”.
“Hanno chi?”

“È questo il punto. Sin da subito c’è stata una segretezza quasi maniacale sui miei reali datori di lavoro. Mi dissero che si trattava di una fondazione i cui titolari volevano mantenere uno strettissimo anonimato. Persino nell’ambiente scientifico il nome è poco noto, così come la sua attività.

Ma a me bastava che non fosse niente di illegale, e alle fine ero contento così. Passavo le giornate in laboratorio a fare quello che mi piaceva fare, non ho famiglia e non ho mai avuto troppi amici, forse sono un po’ sociopatico, non ho paura a dirlo, ma mi trovo molto più a mio agio tra libri e formule che non tra la gente. Ho risolto al quarto anno di matematica un rompicapo analogo all’ultimo teorema di Fermat, ma non mi è mai riuscito di decifrare quello che passa per la testa delle persone…

Ad ogni modo, e per farla breve, la mia vita si è semplicemente trasferita dalle biblioteche ai laboratori di quel mio nuovo impiego.

All’inizio è stato estremamente gratificante. Mi fornivano ogni tipo di mezzo per realizzare gli esperimenti più arditi, e dal punto di vista del ricercatore non c’è eldorado più prezioso. L’ambiente era stimolante, ogni giorno mi confrontavo con delle menti così argute che alle volte stavamo ore a teorizzare sui milioni di sbocchi che le nostre ricerche potevano avere.

Era come mettere in una stessa stanza tutti i maggiori filosofi dell’occidente, qualcuno ci dava il via e noi partivamo, e se alla fine della giornata non veniva la donna delle pulizie a spegnere le luci saremmo stati capaci di stare a parlare per settimane intere.

Questa cosa continuò per diversi anni. Poi quel muro altissimo che mi divideva dal resto del mondo iniziò a mostrare qualche crepa. Certo, l’ambiente era stimolante e tutto il resto, ma perchè delle nostre scoperte non parlava nessuno?

Voglio dire, non ambivo certo al nobel o altre sciocchezze del genere, ma era mai possibile che persino nel ristretto ambiente del mondo scientifico nessuno scrivesse nemmeno una riga nella più infima delle riviste citando il meraviglioso lavoro che stavamo portando avanti? Dove andavano a finire tutte le cose che facevamo? E poi, va bene la riservatezza, ma dopo tanti anni sentivo di meritare di sapere qualcosa in più di quei generosi datori di lavoro che ogni mese mettevano la loro firma (si fa per dire) sul mio assegno. In poche parole, stavo iniziando a sentire un po’ di insoddisfazione, unita ad una certa curiosità.

Devi sapere che la curiosità, per uno scienziato, è il principale stimolo ma anche il principale nemico. È un tarlo che una volta che inizia a roderti non ti molla più, sino a quando ti consuma del tutto. Così iniziai a tenere le antenne un po’ più dritte, a buttare un occhio più attento a quelle carte che prima solo firmavo in tutta fretta, a fare qua e là delle domande senza scoprirmi troppo.

E usai internet, e aprii gli occhi sul mondo esterno che prima sapevo a malapena esistesse. All’inizio non furono scoperte eclatanti, solo piccole coincidenze. Per esempio lessi di un villaggio in Ucraina dove da cinque anni nessuna donna riusciva più a rimanere incinta, e mi ricordai di un nostro vecchio studio combinato su alimentazione, metalli pesanti e gas naturali prodotti dall’atmosfera che potevano in determinate condizioni creare la morte degli ovociti.

Oppure la nostra ricerca su alcuni particolari composti chimici simili all’LSD, che avevano la capacità di provocare un immediato arresto cardiaco senza lasciare la minima traccia del loro passaggio, mi ritornò alla mente quando lessi di un concerto in Danimarca in cui dieci ragazzi, che non si conoscevano tra di loro, erano morti di infarto durante un concerto heavy-metal.

