Intervista a Monica Zornetta

Monica Zornetta con i suoi libri indaga da anni tra le pieghe oscure del Nord Est, dalla storia di Felice Maniero e della Mala del Brenta alle vicende del terrorismo nero e rosso che ha incendiato il Veneto (e non solo) per lunghi anni.

Nel suo ultimo lavoro Monica ha affrontato uno dei casi più enigmatici per quanto riguarda la cronaca nera italiana, e cioè il caso Ludwig. Stiamo parlando di una serie di delitti che non ha eguali per ferocia e spietatezza, un vero e proprio bagno di sangue che ha causato più di venti morti e sui cui tutt’ora aleggia un’ombra di mistero. “Ludwig – Storie di fuoco, sangue, follia” (Dalai Editore, 303 pp) è davvero un ottimo libro-inchiesta, che cattura il lettore e che si smarca dalle solite verità pre-confezionate che siamo abituati a sentire quando si affrontano argomenti di questo tipo. Ho approfittato dell’uscita del libro per scambiare quattro chiacchiere con Monica sul caso ma anche sulle epopee criminali che hanno caratterizzato il Nord Est e la loro “rimozione” dalla memoria collettiva.

Ciao Monica, dopo aver analizzato così a fondo il caso che idea ti sei fatta: sono stati davvero solo Abel e Furlan i responsabili di Ludwig? Anche tu parli del misterioso terzo uomo, ma ci sono giornalisti come Gianni Cantù che sostengono addirittura di sapere con certezza di chi si tratti…
Secondo me non sono stati solo loro. L’esclusiva responsabilità di Wolfgang Abel e Marco Furlan nei delitti appare poco convincente e sostengo questo perchè in alcuni casi sui luoghi dei crimini sono state notate più persone. Penso a Monte Berico, al cinema Eros a Milano. Nel caso della discoteca Melamara a Castiglione delle Stiviere, che è poi il luogo dove sono stati arrestati, è assai poco convincente la verità raccontata dai due, quella relativa cioè a un’azione compiuta senza aiuti esterni. Non è credibile che i due ragazzi abbiano percorso sette chilometri a piedi, d’inverno, lungo una strada trafficata e con, in mano, le taniche piene di benzina.  Anche Gianni Cantù, il cronista di “nera” che ha seguito passo passo la vicenda per conto de L’Arena di Verona e che ho incontrato, è convinto che non possano essere stati solo loro. Anche a me ha detto di conoscere il nome di uno dei presunti complici.. una persona che a tutt’oggi gli capita di incontrare a Verona.

  

Intervista a Victor Gischler

Carissime barbabietole, non preoccupatevi, non ci siamo dimenticati di uno dei nostri autori di riferimento, quel Victor GIschler che a gennaio 2009 – quando avevamo aperto i battenti – aveva preconizzato che presto il movimento Sugarpulp sarebbe stato un punto di riferimento su internet e non solo.
Perciò eccoci qua, con un’intervista fresca di bucato a uno degli autori americani più hot del momento negli States e anche qui da noi, in Italia. Perchè da quando Don Winslow e Joe R. Lansdale hanno tributato senza riserve il loro plauso all’autore della Louisiana le azioni di Gischler si sono impennate qui da noi, il resto lo hanno fatto quelle sue storie pazzesche, deliranti, sfrenate in cui la fantasia, il gusto per l’invenzione narrativa, il ritmo, l’intreccio fanno letteralmente scuola.
Per questo noi a Sugarpulp crediamo che Victor Gischler sia semplicemente un grandissimo autore, perchè pur nella sua modernità, nel suo parossismo visivo, lui non si è dimenticato di come si scrivono davvero i romanzi e applica in chiave moderna gli accorgimenti, gli artifici, le sorprese che trovi anche in Dumas, Gauthier, Stevenson e Salgari.
Un puro scrittore dunque, il cui talento nell’inventare è secondo solo alla straordinaria, incredibile fluidità di scrittura, quella che ti fa leggere centinaia di pagine senza che tu te ne accorga. C’è qualcosa di più bello che un lettore può chiedere al suo scrittore preferito? Io, personalmente, credo di no.
Per questo la traduzione di Luca Conti è stata superba sia in “Anche I poeti uccidono” che in “Notte di sangue a Coyote Crossing”: per quella naturale abilità del Principe, quel talento vero nel saper catturare l’anima della scrittura di Gischler rendendola a noi nel modo più fedele.

“Notte di sangue a Coyote Crossing” è un vero e proprio new western, un blend molto originale per rivisitare un genere antico… sei d’accordo con questa possibile definizione?
Direi che è assolutamente corretta.  Mentre scrivevo il romanzo pensavo, coscientemente, molto di più alle mie influenze western che a quelle noir. Mi rendevo conto che la storia si sviluppava in modo estremamente naturale e io non riuscivo a resistere. Ero quasi posseduto. Mi sono limitato a seguire il flusso e la cosa ha funzionato alla grande.

L’Oklahoma, i suoi paesaggi e l’ambiente rurale sono a mio parere protagonisti assoluti del romanzo: sei d’accordo?
Sì, quel senso di isolamento profondo tipico dell’Oklahoma è importante.  Una specie di frontiera invalicabile per i personaggi.  Eppure, nei western tradizionali, la frontiera rappresenta un’opportunità, mentre qui i protagonisti si sentono intrappolati, bloccati dalla frontiera e questa sensazione particolare credo sia figlia del noir.

Toby Sawyer è il protagonista della tua storia, come capita spesso nei tuoi romanzi non è certo una persona perfetta, penso a Charlie Swift de “La gabbia delle scimmie” o a Jay Morgan in “Anche I poeti uccidono”, come riesci a tratteggiare personaggi così contraddittori e credibili?
Cerco sempre di ricordare che questi personaggi non sanno che qualcuno li sta guardando.  Tutti noi facciamo del nostro meglio quando la gente ci osserva.  Invece siamo davvero noi stessi quando non ci guarda nessuno. I supereroi perfetti non sarebbero credibili dal mio punto di vista, e non avrebbero “diritto di cittadinanza” nei miei romanzi.

