Nelle mani dell’uomo corvo

Un mio vecchio professore, citando Bachtin, mi diceva che i libri dialogano fra loro. Quando prendo un testo in mano che sia un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie, in realtà mi accingo a leggere un’intera biblioteca di opere a cui quel testo si riferisce. Per questo, quando vesto il pigiama del critico (che ritengo sia l’abbigliamento adatto per scrivere recensioni) e mi accingo a introdurmi nei meandri di un’opera, penso prima di tutto: questo cosa mi ricorda? Da cosa è ispirato? Quali sono le sue auctoritas? A che tradizione appartiene?

Possono sembrare domande oziose, da professore barbogio con le toppe ai gomiti della giacca ma credete: certe volte farsi queste domande apre delle porte segrete sull’opera da recensire. E se è vero che certe porte non dovrebbero mai essere aperte, è vero anche che fare il critico è il lavoro più pericoloso del mondo. Potete ben capire, quindi, il motivo del mio abbigliamento e del fatto che in sottofondo sentiate il tema di Indiana Jones.

Bando alle facezie. Leggendo “Nelle mani dell’uomo corvo”, opera prima di Matteo Corona son dovuto andare molto, mooolto indietro, fino ad Aristotele e alle sue tre unità di spazio, tempo e azione che formalizzavano il genere all’epoca ritenuto più alto: quello della tragedia.

Ora, ho già citato due parole spia che hanno molto a che fare con il romanzo di Corona: la prima è “porta”, la seconda è “tragedia”. Arrivati a questo punto son sicuro che vi sarete rotti e vorreste che arrivassi al punto, alla storia. Ebbene, mi trovo nella difficile situazione di potervi dare solo una suggestione di quello che in 129 pagine crea Corona. E qui entra in gioco la prima unità aristotelica quella dell’azione. Secondo il filosofo greco il dramma puro e perfetto doveva comprendere un’unica azione, nessuna trama secondaria quindi, nessuna diramazione o straniamento dal plot principale. L’azione di Corona è questa, ben riassunta dalla quarta di copertina: “Vanessa aprì gli occhi e si ritrovò a dover affrontare il peggiore degli incubi: una vita da reclusa. Una vita nelle mani dell’uomo corvo”. Se vi dicessi di più di questo sulla trama, direi troppo.

Questa sinossi minima è sufficiente a Corona per sviluppare il romanzo di una prigionia, la tragedia di una ragazza caduta in una trappola a forma di casa (ed ecco la seconda unità: quella di spazio), vittima di un carnefice geniale quanto oscuro che, in minima parte, mi ha ricordato l’enigmista di Saw. In minima parte dico, perché, a parte la capacità ingegneristica di creare macchine di dolore, l’uomo corvo è del tutto privo dello spirito morale ed “educativo” del vecio Saw. Non è un pietoso torturatore “per il bene dell’umanità” ma un mostro egoista e pazzo che di umano ha ben poco. La visione del mondo dell’uomo corvo, suggerita da Corona in pochi e ben piazzati deliri oratori, non è che una malevola, pessimista e disperata similitudine con l’inferno. E, crediamo leggendo, se l’uomo corvo non può essere il demonio del mondo in cui vive, allora lo diventa di un mondo tutto suo, creato ex novo: la casa-trappola in cui è sepolta Vanessa.



Samuel Langhorne Clemens

“Un autore gradisce un complimento anche quando proviene da qualcuno la cui competenza è dubbia.”

Mark Twain, Autobiografia.


Una quantità difficilmente calcolabile di inchiostro è stata utilizzata per sviscerare, analizzare, spesso criticare questo grandissimo autore americano. Non credo certo di poter aggiungere qui qualcosa di nuovo né tanto meno qualcosa di originale.
Mi propongo però, con queste poche righe, di fare un piccolo omaggio a uno dei più straordinari autori che la narrativa americana abbia conosciuto e spiegare perché a Sugarpulp “piace” Mark Twain.