Cose di questo tipo, che quando superano la soglia dei grandi numeri possono voler dire una cosa sola: esperimenti.
Cercai disperatamente di sapere dell’altro, ma non so se per bravura loro o incapacità mia, più in là di così non riuscii ad andare.

Fino a quando non accadde una cosa. Martin, un mio collega tedesco con cui avevo lavorato fianco a fianco per dieci anni, un giorno non venne a lavoro. E nemmeno il giorno dopo, né mai più. Chiesi di lui, mi dissero che si era licenziato. Lo chiamai al telefono, ma il suo numero era disattivato.

Non sapevo dove abitasse, non conoscevo nemmeno uno dei suoi parenti, o amici, ammesso che ne avesse. In una parola: volatilizzato. Fu inquietante. Ovviamente non credetti nemmeno un istante alla storia del licenziamento, ma dovetti fare buon viso a cattivo gioco.

Così continuai con la vita di tutti i giorni, sino più o meno a due settimane fa. Mi trovavo a casa, era circa mezzanotte e stavo per andare a letto, quando all’improvviso il mio smartphone si è acceso da solo e ha iniziato a effettuare il download di un video di circa cinque minuti.

Quando lo guardai non potevo credere ai miei occhi. Era Martin, mi trasmetteva da chissà dove e iniziava quel messaggio con la più banale tra le battute dei film di spionaggio: caro Michele, se vedrai questo video vorrà dire che sono morto.

Mi vennero i brividi. Povero Martin, evidentemente anche lui aveva fatto in privato, e con maggiore successo, quelle ricerche che io avevo solamente iniziato. Del resto, mi secca ammetterlo, era sempre stato più bravo di me”.

Michele tacque, e bevve un bel sorso di acqua tonica, tenendo gli occhi chiusi. Quando li riaprì guardò fuori, nella bufera di neve che ancora agitava la notte. I due uomini nell’altro tavolino avevano da un bel pezzo lasciato il bar, e ora anche il barista sembrava in bilico tra la veglia e il sonno.

“Beh?” disse Sara dopo un po’.
Michele si scosse, e la guardò.
“Beh cosa?”
“Come cosa? Cosa diceva in quel messaggio il tuo collega?”
“Ah quello, pensavo l’avessi capito. Mi forniva i collegamenti necessari per arrivare ai nomi dei miei finanziatori, nonché le vie d’accesso ai loro canali top secret. Così seppi tutta la verità. Anche se, parliamoci chiaro, dentro di me l’avevo sempre saputo”.
“E cioè? Cosa facevi?”
“Applicazioni militari, Sara. Mezzi per uccidere la gente. Armi. Avevo le mani macchiate del sangue di chissà quante migliaia di persone. Era per quello che mi pagavano, e solo fino a un certo punto potevo dire a mia discolpa di aver semplicemente lavorato in un laboratorio. Ci sono colpe che coinvolgono a ogni livello, e questa era una di quelle. E così feci quello che Martin aveva tentato di fare, purtroppo invano”.
“Ovvero?”

“Raccolsi tutti i dati, i numeri, i collegamenti, in una parola tutte le prove delle attività della fondazione. Un lavoro di almeno dieci giorni. Stamattina le ho messe in una penna usb e su un cloud privato, ne ho fatto diverse copie e le ho spedite a tutte le principali testate giornalistiche del pianeta. Ne ho anche una con me.

Poi sono uscito di casa, ma non per andare al lavoro. In poche ore mi sono accorto che tutte le mie carte di credito sono state bloccate, il mio conto in banca prosciugato, tutte le mie password annullate, la mia macchina sparita e attorno a casa mia stazionano da diverse ore alcuni ceffi che non promettono nulla di buono.

Con gli ultimi soldi liquidi che avevo in tasca ho prenotato una stanza in quest’albergo, la nostra famosa camera numero 129, e adesso sono qui davanti a te, e probabilmente non ho nemmeno il tanto per pagarmi una seconda acqua tonica. Anzi, a questo proposito… sarei troppo sfacciato se ti chiedessi di offrirmi il bis?”