Ho amato moltissimo il dialogo fra Nonna Jordan e Toby, quelle pagine sono davvero brillanti, dolci e intrise d’una lirica intimità: c’è qualche reminiscenza personale?
Probabilmente a livello inconscio.  Non creo i personaggi sulla base di persone precise ma mi piace molto osservare la gente in generale e sviluppare quei caratteri in un cast di persone eccentriche.  Amo lavorare con i modelli, e Nonna Jordan ne è un tipico esempio.  Potremmo dire che lei è figlia di un’età passata e ha voluto tramandare, trasmettere quel suo modo di pensare ai suoi nipoti. Come persone abbiamo ereditato dalla nostra cultura tutto il bene e tutto il male che c’è dentro.

In Italia abbiamo letto fino ad ora quattro dei tuoi libri e tu hai cambiato altrettante volte il genere narrativo: “La gabbia delle scimmie” è una vera e propria gangster story, “Anche i poeti uccidono”, una commedia nera, “Black City. C’era una volta la fine del mondo”, un’avventura postapocalittica, “Notte di sangue a Coyote Crossing”, un western moderno. A volte mi chiedo come fai a “girare” così facilmente stile, storie, idee…sembri quasi un camaleonte. Attualmente cosa stai scrivendo?
Ho in lavorazione una bizzarra, delirante storia di fantascienza pulp e un romanzo hard boiled con un detective privato ambientato in Louisiana.  Non è semplice scrivere romanzi con le deadline dei fumetti Marvel che incombono ma con il romanzo hardboiled sto prendendo il ritmo giusto, e se va avanti così credo proprio che non ci metterò moltissimo a finirlo.

So che hai scritto con Anthony Neil Smith la sceneggiatura di “Pulp Boy” e il film è in fase di post produzione…due parole sulla storia?
La storia riguarda uno scrittore di fantascienza pulp completamente rovinato: Emerson LaSalle. Si trova in tour per promuovere il suo nuovo libro per tentare di rilanciare la sua carriera ormai defunta e mentre lo fa gli capita ogni sorta di imprevisto. Il tour si trasforma in una demenziale e imprevedibile avventura.

Qualche novità da Hollywood a proposito dei film su “Gun Monkeys” (“La gabbia delle scimmie”), “Go Go Girls of the Apocalypse” (“Black City. C’era una volta la fine del mondo”) e/o altri film tratti dai tuoi romanzi?
“Gun Monkeys” è stato sul punto di venire messo da parte per un po’.  Ci sono stati alcuni dettagli difficili da aggiustare ma ormai siamo davvero molto vicini a partire.  Ho scritto la sceneggiatura per “Go-Go Girls” e il produttore ha pensato che avessi fatto davvero un ottimo lavoro.  La sceneggiatura è stata appena inviata ad un attore molto famoso.  Speriamo che decida di diventare la star del film ma non posso dire ovviamente di chi stiamo parlando.

Il tuo “X – Men: Curse of the Mutants” è stata una storia da oltre 100.000 copie in una settimana e il fumetto più venduto negli States l’anno scorso, secondo solo agli Avengers di Bendis. E adesso? So che sei stato incaricato di sviluppare al massimo il lato “vampirico” delle storie Marvel. Ho ragione?
Sì, sembra che le cose stiano proprio così. Ho una storia in uscita che racconta di come i vampiri combatteranno Hulk.  Sono appena tornato da Tulsa dove ero stato invitato come relatore principale presso una biblioteca per parlare del tema dei vampiri nella cultura popolare.  Talvolta mi sembra di essere diventato un esperto di vampiri senza nemmeno essermene reso conto.  Ma non mi sento affatto un esperto, perciò non farmi nessuna domanda difficile sui vampiri per favore.

Deadpool è stato uno dei grandi successi del fumetto targato Marvel in Italia l’anno scorso. Il 29 e 30 Settembre e l’1 e 2 Ottobre prossimi sarai ospite al Festival Sugarpulp a Padova insieme a Matteo Scalera uno degli artisti che appartengono al pool di disegnatori di Deadpool, com’è stata l’esperienza di “Merc with a mouth” e “Deadpool Corpse”?
Descriverei quell’esperienza come libidine allo stato puro, mi sono davvero molto divertito a scrivere quelle storie.  Deadpool appaga alla grande quel mio specifico bisogno di umorismo demenziale ma al tempo stesso Wade Wilson è un mercenario abile con spade e pistole ed è in grado di prendere a calci nel culo I criminali: una splendida combinazione. In più, io e Deadpool condividiamo lo stesso amore per la cultura pop.

Talvolta i lettori dicono che i tuoi personaggi femminili non sono mai protagonisti dei tuoi libri, per questo motivo ti chiederei di dire due parole su “Shotgun Opera”, che qualche editore italiano dovrebbe, speriamo, pubblicare in un prossimo futuro…
Be’ è vero che i personaggi femminili non sono I protagonisti assoluti dei miei romanzi, ma sono comuqnue piuttosto importanti.  O perlomeno, sono importanti per me.  In “Notte di sangue a Coyote Crossing”, Amanda ha una piccola parte… ma è decisamente il vice-sceriffo più competente che c’è nella stazione di polizia.  In “Shotgun Opera” c’è un trio di sorelle killer assolutamente letali.  Molti dei miei lettori mi hanno detto di aver amato tantissimo quei tre personaggi.  Parlando di SHOTGUN OPERA, c’è attualmente un’ottima sceneggiatura che sta girando e stiamo incontrando una serie di registi interessati al progetto.  Teniamo le dita incrociate.