Mark Twain nasce come Samuel Langhorne Clemens il 30 Novembre 1835 nella Contea di Monroe, Stato del Missouri. La cometa di Halley era visibile in cielo, quando Mark Twain venne alla luce.

È molto giovane quando comincia a lavorare come apprendista tipografo, attività che lo condurrà in diverse città (St. Louis, New York, Philadelphia, Cincinnati), fino al 1957 quando diverrà pilota di battelli a vapore. Quelli che transitavano sul Missisipi, per intenderci. Nel 1861 scoppia la guerra civile e la vita ordinaria se ne va beatamente a puttane, il Nostro si arruola con un gruppo di volontari del Missouri (confederati, quelli che la “perdono” la guerra, sempre per capirci…), ma la cosa dura solo qualche settimana. Abbandonata la vita del volontario,  finisce a fare il minatore ed il prospettore minerario (quel tizio che sceglie se un terreno è buono per scavarci una miniera oppure no).  Comincia a lavorare come giornalista e scrittore freelance e nel 1863 si firmerà per la prima volta come Mark Twain.

È sul finire degli anni sessanta che comincia a pubblicare opere di rilievo: “Gli innocenti all’estero” nel 1869, “Vita dura” nel 1873, a seguire”L’età dell’oro” e nel 1876 “Le avventure di Tom Sawyer”. Quindi via con una corposa lista di pubblicazioni fino a “Il principe e il povero” nel 1882 (in questo periodo Mark Twain ha già cominciato a viaggiare molto in tutta Europa e negli Stati Uniti). “Le avventure di Huckleberry Finn”  vede la luce nel 1885 e a seguire verranno  pezzi straordinari come “Uno yankee alla corte di Re Artù” e molti, molti altri.

Con la pubblicazione delle sue opere, Mark Twain guadagnò un sacco di soldi. Soldi che perse investendo nella progettazione e nello sviluppo della compositrice automatica Paige (una macchina tipografica). Tenne molte conferenze e continuò a scrivere per evitare che la bancarotta passasse dal piano della incombente minaccia a quello della concreta realtà.
Mark Twain morirà, stroncato da problemi cardiaci, nel Connecticut il 21 aprile 1910, dopo aver lasciato un segno indelebile nella narrativa americana, e non solo.

Cominciamo prestando attenzione allo pseudonimo scelto dal geniale scrittore : Mark Twain. Prima di essere Mark Twain, Samuel Clemens ebbe modo di firmare i suoi articoli umoristici e i suoi scritti con diversi nomi: Thomas Jefferson Snodgrass, o W. Epaminondas Adrastus Blab, Sergeant Fathom, Josh, e altri nomi ancora. Fino ad approdare (è il caso di dire) allo pseudonimo definitivo, quello che lo accompagnerà stabilmente nella celebrità e nella vita: Mark Twain.

Quasi sicuramente l’idea per questo pseudonimo gli venne durante la sua esperienza come pilota di battelli a vapore sul fiume Mississippi.  “By the mark, twain!” era il grido con cui il marinaio preposto alla misurazione dell’acqua durante la navigazione (perché a metà Ottocento se stavi navigando su un fiume con delle acque torbide come quelle del Mississippi, avevi bisogno di qualcuno che ti dicesse se ci fosse anche acqua, in mezzo a tutto quel fango) segnalava che “dal segno: due (tese)!”.
Cioè che in quel punto del fiume c’era abbastanza acqua  da permettere una tranquilla navigazione. By the mark, twain: tutto è ok! Mark Twain. E se lo pseudonimo, come sostiene Sergio Campailla, “è un’assunzione d’identità che risponde, in termini allusivi e sia pure indimostrabili, ad aspettative latenti”  in questo caso ciò che ci si aspetta è ciò che si trova in concreto nelle opere di questo Autore. La narrazione è sempre di ottima qualità, Mark Twain!

