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Castle

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Ho finalmente trovato la nuova Queen of my Castle!

Da bambina (metà anni ’80 e chiudiamola qui) imponevo a mia madre di farmi la piega col phon, perché volevo assomigliare a ogni costo alla Signora Hart, Jennifer Hart, moglie di Jonathan Hart.
Ricordate? i miliardari, investigatori per caso (perché il caso, guarda caso, cercava sempre loro) di Cuore e Batticuore?

Bene, non mi sentivo così da allora, tolto il dubbio gusto per le acconciature: ho trovato un’altra donna “crime”, fiera, indipendente, cocciuta e questa volta pure lontana dall’amore coniugale. Bingo!

Potendo, oggi sceglierei meno phon e più piastra.

Sceglierei di essere il detective Beckett, Kate Beckett, la musa del tanto infallibile quanto charmant scrittore di noir Richard Castle, protagonista della serie “omocognomica”.

Detective tra le righe, ha voluto aggiungere la traduzione italiana al titolo. “Sopra le righe”, aggiungerei doverosamente io, perché l’efficacia del personaggio sta tutta nella sua scanzonata serietà, riassunta a puntino dalla deliziosa mimica facciale dell’interprete.

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Lineamenti squadrati, naso dritto e prepotente, bocca che più bocca non si può (ndr), insomma con un signor viso montato su un corpo altrettanto non male, ecco che Nathan Fillon (io l’ho radiografato ai tempi di Firefly e gli ho fatto il richiamino guardando Desperate Husewives) diventa, senza troppo sforzo, il romanziere donnaiolo e adorabile, acuto e stralunato, infallibile e pasticcione.
Signore, siete già fregate!

A fare da cornice alla sua vita da manuale, ci sono altri due personaggi ben caratterizzati e di non poca importanza narrativa: “mamma Castle”, ovvero Martha Rodgers, ex attrice di Brodway, svampita ma premurosa come solo una madre eccentrica può, e la dolcissima e perfetta figlia Alexis, perché un adulto in casa fa sempre comodo.

Le due donne non solo colorano la vita e l’appartamento di Castle, ma sono, spesso inconsapevolmente, la chiave di volta delle sue indagini: basta la frase di turno a innescare la scintilla nelle spire cerebrali del protagonista e “click”, l’eroe trionfante si affaccia veloce alla Centrale di polizia e chiude il caso.

E poi, appunto, c’è la Centrale, con il suo staff ben confezionato. Ogni personaggio – tanto per rimanere in tema poliziesco americano – è un doughnut riuscito con il giusto buco e impacchettato preciso in una scatola di cartone.

Non manca di certo la coppia “good cop/bad cop”, che poi alla fine sono entrambi “tender cops”. Kevin Ryan, irlandese, damerino q.b., posato e apparentemente ingenuo fa da contrappunto al macho Javier Esposito (in lingua originale, nel cognome l’accento va sulla i) il latino che ha immancabilmente lasciato il passato nei bassi fondi, secondo solo al protagonista per livello di testosterone.

Entrambi sono le spalle perfette su cui poggiare sia le gag che le scene di azione: in breve tempo amici affettuosi di Castle, da sempre fidati uomini della Omicidi.

Come dovuto, la squadra ha un capo: Roy Montgomery, forte e protettivo verso i suoi agenti, che tempo tre stagioni diventa Victoria Gates, arcigna e cazzuta…

No, non spoilero altro, il mio compito è solo quello di incuriosirvi; ma vi tolgo il sorrisino dalla faccia: niente transgenderismo.

Non può poi mancare il coroner: Lanie Parish, un’afroamericana pepata e competente, sempre con la battuta pronta, soprattutto se si tratta di stangare il protagonista.

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Richard Castle entra a far parte di questa “NYPD family” passando direttamente dalla porta principale. Viene infatti chiamato come consulente su un caso di omicidio, perchè il modus operandi del serial killer di turno è esattamente quello descritto in un suo – manco a dirlo – best seller.

Raggiunto il successo investigativo – manco a dire pure questo – il bel Castle, protetto tralatro da importanti conoscenze (paraculato dal Sindaco, ndt), ottiene in cambio il permesso di bazzicare la squadra omicidi, alla ricerca di nuove ispirazioni narrative. Di fatto, ha di recente “congedato” Derek Storm, l’eroe della serie di romanzi che lo ha reso famoso, cadendo però in pieno stallo.