Meridiano Zero pubblicherà a breve uno splendido romanzo di un altro autore americano: Anthony Neil Smith, il titolo originale è “Yellow Medicine”, come definiresti il suo romanzo e cosa ne pensi di lui come autore?
Io e Anthony Neil Smith siamo ottimi amici da sempre.  Ci siamo laureati insieme.  Ai tempi gli ho mostrato la prima stesura di “Gun Monkeys” e lui mi ha fatto notare cosa non funzionava aiutandomi a metterlo a posto. Anthony è un autore molto intelligente e acuto. “Yellow Medicine” è un romanzo duro e affascinante.  Il protagonista è Billy Laffitte, un personaggio sofferto e contraddittorio che è scappato dal sud della Louisiana verso i campi ghiacciati del Minnesota. “Yellow Medicine” è probabilmente il romanzo di Anthony che preferisco. Un lavoro eccellente.



Enrico Pandiani: italien, mais “le français”.

Altra avvincente puntata per Jean Pierre Mordenti e per il suo succoso gruppo de Les Italiens. Nuovo inizio all’insegna del mistero e della morte: Martine − fotografa del prestigioso studio Art-en Images e partner di Mordenti − viene uccisa, nell’appartamento di lui, da una donna misteriosa, col viso bendato da un foulard di seta nera. Chi è questa sconosciuta armata, che agisce con cinica freddezza? E perché lo immobilizza con una legatura giapponese utilizzata anche come pratica bondage, chiamata Shibari? Corda di canapa e nodi particolari, le indagini partono nel buio.

Questa volta sono capitanate da un tenente di polizia conturbante, Maëlis Deslandes, bella, ricca, risposta pronta, competente. La affiancano Les Italiens, così vengono chiamati questi poliziotti bravi e sanguigni alla Brigata Criminale, a testimoniare un’origine più che una realtà di fatto: «perché la maggior parte della squadra è di origine italiana. Ai tempi di Bruno Pennacino, il commissario capo che l’aveva messa insieme, lo eravamo tutti. Poi le cose cambiano e adesso tra noi ci sono anche corsi e alsaziani, ma il nome è rimasto».
Ho intervistato l’autore su questa nuova opera e sul percorso della sua scrittura. Enrico Pandiani, torinese, grafico editoriale e scrittore per passione, mi ha risposto come già altre volte aveva fatto: con generosità e ironia. E per dare un assaggio del suo rapporto totalizzante con la scrittura, intesa come passione ma anche come scelta di vita, ripropongo le sue stesse parole: «Scrivo in qualsiasi momento libero, in auto, in treno, in aereo, in bici, a cavallo, seduto sul water, generalmente con il computer sulle ginocchia. Libero significa dal lavoro e dalle incombenze quotidiane. Ho la capacità di astrarmi completamente da tutto ciò che mi circonda – il mio socio dice che sono autistico – soprattutto perché per me scrivere è una forma straordinaria d’evasione».

Parliamo del gruppo di polizia parigina Les Italiens in termini di trilogia o comunque seriali. Hai all’attivo tre romanzi, tutti pubblicati con Instar Libri: “Les Italiens”, “Troppo piombo” e “Lezioni di tenebra”. Come ti sembra che si sia evoluta, la tua scrittura?
Il gruppo. In effetti alla terza avventura, che non chiamerei trilogia perché porta sfiga, devo dire che, benché sfilacciato ed elastico, questo manipolo di amici si è fatto la sua strada tra incidenti di percorso, allegria, dolore, ferite e qualche calcio nel sedere. Mi sembra che i quattro fondamentali, Mordenti, Servandoni Coccioni e Leila Santoni abbiano consolidato la loro personalità e le loro posizioni. Alain Servandoni nella sua parte di figura paterna, seria e riflessiva, sempre presente quando c’è bisogno di lui, Michel Coccioni come giullare entusiasta che non si tira mai indietro e Leila la parte schiva e intelligente, che lavora nell’ombra, crea i collegamenti e risolve le situazioni. E poi c’è Mordenti. Su di lui sto lavorando molto, è come un vecchio amico che ancora non conosco troppo bene. La sua deriva in “Lezioni di tenebra” ne rivela la fragilità emotiva, la solitudine, una rabbia che si porta dentro, ma anche la capacità di cambiare adattandosi alle circostanze. È meno playboy, viene piantato, soffre, ma non si lascia schiacciare. Tutto sommato sono un gruppo di amici che mal sopporta le ingiustizie, che ha ancora parecchio da dire e da fare.

E la padronanza sulla trama?
Questo è il classico pestone sul dente che duole. Alla terza prova ho finalmente capito che il mio modus operandi deve cambiare. “Les italiens” aveva 250 pagine, “Troppo piombo” circa 300 e le “Lezioni” ne hanno 350. È il sintomo di qualcosa che non funziona, soprattutto se si pensa che io odio i libri troppo lunghi. In genere parto da un‘idea, da un inizio diciamo, gli attacco un seguito e comincio a scrivere. In corso d’opera arrivano nuove idee, ripensamenti, cambiamenti vari e questo allunga irrimediabilmente la trama. Ho deciso che d’ora in avanti non sarà più così, o almeno non del tutto. Voglio avere la storia completa in canovaccio con i personaggi ben definiti e con un loro perché. Questo prima di cominciare la stesura. Penso che mi permetterà di avere un controllo migliore e impedirà che il brodo si allunghi.

A pag. 18 di “Lezioni di tenebra” dici, a proposito de Les Italiens: «Eravamo dei sopravvissuti, scampati alla vita e alla strada. Alla lunga questo crea un legame forte, tipo che si diventa più fratelli che colleghi». Il dolore è una via per la solidarietà?
La solidarietà è un parolone che la gente usa quando non riesce a essere tollerante. Non mi piace la solidarietà, preferisco di gran lunga la tolleranza e il rispetto. Sono molto più difficili da possedere e non basta sganciare un paio di monetine a quel poveraccio che ti lava il parabrezza. Tolleranza vuol dire accettare chi è diverso da te senza preconcetti permettendogli di essere sé stesso. Ciò che volevo dire con la frase che hai citato è che condividere le difficoltà della vita, così come le gioie è un mestiere difficile, che crea spesso un’unicità d’intenti. Si parla tanto di quei poveretti che sono separati, divorziati e che fanno tanta fatica a tirare avanti. Non si pensa mai alla fatica che due persone devono affrontare per tenere insieme una famiglia, un’unione, un legame. È più semplice recidere che tenere insieme.
Les italiens invece, si stringono l’un l’altro, si sostengono e si supportano perché hanno una lunga storia comune. Non è spirito di corpo, sono affetto e amicizia. Io penso che il dolore sia semplicemente dolore, una cosa che fa male e che si vive individualmente. Chi ti è amico e ti vuole bene ti sta vicino, può soffrire per te ma non può prendersi parte delle tue sofferenze. Il dolore non ti porta da nessuna parte, fa male, punto e basta. È più facile che ti porti a odiare piuttosto che amare.