Dallo pseudonimo, inoltre, possiamo intuire la rilevanza che per questo Autore ha la dimensione fluviale del Mississippi. Dimensione che farà da sfondo (per non dire da personaggio) di primaria importanza nelle sue opere più conosciute. E che ve lo dico a fare che mi riferisco a:  “Le avventure di Tom Sawyer” e “Le avventure di Huckleberry Finn”?

Mark Twain su Sugarpulp, perché?



Qualcosa di Simile

“Qualcosa di simile” è stato uno tra gli esordi meglio accolti del 2011: si è aggiudicato il Premio Fucini 2011 per la miglior raccolta di racconti ed è valso all’autrice numerosi consensi, raffronti con scrittrici di rango come Alice Munro, Shirley Jackson e Yoko Ogawa. Perché?

Parto da lontano: può ancora oggi l’arte del racconto serbare autentici doni. Dico racconto, riferendomi, più che al narrare in generale, al racconto breve, la novella – evolutasi poi nella short story anglosassone – forma di narrazione antichissima e tra le più nobili, diventata la tipologia più snobbata da un’editoria che per ragioni quasi sempre ‘extranarrative’ oggi le predilige i più pletorici romanzi fiume; persino la poesia, ancor meno vendibile, le è talvolta preferita. Un familiare peccato di miopia culturale, una tara che non permette più una valorizzazione di quella che dai tempi del Boccaccio, per la concisione di cui necessita, è la misura letteraria che di un genere e di un autore può davvero mostrare la maturità, le potenzialità, come i limiti, tematici e stilistici.

Rimangono per fortuna le “voci off”, scrittori, editori che seguendo il cuore del proprio gusto, assicurano ancora rarità come “Qualcosa di simile”.
La prestigiosa Italic – ex Pequod, responsabile nella persona di Marco Monina di importanti esordi dello scorso decennio – ci ha scommesso, la suggestione e le qualità narrative del long-selling sono prevalse sulle consuetudini del mercato e il risultato è questo elegante libretto da dieci storie, fiori semplici e seducenti che la trentenne musicista milanese Francesca Scotti sistema in una sorta di ‘meta romanzo’ dai riflessi indistinti di una realtà trasognata.

Il libro è questo: un ikebana di bellezza semplice e misterica, a tratti umbratile e indecifrabile, composto di luoghi, figure e dimensioni che, orbitano tutte, a distanze variabili, intorno alle zone critiche del vissuto – crescita, evoluzioni personali, nascita e fine dei rapporti, e i susseguenti ripiegamenti patologici, il caos centrifugo che mina i momenti di decisione.

Una giovane donna pronta a festeggiare il proprio ritorno a casa, dopo una permanenza in clinica; un singolare medico in ritiro che decide di sbarazzarsi del chiassoso cane dei vicini; l’avventrice di un misterioso ristorante; un gruppo di studentesse in vacanza nella villa della compagna più odiata; un marito in crisi a caccia insieme a suo padre; una ragazza in trasferta a Tokyo, vittima di incubi, di una singolare ospite e di bizzarre coincidenze. Questi alcuni dei protagonisti, e poi il cibo e la musica, maestre e allievi di musica, l’Italia e il Giappone, distanze fisiche ed esperienziali che si sfiorano; privati fatti di gesti, rituali, percezioni e oggetti che più che il segno di aspirazioni sono sempre puntelli di un disagio profondo.

Sono le dicotomie, gli sdoppiamenti, le polarità, i simboli ricorrenti, la cifra di queste storie bizzarre e labirintiche, collegate da una sottilissima tela di compresenze e rispecchiamenti. Organizzate secondo uno schema che reca tracce evidenti dell’interesse dell’autrice per l’estremo Oriente e del suo background musicale.
Al varco di ogni episodio è evidente la ricerca di una purezza che investa i sensi, un ordine emotivo attraverso un ordine sensoriale, ma poi emerge lento e inevitabile il sostrato afono di una realtà liminare per cui tale ordine non è che quell’unico velo sottile che a stento separa i protagonisti dal baratro.