Sara chiuse la bocca per la prima volta da quando Michele aveva iniziato a parlare. Poi gettò in gola l’ultimo sorso di whisky tutto d’un fiato, senza nulla di sensato da dire. Non avrebbe creduto a una sola parola di tutto quel racconto, se a farglielo non fosse stato quell’uomo che pareva così palesemente incapace di inventarsi una fandonia del genere.
Alzò il braccio per attirare l’attenzione del barista, e rimasero in silenzio a fissarsi sino a quando quello non si allontanò dopo aver preso l’ordine del bis.

“Non dici cazzate” disse allora Sara. Non era una domanda, ma una affermazione.
“No”
“Mio dio… e cosa… cos’hai intenzione di fare?”
“Non lo so, Sara, non ho avuto granché tempo per pensare. Pianificare vie di fuga non è il mio forte, io sono un topo da laboratorio. Penso che lascerò che le cose vadano come devono andare”.
“Che cavolo significa?”
“Non lo so. Qualsiasi cosa significhi”.
Arrivò il barista, depositò i bicchieri.
“Sempre camera 129?”
“Si… no…” disse Sara. “Questi tutti sul mio conto”.

Passarono diversi minuti, e nulla si muoveva in quel salone ad eccezione dei loro bicchieri, che ogni tanto andavano alla bocca per poi essere di nuovo depositati, in silenzio e con lentezza, sul tavolino che li divideva.
Nessuno sapeva più che ore fossero, ma il sole sembrava ben lontano dal sorgere.

“Ora tocca a te” – disse a un certo punto Michele.
“Come dici?”
“Devi raccontarmi la tua storia. Pacta sunt servanda“.
“Che diavolo vuol dire?”
“Vuol dire che devi iniziare a fare andare la lingua e raccontarmi la tua storia”.
“Non c’è nessuna storia. In confronto alla tua, perlomeno”.
“Ti do una mano. Puoi iniziare dall’occhio nero che stavi tentando di nascondere dietro quell’improbabile paio di occhiali da sole”.
Lei sbuffò e sorrise. “Un po’ infantile no?2
“No, direi comprensibile. Marito o fidanzato?”
“Marito. Purtroppo”.

“Ti va di raccontarmi?”
“Ti avverto, Michele. È una storia di una banalità imbarazzante. Storie come la mia ne succedono a tonnellate, ogni giorno. Ma chissà perchè noi donne ci ricaschiamo sempre”.
“Non sarà banale, per me. È la tua storia”.
Sara gli sorrise, grata.
“Sei un gentiluomo, ma le cose non stanno così. Allora. Siamo stati fidanzati sette anni, e lui era tipo un principe azzurro, hai presente? Pieno di attenzioni, generoso, altruista, mi faceva sentire una regina. In più è anche un bel pezzo d’uomo e a letto non mi ha mai lasciato insoddisfatta, se capisci cosa intendo”.
“Per sentito dire”.

“Insomma, dopo sette anni mi convinco che sono pronta per il gran passo. Ci sposiamo ed è tutta una festa, poi luna di miele lunghissima, una vera favola in cui però la carrozza non si trasforma mai in zucca. Poi inizia la routine. La vita vera. E niente di male, mica la vita può essere sempre una vacanza.

Ma inizio a scoprire un suo lato… come dire… cupo di cui prima non mi ero mai accorta. Per carità, nulla di allarmante, solo momenti in cui capivo che era meglio lasciarlo solo, o magari discussioni in cui evitavo di dire quella parola in più perchè intuivo che qualcosa si sarebbe rotto.