Quanto tu, come scrittore, subisci e quanto tieni le distanze dalla dimensione del dolore?
Io sono piuttosto uno stressato, non ho mai sofferto veramente, in vita mia, se non quando è mancata mia madre. E quello è un dolore indescrivibile, che ti trascini a lungo aspettando che il tempo lo diluisca, rendendolo sopportabile, prima, e ricordo, poi. Ciò non toglie che per uno scrittore il dolore sia una componente indispensabile, così come l’amore. La letteratura intera si basa su questi due sentimenti, cosa ti rende differente è la maniera in cui li maneggi. Io li mescolo con l’ironia e l’umorismo, almeno, tento di farlo. In linea di massima non mi auguro di soffrire o di provare dolore, preferisco osservarlo e descriverlo. Ma quando arriva non mi sottraggo, lo affronto ma non lo subisco. Riesco comunque a convivere abbastanza tranquillamente con entrambi, sia quello fisico che quello psichico. A volte, del resto, non te ne puoi liberare.

Sia in “Lezioni di tenebra” che nei precedenti romanzi hai dimostrato di essere un esperto di balistica e di armi da fuoco. È così?
In realtà sono tutt’altro che un esperto, però ammetto di subire il fascino di alcune armi. Soprattutto le pistole non troppo recenti, quelle vecchie, grigie che hanno fatto la guerra. Per il resto, quando hai in mente una determinata situazione e ti ci vorrebbe un certo tipo di arma, su internet trovi proprio di tutto, assieme alle informazioni che ti servono. Rileggendo “Les italiens”, ho capito che avevo esagerato con l’ultimo grido del bum bum. D’altronde arrivavo dalla lettura di “Corri”, di Douglas E. Winter che mi aveva dato una grossa spinta a scrivere e finire il mio primo romanzo e nel quale le armi erano parte integrante della storia. Però, già in Troppo piombo ho abbassato, per così dire, il tiro e la tendenza è quella di dare alle armi soltanto il giusto spazio che devono avere in un poliziesco. Perché alla fine, tutte quelle sigle rischiano di essere un po’ ridicole e di molte se ne può anche fare a meno.

Le donne dei tuoi romanzi. Devono essere per forza così incredibilmente belle? Belle tutte, dalla testa ai piedi, al portamento ai vestiti, bella la voce, bello perfino il nome di battesimo. Non puoi abbruttirle un pochino nel prossimo libro? (ma solo poco poco…) ;-)
Adesso mi arrampico sui vetri… Le donne di tutti i romanzi sono belle, soprattutto quelle che finiscono a letto con il protagonista.
Bonnie Parker era un cesso, eppure al cinema l’ha interpretata una Faye Dunaway da farlo rizzare a un morto. È la letteratura, baby, e tu non ci puoi fare niente. Niente.
Comunque, nei miei romanzi, le donne sono belle agli occhi di Mordenti. Lui le ama, le mitizza, le rende meravigliose. Noi le vediamo tramite il suo sguardo e questo le rende appetibili anche a noi. Maëlis Deslandes di “Lezioni di tenebra” è volutamente esagerata. Mordenti subisce una perdita molto grave all’inizio del romanzo, di conseguenza la donna che provoca la sua attrazione in un momento del genere deve andare molto al di là della semplice bellezza. E l’idea di una miliardaria che ha fatto il flic contro la volontà dei genitori mi piaceva molto. Soltanto una così poteva momentaneamente prendere il posto di Martine. In “Troppo piombo”, Nadège non segue i canoni classici della bellezza, è più una specie di felino strano; è Mordenti a vederla bellissima lasciandosi accalappiare dal suo fascino esotico. E Moët, beh, credo che a molta gente non piacerebbe proprio. La bellezza di Leila, infine, è una bellezza funzionale, quella del meccanismo perfetto, che non attrae in quanto bello ma perché efficiente.
D’altra parte uno scrittore ha dai suoi romanzi quel che non può avere nella vita reale. Quindi, tanto vale che le donne siano belle.
Nel prossimo, a ogni modo, Mordenti troverà pane per i suoi denti…

Una domanda che non può mancare per un’intervista Sugarpulp, il movimento in cui la territorialità riveste un ruolo di primaria importanza: come “Troppo piombo” e “Les italiens”, anche questo romanzo è ambientato a Parigi (in parte anche a Torino). Com’è il tuo legame con questa città?
Amore totale e incondizionato, attrazione, schiavitù, compiacenza e feticismo. Trovo che Parigi e Roma siano le due città più belle del mondo. Roma purtroppo, la conosco poco, Parigi invece mi calza come un vecchio maglione nel quale ci si sente a casa propria. Mi piace l’enorme quantità di aspetti diversi che riesce a offrire e trovo sbalorditive le sue improvvise aperture. Mi piace la Senna, così grande e ventosa, le isole e i grandi viali. Parigi ti permette di passare dal medioevo al settecento per poi attraversare i primi del novecento e arrivare fino a noi.
Mi è capitato di visitare quartieri che mi sono talmente piaciuti da costringermi a inventare brani di romanzi solo per poterli ambientare in quei posti.
La città è un insieme di luoghi molto piacevoli dove girare senza meta o visitando i quartieri nei quali si svolgerà il prossimo romanzo.
È un po’ che non ci metto piede e mi manca quasi come l’aria che respiro, perché Parigi è stimolante, ti riempie di idee, te le tira fuori a furia di calci, ti spreme come un limone. Poche altre città mi fanno questa impressione.