Sottile e lineare come un ago ipodermico, la scrittura della Scotti tasta le zone sensibili, ne infila con precisione la superficie, generando increspature nelle simmetrie ingannatrici: l’ordine ne è stravolto e sull’incanto di ogni scoperta pesa ineludibile il livore del malessere, mai disgiunto dal cambiamento. Il motore segreto è proprio una prosa naturalistica, diretta ai fatti e alle intenzioni che nelle svolte scarta dal quotidiano, sublimando in un vapore rarefatto di immagini, di situazioni criptiche e dissonanti che restano sospese, precipitano interiormente, generando catabasi – mai catarsi liberatorie.

Non è da tutti poter vantare sulle prime un simile impianto poetico, quasi teorico nella sua coerenza di senso, reso unico da un’abilità dissimulatrice che rende avvolgente la semplice normalità e tanto più inatteso l’inabissamento. Così, pur non lesinando qualche imperfezione (lo scrupolo della sintesi, la brama di concisione è ancora, in rari casi, una trappola per l’esattezza espressiva), un giovane talento può arrivare a esprimersi su livelli di ricchezza simbolica difficilmente riscontrabili nel novero della recente narrativa di stampo realista.

Una esperienza artistica che per contenuti, riferimenti culturali e personalità, oltrepassa le demarcazioni di tanta letteratura nazionale. Lettura necessaria, ad alto, altissimo tasso emotivo.



Finché c’è prosecco c’è speranza

C’è qualcosa di più rilassante di un bicchiere all’osteria? Magari accompagnato da un buon cicchetto al baccalà e da qualche chiacchiera con l’oste? Poco altro. Eppure l’ispettore Stucky avrebbe qualcosa da ridire: questa volta è proprio una bottiglia di prosecco – e che prosecco! – a mettere in difficoltà lo sbirro della penna di Fulvio Ervas.

Cison di Valmarino: flemmatico borgo delle colline del più prezioso vino del Veneto. Il corpo di quello che fu il più grande produttore di prosecco del paese, viene ritrovato sulla tomba di famiglia privo di vita. Con lui: il suo pigiama di seta, e una champagnotta da sei litri. Un suicidio? È ciò a cui Stucky non vuole rassegnarsi. Interessatosi al caso dopo una chiacchierata avuta con il suo oste di fiducia, si decide a setacciare in lungo e in largo il perimetro del paese.

Di questa morte, l’unica beneficiaria si svela essere Celinda Salvatierra. Proveniente dalle lontane catene andine, questa misteriosa donna latina prevede di rovesciare l’economia delle colline del prosecco, ricreando un piccolo Cile di banani sullo sfondo dei tramonti del Veneto orientale. Ma non bastava una sola morte a mettere a soqquadro la tutto sommato tranquilla routine di Stucky.



Religion

Avventura, intrighi, amore, morte (in quantità considerevole) fanatismo, sesso, poesia. In questo romanzo non manca nulla. La Noia, ecco, giusto quella manca! Ottocento e rotte pagine di un magnetismo così forte non si trovano tutti i giorni, e certamente non se ne trovano di una bellezza così feroce.

L’ambientazione che Mr. Willocks ha scelto per questo libro è l’assedio di Malta del 1565, quando le truppe di Solimano il Magnifico affrontarono i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme per il dominio dell’isola, e quindi del sud Europa. I personaggi cui Mr. Willocks dà vita sono a dir poco strepitosi.