Sino al giorno in cui rientro a casa più tardi del solito, perchè avevo avuto casini al lavoro e via dicendo. Lui è seduto al tavolo di cucina, al buio. Quando mi vede nemmeno mi saluta, mi dice solo che non ho preparato nulla per cena. Io quasi non gli do peso, inizio a raccontargli della giornataccia che ho avuto, del traffico, di tutte quelle cose, gli dico sai che facciamo? Ci ordiniamo una bella pizza e poi ci guardiamo quel dvd che…

Ma non faccio nemmeno in tempo a concludere la frase che sento un dolore sordo scoppiarmi in testa, e quando mi giro lui ha la metà di una bottiglia in mano, e l’altra metà è in cocci sul pavimento, dopo essersi rotta contro il mio cranio.

Sono stupefatta. Allibita. Incapace di reagire. Non è tanto il dolore quanto lo shock della sorpresa, capisci? E rimango lì a fissarlo senza dire niente, quando invece avrei dovuto muovermi e scappare. Perchè quella sera avevo solo incominciato a prenderle. Mi colpisce in ogni modo. Calci, pugni, testate. Mi sbatte contro il muro, mi schiaccia una mano con la scarpa e mi rompe un dito.

Èdurato, non so… forse mezz’ora, e alla fine mi ha lasciato a gemere nel mio stesso sangue e se n’è andato a letto. C’è voluta almeno un’ora prima che trovassi le forze, e il coraggio, di alzarmi. Sono andata in bagno, mi sono medicata come ho potuto, mi sono lavata. Poi sono andata a letto, e nel buio ho sentito lui che diceva: una moglie ha dei doveri. La cena è tra questi…”
“Mio dio…”

“Già… te l’avevo detto, è una storiaccia. E come puoi immaginare, la cosa non è per niente finita lì. Quei sette anni di fidanzamento? Una trappola. Nè più né meno. Non riesco a concepirlo in altra maniera, uno che riesce a fingere così. E il guaio è che io ero incapace di uscirne. Mi reputavo una persona forte, ma lui aveva imparato a conoscermi meglio di quanto non avessi fatto io stessa. Ero debole. Sono debole. E lui ha potuto fare di me quello che voleva, nel bene e nel male. Anzi più nel male, per essere onesti”.
“Ma non l’hai mai…”
“…denunciato? No, troppa paura. Per ottenere cosa poi? Nel nostro paese quasi quasi non ti mettono in galera quando uccidi, figurati se picchi la moglie”.
“È una storia orribile, Sara. Mi dispiace davvero”.
“Lo so, ti ringrazio”.

“Però insomma… ora sei qui, no? Vuol dire che l’hai lasciato”.
“Più o meno”.
“Cosa vuol dire?”
“Te l’ho detto, sono una fifona, non avrei mai avuto il coraggio di dirgli che lo lasciavo. Ma ho abbastanza spirito di autoconservazione da capire quando sto per arrivare al capolinea. Ed è successo qualche sera fa, all’ennesima lite per motivi inesistenti. Mi pesta come non mi aveva mai pestato prima, e si ferma solo perchè una coppia di amici aveva deciso di farci un’improvvisata e ha suonato il campanello. Salvata dal gong, potremmo dire. Più tardi, quando lui dorme e io fingo, giungo a una conclusione che mi gela il sangue nelle vene. Se non ci fosse stato quell’imprevisto, mi avrebbe ammazzata. So che non si sarebbe fermato sino a quando non mi avesse visto morta. È stato lì che ho pensato alla fuga”.
“Meno male. E quindi sei fuggita all’improvviso e sei venuta qua”.

“Non esattamente. Prima ho fatto una cosa che mi darà un certo margine di vantaggio”.
“Ovvero?”
“Tu leggi solo libri di matematica o ti capita anche qualche romanzo?”
“Romanzi? A essere sincero piuttosto di rado”.
“Lo immaginavo. Quindi non conosci Il gioco di Gerald£.
“È un gioco?”
“È un romanzo. Di Stephen King. Mmm, vedo il vuoto nei tuoi occhi. È solo il più grande scrittore horror vivente, o meglio lo è stato sino a diciamo Il miglio verde, non oltre, perché poi ha iniziato a sfornare cagate una dietro l’altra che… ma vabbè, lasciamo stare. Comunque in questo romanzo che ti dicevo, il Gioco di Gerald, protagonista è una donna che un giorno decide di accontentare il marito nel fare sesso in modo un po’ particolare. Lei è legata mani e piedi al letto, e lui le sta sopra a fare le cose che deve fare. Senonchè il tizio ha un infarto proprio nel bel mezzo del rapporto, e le muore sopra. Lei si ritrova sola, legata a un letto, in una casa isolata”.