In una precedente intervista risalente a circa un anno fa, dichiaravi: «Trovo che il fascismo oggi sia come una polvere sottile che tende a depositarsi su ogni cosa. Nessuno la nota ma lei è lì e cerca di intossicarci tutti». È cambiata la situazione, dopo questi mesi o è stazionaria? Se è cambiata: in meglio o in peggio?
Che ti posso dire, la situazione non è certo migliorata, oggi il fascismo ha molte facce e al nero si è aggiunto il verde. Basta guardare un talk show in televisione per percepire quanto il fascismo, l’arroganza e la prevaricazione siano ormai tutt’altro che striscianti. Lo vedi da come si comporta per strada certa gente, da come ti si rivolge o da come ti guarda. Ogni tanto riempiamo qualche piazza, ma ho paura che a volere un certo tipo di sociètà siamo rimasti in pochi. Soli, spaventati e con poche prospettive.

So che hai dei progetti: ne puoi già parlare?
I progetti sono tanti e tanti i contatti che sto seguendo sperando di riuscire ad arrivare a qualcosa di concreto. Da un po’ di tempo c’è nell’aria un film tratto da Troppo piombo e c’è il tentativo di fare un fumetto con Mordenti e compagni. Ho delle idee per dei libri per ragazzi un po’ scafati e sto lavorando a una storia per bambini con mio figlio di otto anni. Mi servirebbe tanto tempo e io, invece, non ne ho mai abbastanza.
E poi c’è il quarto romanzo della serie, una storia che mi piace tanto, molto avventurosa con ramificazioni imprevedibili. Ci saranno una donna infelice, un commissario frustrato, tante ombre dal passato e una storia lunga settant’anni. Di più per ora non voglio dire altro, anche perché ci vorrà ancora un po’ di tempo. Naturalmente il quinto romanzo sta già prendendo forma nella mia testa. Insomma, faccio fatica a stare tranquillo.

Ci saluti con una citazione da “Lezioni di tenebra”?
Ha riso nuovamente. «Lei mi piace, Mordenti, questa notte rimpiangerò la sua presenza».
«Sono un flic come un altro, in smoking sembriamo tutti dei fighi.»
«Interessante e modesto, che rarità…» ha mormorato aggiustandomi il cravattino.
«Lei ha un’aria infelice, marchesa, anche se finge che non sia così.»
Si è voltata verso il giardino rimanendo assorta per qualche momento. «Trova?» ha mormorato.
«Anche il suo bacio era triste. Dolce, ma triste.»
Si è voltata a guardarmi. «Pensa di poter fare qualcosa per la mia felicità, commissario?» ha chiesto in un soffio. Gli occhi socchiusi mi osservavano con improvvisa curiosità.
«Può darsi» ho detto, «potrei mandare all’aria il suo matrimonio.»



Barbabietole da esportazione

Ciao fioi,

voi non potete neanche immaginare come sia felice di scrivere l’aggiornamento di questo settimana: Matteo Righetto e Sugarpulp sono stati scelti come protagonisti di uno spot Lexus prodotto in collaborazione con Current TV USA, per la regia di Paolo Borraccetti.

C’è poco da aggiungere, cose del genere ti fanno sentire davvero orgoglione. A quanto ne so non era mai successo che un movimento letterario, e per di più un movimento sui generis come quello delle vostre amate barbabietole tossiche, riuscisse in un’impresa del genere. Del resto ve l’avevamo detto o no che da qui a settembre ne avremo combinate delle belle?

Per ora godetevi lo spot, fatelo girare il più possibile e preparatevi per il prossimo Sugarspritz (ci si vede tutti alla Corte venerdì 8 aprile).



Intervista a Paolo Roversi

Paolo Roversi (29 marzo 1975 Suzzara –Mantova) è uno scrittore e giornalista, vive a Milano. Ha pubblicato quattro romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa, 2006), La mano sinistra del diavolo (Mursia, 2006) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007, Niente baci alla francese (Mursia,2007) e L’uomo della pianura (Mursia,2009).

Studioso di Charles Bukowski, alla sua opera ha dedicato la prima biografia italiana intitolata Scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere (Stampa Alternativa, 2005\ nuova edizione con Castelvecchi, 2010), e Taccuino di una sbronza (Kowalski/Feltrinelli, 2008), romanzo ispirato alla vita dell’autore americano, ambientato a Milano fra il 1994 e il 2008.

Nel maggio 2010 è uscito il suo romanzo noir PesceMangiaCane (Edizioni Ambiente, collana Verdenero) dedicato al Po e al disastro ambientale seguente al riversamento del petrolio nel fiume Lambro. I suoi libri sono tradotti in Spagna e in corso di traduzione in Germania e Francia. È fondatore e direttore della rassegna dedicata al giallo e al noir NebbiaGialla Suzzara Noir Festival. Ha ideato e scritto soggetti per fiction televisive come Distretto di Polizia e dirige MilanoNera web press, un portale dedicato alla letteratura gialla. Il suo nuovo romanzo, in libreria dal 2 marzo 2011, è Milano Criminale (Rizzoli)

Il giornalista e hacker Enrico Radeschi è il protagonista di diversi tuoi romanzi, da Blue tango-noir metropolitano a L’uomo della Pianura. E’ un personaggio che hai voluto proiettare nelle ansie e nelle fragilità del mondo moderno, aggiungendo un pizzico di leggerezza. Come nasce Enrico Radeschi? Vive solo nei romanzi o è anche un tuo modo di viaggiare virtualmente tra storie, sogni e ricordi? Insomma, Radeschi risolve anche i tuoi enigmi, i tuoi virus?
In parte sì. Radeschi rappresenta la difficoltà del vivere moderno nella metropoli anche se lui trova comunque sempre il modo di sorridere, di stare bene. Le storie di cui lo rendo protagonista sono vicende che vorrei esorcizzare o comunque sviscerare più a fondo: la solitudine e l’emarginazione in Blue Tango, l’importanza della “memoria” collettiva ne La mano sinistra del diavolo, l’ecologia in Niente baci alla francese e così via.