Il capitano Tannhäuser, tanto per cominciare, un possente guerriero dal passato tanto fascinoso quanto tormentato, per cui il mondo non ha più segreti di quanti ne abbia l’arte della guerra e del combattimento. Il compare fidato, Bors, anch’esso guerriero mastodontico. Pronto a qualsiasi nefandezza per le persone a cui tiene, non sa resistere al richiamo della battaglia, e non ha nessuna intenzione di farlo. Poi ci sono due donne, due bellissime donne che incrociano il destino del Capitano, Amparo, una deliziosa creatura che sa predire gli eventi, scevra da qualsiasi ombra di malvagità. La contessa Carla, bellissima nobildonna alla ricerca del figlio illegittimo avuto giovanissima dal malvagio inquisitore Ludovico. E quest’ultimo, che si ripresenta sulla scena con il suo depravato aiutante Anacleto (la cui faccia ad un certo punto si ridurrà ad una sacca di pus).



La Maledetta

Moisès Corvo è un ispettore di polizia particolare, ha imparato a leggere a 17 anni, e da allora si è appassionato al genere poliziesco e ai romanzi horror, solo che Sherlock Holmes e, peggio ancora, Auguste Dupin li vede come fumo negli occhi poiché non sono realistici, “non è possibile risolvere nessun caso basandosi su una catena di deduzioni, perché ci sarà sempre qualcuno che la spezzerà, i criminali improvvisano”, mentre Lestrade gli è simpatico “perché fa il suo dovere, anche se Holmes si ostina a umiliarlo continuamente”.

Il suo vice, Juan Malsano, pensa che Moisès legga troppo, motivo per il quale non approva quasi mai il suo operato. Moisès è sposato, ma ormai con la moglie non ha più rapporti sessuali, per questo spesso sale le scale dell’Osteria La Mina, dove esercita Giselle, la miglior puttana francese di tutte le puttane francesi che vivono a Barcellona. Una Barcellona ricca e opulenta, grazie ai fasti internazionali dell’esposizioni universali degli inizi del XX° secolo, ma anche una Barcellona dove la povertà è diffusa e i disperati che non hanno avuto buone carte dalla vita sono la maggioranza, e la criminalità è diventato uno dei tanti mezzi necessari per permettere a milioni di persone di sopravvivere a mala pena. Ma è anche una Barcellona dove pullulano una miriade di Anarchici provenienti da ogni parte del globo, non a caso ancora oggi viene chiamata, e così sarà per sempre, ‘La Rosa de Foc’: “verso il 1894 Barcellona era molto diversa. Ogni due per tre un anarchico sparava a qualcuno per la strada, ma in genere erano persone che se lo meritavano, e in fondo non mi facevano molta pena. Era il periodo della bomba al teatro Liceu, quello si che aveva le palle, quel Santiago Salvador”.



Mickey Spillane

“Spillane scrive con velocità, e la sua poesia non levigata di narratore crea una città di fantasia, una New York di sogno e mito, popolata dalle stesse tipologie di personaggi che si trovano nelle opere di Daly, Hammett, e Chandler – good girls, vetri scuri, poliziotti frustrati, signori del crimine e pezzi grossi corrotti…” (Max Allan Collins).

Mickey Spillane, pseudonimo di Frank Morrison Spillane. Nella vita esercitò le professioni più disparate, da sceneggiatore di fumetti a istruttore di volo passando per artista del circo. Ebbe un discreto numero di matrimoni e, stando ad una stima del 2006, furono oltre 200 milioni le copie dei suoi libri vendute solo negli U.S.A.

Sono gli anni trenta del Novecento quando un giovane Frank Spillane di Brooklyn, New York, comincia a lavorare come sceneggiatore di fumetti e di pulp magazine. In questo periodo svilupperà il personaggio Mike Danger, un investigatore privato per i fumetti… non glie lo compra nessuno. Non fino al 1947 quando, a II° Guerra Mondiale terminata, Spillane trasforma il suo Mike Danger in Mike Hammer e in nove giorni scrive: “I, the Jury” (“Ti ucciderò” nella versione italiana) che esce in edizione tascabile. Mike fa il botto: vende oltre sei milioni di copie, solo in America. Quindi Spillane scrive altre sei avventure per il suo investigatore privato Mike Hammer, di cui cinque vennero pubblicate tra il 1950 e il 1952, erano romanzi che vendevano anche tre milioni di copie in una sola settimana.



