The Cartel, intervista esclusiva a Don Winslow

Giacomo Brunoro ha intervistato in esclusiva per Sugarpulp Don Winslow in occasione dell’uscita di The Cartel, il nuovo romanzo del maestro californiano

The Cartel, intervista esclusiva a Don WinslowThe Cartel è il nuovo strepitoso romanzo di Don Winslow, pubblicato il 23 giugno negli USA. In Italia il libro sarà pubblicato a dicembre da Einaudi e, a quanto pare, sarà intitolato Il Cartello.

Stiamo parlando di un romanzo attesissimo dagli amanti del maestro californiano dato che stiamo parlando del seguito de Il Potere del Cane, acclamato capolavoro di Winslow uscito nel 2005.

Se proprio non riuscite ad aspettare fino a Natale potete già acquistare The Cartel in ebook su Amazon, nel frattempo qui sotto potete leggere la chiacchierata che ho avuto la fortuna e il piacere di scambiare con Don, una personaggio incredibilmente gentile, professionale e disponibile.

Abbiamo parlato del suo nuovo romanzo ma anche della guerra della droga, del Messico, di scrittura, di surf e di Micky Dora.

Intervista a Don Winslow a cura di Giacomo Brunoro

Ciao Don, lasciami dire che è davvero un piacere parlare con te. Sei tornato in libreria da poco con The Cartel, un gran bel thriller che, a mio modo di vedere, è molto diverso dai tuoi ultimi lavori, soprattutto per quanto riguarda lo stile di scrittura. Direi che si allontana da Le Belve, mentre invece è molto più simile a Il Potere del Cane, di cui di fatto è la continuazione. Com’è stato lavorare a questa nuova storia?

Come hai detto anche tu è un ritorno allo stile, alla tecnica e al lavoro fatto ne Il Potere del Cane. I romanzi che ho scritto dopo Dog sono stati due libri più corti, veloci e con un stile linguistico diverso. Dog e The Cartel invece sono delle maratone: raccontano la storia di 40 anni di lotta alla droga, 40 anni di vendette tra i due personaggi principali, l’agente della DEA Art Keller e il signore della guerra Adan Barrera.

Per questo motivo ho fatto in modo che avessero lo stesso contenuto e lo stesso stile. Penso che sia la storia a dover determinare lo stile: questi libri avevano bisogno di un approccio narrativo più tradizionale perché dovevano spiegare dei fatti reali accaduti nel corso di molti anni. Voglio che il lettore capisca realmente cosa è accaduto in Messico anche si tratta di romanzi di fiction.

Credo che The Cartel ti sia costato molto anche in termini di ricerca e di documentazione, giusto?

Assolutamente. Il primo passo è stato archiviare quello che era accaduto: ho analizzato ogni singolo giorno della guerra alla droga per un periodo di 12 anni, mi sono appuntato ogni singola news, creando così una cronologia di più di 150 pagine. Poi ho cercato di trovare degli schemi e dei percorsi che potessero dare un senso a tutti i titoli di quelle notizie. Dopo di che ho selezionato circa 20 eventi principali e li ho analizzati in maniera specifica. Ho letto moltissimo, ho parlato con tantissime persone. Si tratta di un processo che è durato anni. Per quanto riguarda gli anni che ho raccontato in The Cartel, il fatto strano è che si poteva seguire ogni evento sui social media. I criminali hanno provato a nascondere le loro azioni, ma i cartelli se ne vantavano su internet, come mezzo intimidatorio, di propaganda e, purtroppo, anche di reclutamento.

Com’è stato tornare ad immergerti nel mondo della droga 10 anni dopo Il Potere del Cane, hai trovato una situazione diversa?

Sì una situazione infinitamente peggiore, è una cosa davvero inimmaginabile. Il livello di violenza e di militarizzazione della guerra alla droga si è ulteriormente sviluppato rispetto al periodo raccontato in Dog. Sono state uccise più di 100.000 persone – 22.000 sono scomparse – rendendo questa guerra uno dei più sanguinosi conflitti dell’emisfero occidentale dai tempi della Guerra Civile Americana. Il livello di brutalità – il sadismo, le torture, gli smembramenti – è diventato terribile, angoscioso. Inoltre il conflitto si è moltiplicato su molti più fronti, si è ramificato in tutto il paese, con i cartelli che combattono l’uno contro l’altro, la polizia federale che combatte contro la polizia locale, l’esercito che combatte i cartelli e la polizia che si allea con i cartelli.

Un’ enorme differenza è che il governo messicano ha inviato l’esercito, ormai si tratta dichiaratamente e ufficialmente di una “guerra” alla droga. Inoltre in questo ultimo periodo i cartelli hanno dato vita ai loro eserciti privati formati da veterani della forze speciali, con un inasprimento ulteriore della violenza. Spesso perciò ci sono ex forze speciali che combattono contro le attuali forze speciali.

Questo romanzo quindi ha anche una forte valenza di denuncia perché, purtroppo, molto di quello che hai scritto non è certo “fiction”, come hai detto poco fa.

Fin troppo reale, purtroppo. Quasi tutto quello che accade in The Cartel è veramente accaduto in un modo o nell’altro. Perciò il libro è molto vicino alla realtà. I giornalisti sono stati realmente minacciati e uccisi; città intere svuotate, gente costretta a fuggire; alcune donne incredibilmente coraggiose si sono fatte avanti per collaborare con la polizia e il governo e per questo sono state uccise; battaglie campali tra i cartelli – che a volte sono durate per settimane – sono state combattute lungo il confine. Assassini di soli 13 anni.