Massimo Carlotto, nella quarta di copertina del tuo romanzo L’uomo della pianura scrive: Milano è da sempre l’università del crimine e nella magica Bassa ci sono pure gli indiani padani. Trovo bellissima l’intuizione degli “indiani padani”. Raccontaci le mitologie di questi “indiani”, le atmosfere e i colori di quei posti così spesso evocati nelle tue storie.
Volevo raccontare la Bassa, la mia terra, ieri e oggi. Una volta assomigliava molto ai romanzi di Guareschi e ai film in bianco e nero con Fernandel e Gino Cervi ma oggi è tutto cambiato. Adesso nelle stalle non ci stanno più gli italiani ma i Sihk, gli indiani padani col turbante. Da qui il desiderio di scrivere una storia che raccontasse, attraverso il noir, quello che è anche il cambiamento della nostra società.

Nel romanzo “La mano sinistra del Diavolo” troviamo ancora una volta la doppia ambientazione tra la nera Milano metrolitana e l’autoctona e sospesa bassa padana. Un doppio binario che è anche tuo, come di Radeschi. Due realtà lontane che nel romanzo si intersecano fino a sovrapporsi, componendo lo strano mosaico di una storia di ordinaria follia. Sono i fatti di cronaca nera a averti ispirato? Cosa hanno in comune le due realtà così diverse che ci presenti?
Penso rappresentino le due anime del giallo italiano: la provincia e la metropoli. Mi piace raccontare storie ambientate in entrambi i luoghi per mettermi alla prova: io milanese acquisito da ormai undici anni ma anche uomo della Bassa. La doppia ambientazione mi serve anche per evidenziarne il contrasto: la città rappresenta la velocità, la spersonalizzazione; la provincia la lentezza, un luogo dove tutti si conoscono. Ciò che li accomuna è il male, che colpisce indistintamente sia in un luogo che nell’altro con la differenza che i media, quando il dramma avviene in provincia (magari in un posto sperduto come Cogne o Avetrana) lo trasforma in un caso mediatico.

Rimanendo nella tua terra “indiana”, in “PesceMangiaCane” aggiungi nuovi sorprendenti protagonisti, Il Po, vecchio signore malato, Il Lambro e le acque dei fiumi del nord Italia. Oltre che tra le mani del serial killer di turno ci proietti in tematiche ambientali, l’ecomafia e le sue nefaste conseguenze. Disegni un percorso lungo terre e sabbie che per molti lettori riaccende antiche memorie del territorio. Quanto ha pesato la tua formazione storica per la scelta di questa storia?
Molto. Quello che mi ha influenzato ancora di più, però, è stata la mia infanzia sul Po. Quel fiume te lo porti dentro, lo ami. Io ne ho fatto il protagonista assoluto del romanzo perché volevo che tutti, anche chi non l’ha mai visto, capisse tutto il male che gli stiamo infliggendo, e che peserà sulle generazioni future.

Una domanda che ti hanno fatto molte volte, alla quale non posso comunque rinunciare, visto che condivido la tua passione. Come è entrato nella tua vita Charles Bukowski e perché è diventato uno dei protagonisti dei tuoi interessi, tanto da dedicarvi studi, saggi e biografie?
Per caso. Quando mi capitò in mano il suo primo romanzo pensavo che Bukowski fosse un russo, pensa un po’… Da lì però qualcosa è cambiato in me: direi che se oggi faccio lo scrittore lo devo a Buk. Mi ha insegnato la costanza, la forza di volontà, il non mollare mai nonostante le ovvie e innumerevoli batoste che uno scrittore agli esordi è costretto a subire.

Cerco subito di recuperare, ti propongo una domanda che invece (credo) nessuno ti ha ancora fatto. Torno per un attimo al tuo Radeschi e alla sua ormai nota vespa gialla. Puoi raccontarci un tuo viaggio su due ruote?
Era il 2000, credo. Vivevo a Nizza in Francia e mi ero fatto mandare la vespa col treno. Andai a ritirarla a Ventimiglia. C’era il diluvio universale e appena varcato il confine, a Mentone, la maledetta smise di funzionare. Sotto la pioggia battente cambiai la candela (un vespista che si rispetta ne ha sempre una di riserva sotto alla sella). Il motore riprese ad andare e, naturalmente, smise subito di piovere. Arrivare sulla promenade des anglais, però, in sella al Giallone fu una sensazione bellissima.

Dirigi il Festival Letterario NebbiaGialla e il Web Magazine Milano Nera. Il genere sembra malato di sovraesposizione di titoli e mancanza di originalità. Viste le tue esperienze dirette e i continui scambi con autori professionisti e esordienti, puoi farci un punto sulla letteratura di genere? Ci sono in Italia scenari innovativi, qualcosa che resterà nel tempo superando le mode del momento?
Il genere è sovraesposto, non ci sono dubbi. Il mio rammarico è che gli editori puntino troppo poco sugli autori italiani preferendo, ad esempio, tradurre oscuri autori scandinavi di cui, secondo me, non si sente proprio la necessità. Anzi. Se si prestasse più attenzione al fermento che c’è in Italia sono sicuro che ne trarrebbero vantaggio tutti: editori ed autori nostrani.

Dulcis in fundo, arriviamo al tuo ultimo romanzo, Milano Criminale, uscito proprio in questi giorni. Questa volta ci proietti nella epopea criminale della Milano degli anni sessanta e settanta. Niente Bassa e niente Radeschi stavolta. Siamo dunque nel mezzo tra storia e fiction. Cosa troveremo in Milano Criminale, oltre ai fatti di cronaca di quegli anni che hanno cambiato il nostro paese?
Due eroi straordinari: uno sbirro, Antonio Santi, e un bandito, Roberto Vandelli. Nel romanzo racconto la loro lotta, un duello ininterrotto, che si snoda intorno ai fatti storici di Milano fra il 1958 e il 197: dalla rapina di via Osoppo alla banda Cavallero, dal clan dei Marsigliesi al delitto della Cattolica. Un romanzo, insomma, che affonda le proprie radici nella cronaca nera dell’epoca.

