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La casa di carta, la recensione

La casa di carta, la recensione

La casa di carta è una serie spagnola audace e sorprendente, tra le più gustose novità crime proposte Netflix. La recensione di Fabio Chiesa.

Gli spagnoli vogliono fare gli americani, e ci riescono dannatamente bene. La casa di carta, serie televisiva creata da Álex Pina e prodotta dall’emittente iberica Antena 3 è tra le più interessanti produzioni televisive uscite negli ultimi tempi. La cosa non è certo sfuggita a Netflix che ne ha acquisito i diritti di distribuzione e dopo averne modificato il formato, l’ha inserita nel proprio catalogo a partire da dicembre.

Lo show, inizialmente composto da 15 episodi della durata di 75 minuti, è stato frazionato in puntate da circa 40/45 minuti e diviso in due parti, la prima delle quali, appunto, lanciata sul servizio di streaming on demand, riscuotendo con il passare delle settimane il consenso quasi unanime di pubblico e critica.

La storia

Un gruppo di criminali senza nulla da perdere si infiltra nella zecca di Stato con l’obbiettivo di stampare e rubare 2.400 milioni di euro: la più grande rapina di sempre. I banditi, guidati dall’esterno dal Professore, stratega ed ideatore del piano, prendono in ostaggio gli occupanti della zecca, tra i quali un gruppo di studenti in visita all’istituto. Inizia quindi una lunga sfida con le forze di polizia tra sparatorie, negoziati, colpi di scena, tradimenti e bugie.

La serie, che comincia in maniera decisa come il più classico degli heist movie, si rivela da subito interessante per la presenza di tre nuclei di protagonisti: i rapinatori, la polizia, gli ostaggi. Alla trama principale (la rapina) si intersecano varie sotto-trame secondarie che scaturiscono dai rapporti che vanno instaurandosi tra i vari personaggi, oltre ad una serie di flashback che riportano lo spettatore ai mesi antecedenti il colpo, quando i banditi riuniti dal Professore vivevano in un casale nella campagna nei dintorni di Madrid addestrandosi per il loro piano.

I rapinatori, per mantenere nascosta la loro identità, usano tra di loro e con gli ostaggi nomi di città: Tokyo, Berlin, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo ed Helsinky. Tokyo (Úrsula Corberó) funge da voce narrante della vicenda, ma i veri protagonisti di questa prima parte sono l’imprevedibile Berlin (Pedro Alonso), al comando delle operazioni all’interno della zecca, il macchiavellico Professore (Álvaro Morte) e Raquel Murillo (Itziar Ituño), l’ispettore dal passato turbolento a capo delle indagini.

I punti di forza

La casa di carta funziona grazie ad una sceneggiatura che pur ricorrendo spesso ad espedienti al limite della credibilità riesce a mantenere sempre alto il ritmo della narrazione, alternando incessantemente protagonisti e punti di vista senza allungare (troppo) la minestra e proponendo in ogni episodio almeno un paio di passaggi cruciali.

Il cast, praticamente sconosciuto al pubblico italiano, rende avvincente questa grande storia corale e riserva molte piacevoli sorprese tra le quali spicca il già citato Pedro Alonso. Infine, alcune trovate, come le maschere di Salvador Dalí indossate dai banditi e fatte indossare agli ostaggi per confondere la polizia, sono assolutamente geniali.

Pollice in su dunque per questa serie spagnola, imperdibile per i fan dei thriller e delle heist story: uno show che pur partendo dal più classico dei cliché del genere (banditi barricati con ostaggi vs polizia) mescola con coraggio e personalità molti elementi e situazioni già visti, senza mai annoiare o risultare scontato. Non vediamo l’ora di scolarci la seconda parte.

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