“E questo cosa c’entra con tuo marito?”
“Diciamo che ho applicato il concetto, ma senza il morto di infarto. Se i miei calcoli ora sono esatti lui si trova a circa duecento chilometri di distanza, in una casa in campagna, con le mani e i piedi legati da calze di nylon alle sponde del letto, e spero abbia finito la voce a forza di urlare. Dal canto mio, mi sono messa al lavoro per svuotargli i due conti correnti, anche quello che non pensava io conoscessi, e ho messo insieme qualcosa come quarantamila euro in contanti, che sono tutti belli stipati in quel trolley con cui mi hai visto arrivare. Il passo successivo è stato prenotare la camera n. 129. Da qui in poi, se devo essere onesta, non so proprio quello che succederà”.

Nessuno dei due avrebbe mai pensato che prenotando la camera n. 129, in quell’albergo come ce ne sono tanti, sarebbero andati dritti verso un appuntamento fatale. Quasi mai, nella vita, vediamo le porte scorrevoli chiudersi davanti a noi, e non distinguiamo quel bivio polveroso se non quando è troppo tardi, e abbiamo già imboccato una strada e a guardarci indietro non abbiamo cuore di tornare, perché è tutto troppo buio.

Invece quella sera, dopo tanto parlare, ci furono altri bicchieri e niente più parole, Sara e Michele persi ognuno nella vita dell’altro, così consapevoli della notte che li attraversava come non lo sarebbero più stati per tutta la vita. Fu una sensazione speciale. Attraverso quell’indefinibile, magico potere del raccontare, ora erano tutt’uno, stretti in un abbraccio intimo che molte persone non raggiungono in una vita intera.

Sorse il sole. Lontano, indefinito, quasi un miraggio. Stiracchiò i primi deboli raggi e in pochi minuti ebbe ragione della notte, splendendo su quel bianco senza fine che aveva ricoperto ogni cosa. Il corpo era rotto e stanco, e l’ovatta di quel presente infinito stava per rompersi. La vita reclamava il suo scorrere, e il destino, qualunque esso fosse, li attendeva al di fuori di quell’albergo, dove le quattro mura della camera n. 129 non avrebbe potuto più proteggerli.

“Sai” disse Sara a un certo punto, “la mia macchina è parcheggiata fuori, col serbatoio pieno. Ho una sorella da qualche parte a nord, che credo non sarebbe così dispiaciuta di ospitarmi per qualche giorno, fino a che non mi rimetto in sesto. Se la conosco bene, anche se sono diversi anni che non la sento, non negherà un letto a un mio caro amico, se glielo chiedo con le dovute maniere”.
Michele la guardò un po’ di sbieco.
“Potrebbe essere un po’ pericoloso, temo”.
“Dici? Io non credo. Nessuno sa che mi conosci, nessuno sa dove sono diretta. E con quarantamila euro nella valigia mi sa che un volo da qualche parte riusciamo a trovarlo, che ne pensi?”.
“Mi sembra una follia”.
“Hai un’alternativa?”
“Allo stato, nessuna”.
“E allora cos’hai da perdere?”.

Ci pensò su. A quel punto, era la gran domanda. Pensò a Martin, pensò che aveva voglia di vedere tante altre albe come quella. A conti fatti, non c’era molto altro da pensare.

Lasciarono la camera n. 129 che ancora la notte non si era dissolta del tutto. E il motore della macchina di Sara, diretta verso chi sa dove, era l’unico rumore che accompagnava il nascere di quel nuovo giorno.

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