Come cambia l’approccio alla storia e ai personaggi nel tuo romanzo rispetto a Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo?
Non di molto credo. Entrambi, ad esempio, abbiamo scelto di cambiare i nomi dei protagonisti. Io l’ho fatto per sentirmi libero di poter far agire il miei personaggi come meglio credevo, per rendere la storia più avvincente. Mi spiego meglio: raccontando le gesta di Vallanzasca sapevo benissimo come si era svolta una certa rapina ma non potevo immaginare cosa dicesse in privato alla sua donna o ai suoi compari. Così per quei passaggi ho utilizzato la fantasia e quindi, giocoforza, il personaggio del romanzo, Roberto Vandelli, non è più Vallanzasca ma una proiezione letteraria che gli assomiglia per tanti versi. La seconda cosa che ho conservato nella narrazione – così come De Cataldo – è la fedele cronologia degli eventi e la coerenza storica: tutti gli eventi narrati sono realmente accaduti.

Sicuramente oggi le logiche sono diverse, sia storiche che politico-economiche. Cosa è rimasto della Milano rossa che hai voluto raccontare? Esiste ancora una capitale del crimine?
La Milano che racconto io è quella della fine degli anni Sessanta quando la malavita aveva un nome ben preciso: ligera. Un nome che deriva da un termine dialettale meneghino che significa “leggera” e che identificava la tipica mala dell’epoca, una sorta di malavita “romantica” che rubava per fame, non sparava e che la faceva da padrona sotto alla Madonnina. Negli anni Sessanta e primi Settanta, poi, c’erano le batterie, le bande di malviventi specializzate: chi nelle rapine alle banche, chi nei furti in villa, chi negli assalti ai portavalori… Oggi non esiste nulla di tutto questo: il crimine è in mano alle mafie che acquistano interi stabili in centro per riciclare gli introiti del narcotraffico. Non sono tipi di criminalità paragonabili. Se ieri Milano era la capitale del crimine oggi è un’immensa lavanderia di denaro sporco.

L’ultima domanda è per Sugarpulp. Cosa direbbe Radeschi del nostro movimento?
Le campagne del nordest ricordano parecchio quelle della Bassa e, anche se cambia il dialetto, la sostanza non muta di molto. Quindi strizzerebbe l’occhio al movimento, l’approverebbe e, per l’occasione, metterebbe da parte il Montenegro a beneficio di una bella grappa.



Intervista ad Alessandro Vitti

Alessandro Vitti è certamente uno degli artisti del fumetto più importanti della nuova generazione – è del 1978 – del resto i risultati parlano chiaro: disegnatore per la Marvel (Secret Warriors e X – Campus) e Bonelli (Brendon) ha saputo imporre un tratto onirico, violento e ricco di dettagli, miscelandolo con inquadrature dal forte sapore cinematografico.
Recentemente, la Panini ha pubblicato il suo arc – su storia di Jonathan Hickman – dedicato ai Secret Warriors, la gang di spie S.H.I.E.L.D. capitanata da Nick Fury che combatte contro l’altra grande agenzia segreta dell’H.Y.D.R.A. La storia, mozzafiato, è apparsa su Marvel Mix n. 85 come “Secret Warriors 2 – Dark Reign” e mescola atmosfere noir-pulp intrise di cupa violenza con svisate nel mondo mitologico-classico che fanno del fumetto in questione uno dei più interessanti usciti nell’ultimo anno. Una storia che racconta il difficile rapporto fra Ares, dio della Guerra e Alexander, dio della paura precipitando il tutto in uno scontro fra agenti segreti che non risparmia nessuno.
Consigliandovene la lettura da subito, ci è dunque parso opportuno scambiare quattro chiacchiere con un disegnatore fenomenale che sarà – fra l’altro – fra gli ospiti d’onore dell’imminente Mantova Comics.

Ciao Alessandro, per cominciare: come ti sei avvicinato al mondo del fumetto? Cosa leggevi da ragazzino e soprattutto i fumetti li leggevi?
Ciao a voi, Barbabietole… partiamo subito, eheheheheh, anzi… partiamo nel vero senso della parola, qui si respira una brutta aria… ahahahahahahah… parentesi a parte… i fumetti li leggevo e li ho scoperti casualmente, come i fumetti porno… mi sono capitati in mano per caso… ahahahahahahahah… avevo 9 anni quando ho letto il primo, sia dei supereroi e sia di quelli porno.
Mi sono piaciuti parecchio…
Torno serio… era il numero 11 di Capitan America e i Vendicatori della Star Comics…prima di quel numero, non sapevo dell’esistenza di una realtà ricca di personaggi pieni di caratteristiche diverse e bellissimi da ridisegnare.

Quando e in che modo hai capito che volevi disegnare comics e strips?
Sinceramente, non l’ho mai capito come ci sono finito in questo mondo, perché le mie ambizioni erano altre… io volevo fare “L’USCIERE”… torno di nuovo serio… Dire da subito sarebbe un’enorme menzogna.
Direi verso i 16 anni, perché per tenermi sempre in costante allenamento o per avere sempre uno stimolo a disegnare, cercavo nei fumetti, e nei disegnatori, l’incipit per proseguire e soprattutto per imparare a disegnare a tutti gli effetti …

Che tipo di scuole/istituti/accademie hai frequentato? Insomma qual’è stato il percorso formativo che ti ha portato a diventare disegnatore?
…perché è stato un percorso interamente sviluppato attraverso l’apprendimento da autodidatta.
Le scuole che ho frequentato hanno comunque sviluppato il mio bagaglio culturale e hanno comunque inciso anche ai fini della mia futura professione.
Alle superiori ho frequentato un istituto di grafica e poi mi sono iscritto all’Accademia di belle arti. Il percorso è comunque rimasto legato all’ambito artistico, ma con una visione più ampia. Volevo ancora capire cosa realmente mi poteva aiutare ad esprimermi. A me piace anche scolpire e dipingere, non mi dispiacerebbe riprendere ad utilizzare queste forme di espressione.
Ma delle scelte si devono fare, altrimenti si resta ad aspettare Godot… e di certo… se vuoi qualcosa devi cercare di prendertela con tutte le forze se ci tieni realmente, e le mie riflessioni, le mie scelte, sono andate tutte verso il fumetto e infatti…