Ed è qui che l’occhio di bue va su di lei.

Sì, perché ero partita parlando della mia “nuova Signora Hart”, che entra nella vita del protagonista e ne sblocca la penna.

Kate Becket: detective purosangue, un metro e ottanta al garrese di vera mente e azione. Ossia, come investigare con classe e metodo, mazzolando e allo stesso tempo i sospettati in tacco 12 e pantalone a vita bassa.

Donna dura, ma non fredda, è inizialmente annoiata dalla presenza dell’eccentrico romanziere ma con il tempo ne diventa amica fidata. A tratti si lascia ammorbidire dalla sua presenza ma rientra nei ranghi ogni volta come una molla. “C’è del tenero – non c’è del tenero” è il punto su cui gli sceneggiatori giocano sapientemente a ping-pong lungo il tavolo di tutte le stagioni (e siamo alla quinta).

Stana Katic (poliziotta anche in The Spirit di Frank Miller, quasi vittima nel Bond movie Quantum of Solace) veste i panni (sobri ed eleganti, ndr) della detective, con il suo portamento marziale e i suoi tratti somatici netti, ma lasciando sfuggire, quanto copione vuole, un sorriso che fa luce.
E si sa: la luce splende davvero solo se c’è l’ombra.

Beckett entra alla Omicidi per un motivo classico ma mai troppo scontato: il caso irrisolto.

È sua madre, avvocato che ha pestato i piedi sbagliati, lo spirito a cui la donna deve dare pace, per darsi pace. La caparbia ricerca del carnefice corre tra i vari episodi: filo rosso portato con cura dall’ago degli sceneggiatori. La storia nella storia che fidelizza definitivamente lo spettatore.

Sinceramente, per quanto ci abbia giocato, non è solo la presenza della “Queen of my Castle” che per me fa di questa serie TV un gioiellino.

Quasi quasi mi scapperebbe di chiamarla affettuosamente “Telefilm”, perché tutto ha in qualche modo un gusto positivamente datato. E se anche voi vi siete rovinati gli occhi davanti alla TV quando ancora aveva il tubo catodico, allora capite cosa intendo.

Ogni episodio ha una trama regolare, con uno schema comodo e riconoscibile che vi rassicura e che cercherete in ogni puntata successiva (dopo averla aspettata con ansia, ovvio). Sapete che il caso verrà risolto, ma siete impegnati anche voi con il cast. Gli indizzi non sono mai abbastanza, ma diverse volte vi troverete a dire “ci avevo pensato!”.

Ultimo ma non ultimo, mentre vi fate questa partita a Cluedo, metteteci pure un po’ di Master Quiz e cercate di riconoscere le citazioni: a partire dai titoli stessi, gli episodi sono ben disseminati di omaggi ad altre serie TV, a film più o meno famosi, a personaggi dello spettacolo e fatti di cronaca.

Anche qui, pura arguzia somministrata con stile.

Insomma, se tutto questo vi intrattiene o vi intratterrà, allora chi sta dietro le quinte delle vicende di Mr. charming Castle sta facendo un ottimo lavoro. Oppure io, nostalgica come sono, ci sono cascata in pieno.

A voi il telecomando!

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P.S.

Nel caso in cui non vi bastasse più controllare lo schermo, sappiate che potrete sempre passare allo “stadio due”: uno pesudobiblion tira l’altro. Si, perché Richard Castle esiste davvero e ha scritto tre romanzi sulle vicende di Nikki Heat (personaggio ispirato a Kate Beckett). Sono già nella mia libreria. Credeteci anche voi!

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Chiara Baldini, nata romana, cresciuta ferrarese e poi ancora capitolina, ha studiato Chimica a Padova e attualmente vive a Ravenna, pur lavorando in giro per lo Stivale.
Quando si ferma, si dedica alla scrittura, in particolare alla poesia.
Finalista al premio letterario “Ulteriora Mirari – 2012”, è presente nell’antologia “Fragmenta, Volume II” (Ed. Smasher). Alcuni suoi inediti hanno ricevuto la menzione della giuria al premio Renato Giorgi 2013, altri sono stati pubblicati in rete.
Un suo racconto è incluso nell’antologia “Père-Lachaise – Racconti dalle tombe di Parigi” (Ed. Ratio et Revelatio, a cura di Laura Liberale). Da circa un anno fa parte del Gruppo 77 di Bologna

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