Erskine Caldwell

Erskine Preston Caldwell nasce nella contea di Coweta in Georgia il 17 Dicembre del 1907 e passa a miglior vita nel 1987, in Arizona. Lo so, qualcuno potrebbe pensare: “E ‘sti cazzi?!”, ma Erskine Caldwell è uno di quegli autori che, con l’implacabilità di uno stile pulito e lineare, hanno saputo raccontare magistralmente gli aspetti più duri e grotteschi del sud degli Stati Uniti d’America.

Non per essere patologicamente esterofili, ma quando D’Annunzio pubblicava in Italia “Il compagno dagli occhi senza cigli” (1928) Caldwell aveva appena finito di scrivere The Georgia Cracker. Ora, massimo rispetto per il Vate (eh, ci mancherebbe altro!) che ritengo uno dei più importanti autori italiani del Novecento, ma è intuitivo capire che un movimento come Sugarpulp sia inscindibilmente attratto da quello stile netto, diretto e pulito, da uno scorrere fluido della narrazione… insomma da quelle caratteristiche che, da sempre, emergono con maggiore preminenza nel panorama letterario degli Usa.

“I libri si leggono a dovere e si intendono e si giudicano solo storicamente, cioè riportandoli alle condizioni in cui sorsero, agli avversari coi quali l’autore esplicitamente disputava, ai precedenti ideali e ai susseguenti dell’opera sua”, scriveva Benedetto Croce in “Avvertenza” a Labriola, La concezione materialistica della storia, Bari, 1953. Quindi oggi, noi parliamo di Caldwell!

Nel 1926, come si accennava, Caldwell scriveva i suoi primi componimenti che riusciva a pubblicare su piccole riviste locali. Riviste dalle risorse striminzite a bassa tiratura, ma che nonostante ciò ebbero una certa influenza nel panorama letterario americano di quegli anni. Fu proprio grazie ad una di queste riviste che le opere di Caldwell catturarono l’attenzione, tra gli altri, di Maxwell Perkins… esatto, lo stesso Tizio che pubblicava Hemingway, Fitzgerald, Wolfe e tanti altri per la newyorchese Scribner’s Sons.

 

La Ballata di Mila

Una lotta sanguinaria tra una banda di criminali cinesi da una parte e una di malavitosi locali dall’altra, con a capo Rossano Pagnan. Tra questi, Mila Zago aka Red Dread, una predatrice nata, pronta a tutto e spietata come una belva.
Un’eroina con i dreadlocks rossi, gli occhi verdi, il seno “gonfio e sodo”.

Aspettavo questo esordio letterario da tempo.

Lo aspettavo con trepidazione, fiducia e soprattutto tanta curiosità, per certi versi simile a quella che provavo al liceo, quando una volta terminato il mio tema, ero curioso di leggere anche quello del mio compagno di banco. Con Matteo Strukul infatti è un po’ la stessa cosa, avendone convissuto in questi anni la grande passione e l’incredibile dedizione con le quali egli ha inseguito l’ispirazione e le suggestioni che hanno poi dato vita al meraviglioso e fatale personaggio protagonista del suo esordio.

E adesso che finalmente ci siamo, posso dire che l’attesa non è stata affatto vana e che nessuna delle mie aspettative è stata minimamente tradita.