A volte, purtroppo, la finzione non riesce a raggiungere la realtà. Ma credo che la fiction possa dare al lettore una visione della vita interiore della gente, possa ritrarre i loro pensieri e le loro emozioni – cosa significa essere minacciati, cosa significa vedere un tuo caro assassinato, come ci si sente a vedere la propria città distrutta, il proprio paese corrotto. E penso che possa essere una forte testimonianza.

Messico e Stati Uniti sono due paesi confinanti che hanno moltissimo in comune, eppure in questo tuo ultimo romanzo sembra quasi che siano due mondi lontani anni luce l’uno dall’altro. Come ti spieghi questa situazione?

I due paesi hanno due culture e due storie completamente diverse. Il Messico è figlio dell’Impero Spagnolo paternalistico e cattolico, gli USA invece sono figli dell’Impero Britannico protestante basato sull’illuminismo, perciò le nostre idee di governo ed economia, i modelli di proprietà terriera e la visione religiosa sono assolutamente diversi. E non dimenticare poi che parliamo due lingue diverse. C’è una tradizione di ostilità, tendiamo a dimenticare che circa un terzo di quello che oggi è territorio americano una volta era territorio messicano (incluso il posto in cui vivo e da dove ti sto scrivendo), territorio che gli americani si sono preso con la forza.

Credo che i due paesi non si siano mai capiti tra loro, così come sono sicuro che non ci abbiano nemmeno mai provato. Sono anche convinto però che si debbano fare maggiori sforzi perché condividiamo quel confine, e quel confine ha un sacco di problemi che possono essere affrontati solo in maniera condivisa.

Non credi che ridurre il problema della droga al Messico sia limitante? Forse avrebbe più senso ragionare in termini “globali” anche quando si affrontano effetti macro-problemi che vanno al di là dei confini degli stati, come emerge peraltro in maniera molto chiara dai tuoi romanzi.

È senza dubbio un problema globale. Quello che viene chiamato il problema messicano della droga non è un problema solo messicano, ma un problema americano ed europeo. Siamo noi i compratori e i consumatori, siamo noi che mandiamo soldi ai cartelli. C’è un mercato messicano interno della droga, ma è relativamente piccolo. Il Messico produce marijuana e cocaina, elabora METH con sostanze chimiche importate da altri paesi ed è un punto di transito della cocaina. Ma il mercato è da un’altra parte e sta crescendo in modo globale. Il prezzo della cocaina in Europa è maggiore del 30-50% rispetto agli Stati Uniti. a causa della facilità delle comunicazioni internazionali le droghe si spediscono più facilmente e il mercato è ovunque. Perciò si tratta di un problema globale che necessita di una soluzione globale. Il problema non si può risolvere in Messico.

Credo che una storia come questa, che parte da Il Potere del Dane e arriva oggi a The Cartel, una storia così lunga e complessa, sarebbe perfetta da sviluppare in una serie tv. Tu hai già avuto diverse esperienze con il cinema (l’adattamento di Savages da parte di Oliver Stone è del 2012), ti piacerebbe confrontarti con le serie tv?

Sì, mi piacerebbe, ma non per The Power of the Dog e The Cartel dato che stiamo già lavorando per portarli al cinema. Visto che si tratta di “storie grandi” hanno bisogno di uno “schermo grande” e voglio che la gente li veda al cinema come un’esperienza di gruppo, una cosa che credo si stia purtroppo perdendo perché la gente guarda i film alla televisione, al computer o sugli iPad. Prima uscirà Dog poi The Cartel. Ho visto già la sceneggiatura e sono proprio entusiasta. Stay tuned,

So che il surf è una tua grande passione, non ha mai pensato di scrivere un romanzo ispirato alla vita di Miki Dora?

In effetti avevo pensato di scrivere un libro su Da Cat ma David Rensin mi ha preceduto con All For A Few Perfect Waves. Che vita affascinante e allo stesso tempo triste…. Sono sempre stato affascinato da quell’epoca storica del surf, con così tanti personaggi reali che hanno superato onde mai cavalcate prima. Quando mi trovo in quelle zone in California mi immergo nella Storia vera e propria e provo ad immaginarmi come doveva essere vivere a quei tempi. Ho visto veramente Dora – anche se per poco – nei suoi ultimi anni, a Capo Beach nella Contea di South Orange. Era un giorno freddo e grigio. Ero con un amico che lo ha riconosciuto, ma era chiaro che lui voleva essere lasciato in pace e così abbiamo fatto.

Che differenza c’è tra scrivere e fare surf?

A dire il vero ci sono molte similitudini. C’è un detto del surf: a volte cavalchi l’onda, a volte l’onda cavalca te. E io spesso penso a volte racconti delle storie, a volte è la storia a raccontare te. Ed è quello che succede quando i personaggi o la storia iniziano a fare cose che non avevi programmato e capisci che stai facendo un viaggio da solo. La crime fiction poi è molto simile ad un’onda, vedi certe cose sulla superficie ma c’è sempre qualcosa sotto che sta causando quello che vedi. Sia il surf che la scrittura richiedono resistenza fisica e mentale, entrambi richiedono un po’ di coraggio, entrambi richiedono curiosità per quello che viene dopo.

Grazie mille Don, ti aspettiamo al più presto in Italia!

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