Con questo suo primo romanzo infatti, Strukul si presenta al pubblico con la sicurezza del narratore navigato e decide di farlo giocandosi da subito una carta straordinaria: quella del coraggio. Già, proprio così, perché per scrivere un romanzo come “La ballata di Mila”, di coraggio ce ne vuole da vendere, non solo perché in Italia è cosa dura fare breccia proponendo soggetti di questo tipo e misurandosi con il pulp nudo e crudo, genere scelto dall’autore per raccontare questa storia pregna di azione, suspense, sangue e violenza, ma soprattutto perché egli decide di ambientarla in un territorio letterariamente “lontano” (finora) dall’immaginario collettivo degli appassionati di una certa letteratura di genere, storicamente e tradizionalmente legata ad ambienti a stelle e strisce o con gli occhi a mandorla.

Il Veneto d’oggi scelto come scenario di una lotta senza quartiere, dunque, dove tutte le attività e gli affari in cui sono coinvolti i personaggi della vicenda hanno a che fare con: riciclaggio di denaro sporco, traffico e sfruttamento di esseri umani, riduzione in schiavitù e molte altre nefandezze realistiche quanto un qualunque articolo di cronaca nera odierno.

E questa scelta “territorialista” di Strukul, oltre che testimoniare un grande amore per la sua terra d’origine, risulta essere perfettamente in linea con la filosofia del manifesto Sugarpulp, finendo per fare centro e ottenere due splendidi risultati: quello paradossale per cui si dimostra che attraverso il genere pulp si può raccontare il vero più che attraverso altri generi letterari, e quello di riuscire a far divertire e sorridere nonostante i drammatici temi di fondo trattati (affiancando, ad esempio le Triadi cinesi e le Tigri di Shaolin a personaggi che rievocano soprannomi nostrani, quali “Trippa” o “Poenta”, strappando il sorriso al lettore grazie al prezioso ingrediente dell’ironia.

Ma il punto non è questo.

Se infatti dovessimo soffermarci quasi esclusivamente sulla figura della protagonista, la pur incantevole e mozzafiato Mila Zago, e sul suo terribile passato (già abbandonata dalla mamma, assiste all’uccisione del padre poliziotto e poi viene stuprata dai suoi assassini), finiremmo per non riconoscere il vero valore di questo romanzo e i grandi meriti del suo autore.

Al di là infatti di quello che rappresenta Mila Zago come personaggio pulp e al di là pure della sua personalissima e appassionante storia di vendetta (ottima spettacolarizzazione delle sequenze, nitida descrizione dei luoghi, brillanti pagine di diario-confessione della protagonista), al di là di tutto ciò, se noi ci fermassimo qui, finiremmo colpevolmente per sottovalutare quella che, di fatto, è un’opera di grande denuncia sociale.

“La ballata di Mila” infatti è un romanzo che scava, osserva, analizza dettagliatamente e ci presenta una vera e propria mappa della criminalità cinese organizzata che nel corso degli ultimi anni si è radicata nel nordest. Questo, il grande valore aggiunto del romanzo in questione.

Mila Zago di per sè non è infatti poi così diversa da tante eroine già protagoniste del filone letterario e cinematografico della revenge novel tanto in voga da qualche tempo a questa parte: per certi versi una splendida miscela tra Geum-Ja di Park Chan-Wook, Ljudmila Horvat di Custerlina, Liesbeth Salander di Larsson e altre ancora, certo, con una carica erotica prorompente (portatrice di una femminilità molto fumettistica, in questo senso) e superiore a quella presente negli esempi citati. Ma la differenza vera sta proprio nel fatto che qui vengono sviscerate le reti, le connivenze e le attività di una realtà criminale che non si vede, ma che esiste e si muove ogni giorno attorno a noi.

E a tale proposito è chiara e netta in questa nuova collana diretta da Colomba Rossi, l’impronta di Massimo Carlotto, che su questo fronte non conosce rivali in Italia.

Ma tutto il libro è ben concepito.

Come non parlare infatti del linguaggio scorrevole, dei colpi di scena eccezionali, del ritmo incalzante e delle perfette tensioni narrative, tutte vive e ben calibrate dalla prima all’ultima riga?

Insomma, davvero un esordio esaltante e assolutamente promettente.

In bocca al lupo, Red Dread!