Se non sbaglio uno degli incontri chiave per la tua carriera è stato quello con Giuseppe Palumbo, me ne parli?
… è stato così… soprattutto quando un giorno a Taranto, nella mia città natale, venne invitato in una libreria di fumetti il mitico Giuseppe Palumbo… si mostrò disponibilissimo e soprattutto aspettò che io tornassi in libreria per portargli delle mie tavole… perchè in quel momento non avevo nulla con me, mi vergognavo a mostrare i “ miei sgorbi”.
Mi disse di proseguire e mi diede dei suggerimenti, mirati a correggere alcuni particolari dei miei lavori.
Mi disse di farmi risentire e così ho fatto… ho lasciato trascorrere il tempo necessario per studiare meglio il disegno. Poi andai direttamente da lui.
In quel periodo Giuseppe stava cercando dei disegnatori che potessero collaborare ai suoi progetti lavorativi legati al suo studio e mi propose di entrare a farne parte…
Non ho più smesso di disegnare da quel giorno se non per dormire… ma adesso ho smesso anche di dormire pur di disegnare… preferisco… mi innervosisco se non disegno… divento irascibile… AAARGHHH… ho un braccio verde… HO UN BRACCIO VERDE… AAAAAAHHHHHH

Come sei arrivato a conoscere Chiaverotti e poi a disegnare Brendon?
L’ho conosciuto mostrando i miei lavori in casa editrice al curatore, Franco Busatta, della testata regolare dedicata a Brendon.
Franco mostrò i miei lavori a Chiaverotti e decisero di farmi lavorare sulle pagine della serie.
In seguito ho avuto anche il piacere di conoscerlo ed è stato emozionante sapere che in quel momento avevo davanti a me il mio sceneggiatore… cioè… il mio sceneggiatore… cioè… no no… dico sul serio… era proprio lui… cioè… colui che ha scritto alcune delle storie più belle di Dylan Dog… ed è il mio sceneggiatore… cioè… capite?!… fantastico… tutte queste emozioni improvvise mi faranno venire un coccolone…

Che tipo di linee, di tratto, di accorgimenti, hai adottato per “stare” nelle storie di Chiaverotti e più in generale quanto un disegnatore deve assecondare lo sceneggiatore?
Non direi assecondare, piuttosto interpretare seguendo comunque un concetto già stabilito.
Sono stato me stesso, a lui piace il mio stile perché rientro in quel genere di disegnatori che ama il dettaglio, la cura di ogni cosa che deve essere rappresentata.
Amiamo gli stessi autori e di conseguenza ci siamo ritrovati ad avere i medesimi gusti stilistici e questo fattore ci ha portati e mi ha portato, soprattutto, ad avvicinarmi al suo mondo… quello di Brendon… che già adoravo da lettore.

A parte Brendon qual’è il tuo personaggio Bonelli preferito?
Dylan Dog e il Nathan Never disegnato da Mari…

Il 2007 se non sbaglio è stato per te un anno chiave, oltre a entrare nello staff dei disegnatori Bonelli pubblichi per la Soleil francese “Serial Killer”, mi parli di quell’esperienza?
L’esperienza francese ha avuto altri precedenti, ma questa è stata la più divertente. Mi contattarono e mi chiesero di fare a fumetti le storie dei serial killer, episodi di cronaca realmente accaduti. Argomenti di cronaca nera che mi hanno sempre incuriosito: per questo accettai immediatamente.
E poi c’è da dire che il motivo che mi spinse ad accettare è stato anche il piacere di disegnare delle storie ambientate negli anni ‘70… periodo che, dal punto di vista dell’immagine e del costume, mi è sempre piaciuto,

Sempre nel 2007 arrivano anche le prime tavole per la Marvel, su “X-Campus” miniserie dedicata agli X-Men, la prima domanda nasce in modo obbligato: quanto è stato importante non aver tema di affrontare il mercato estero? E quali differenze hai impresso al tuo stile a seconda che disegnassi un fumetto per il mercato italiano, francese o americano? Oppure hai tenuto una tua coerenza forte e le variazioni grafiche sono state minime?
Le variazioni sono principalmente nella differenza del prodotto: Bonelli è in bianco e nero e gli altri due sono a colori, ma con una impostazione diversa della pagina. Su Brendon dovevo usare i neri per compensare l’assenza dei colori, quindi era “tutta farina del mio sacco”, mentre nelle altre due dovevo considerare la presenza di un fattore aggiunto che mi aiutava nel lavoro.
In questi due ultimi casi, per fare entrare in gioco il colore, al meglio, ho fatto in modo di lasciare solamente la linea di contorno in modo che il colore risolvesse gli effetti di luce e ombre.

Te lo chiedo perchè ho avuto la sensazione che il tuo stile sia sì molto forte, d’impatto, dettagliatissimo, ad alto tasso dinamico ma al contempo profondamente differente se considero le tavole per Brendon e quelle di Secret Warriors
Sono momenti diversi e prodotti diversi. La cura del dettaglio resta sempre, ma essendo diversa la tempistica narrativa devo necessariamente variare nella scelta delle soluzioni.

Com’è stato lavorare con Jonathan Hickman su “Secret Warriors”?
E’ bellissimo lavorare con lui, ha una sceneggiatura che mi permette di lavorare con delle sequenze dal taglio cinematografico, in questo senso siamo molto in sintonia e spero di poter fare anche altro con lui.

Fra l’altro in “Secret Warriors” mi pare che i tuoi disegni siano particolarmente dark, anfetaminici, intrisi di noir e gore, insomma è tutto molto adrenalinico, l’organizzazione degli spazi nelle “vignette” (ma ha ancora senso definirle così?) rompe le geometrie, sei d’accordo? E come hai cercato di interpretare la storia?
A differenza di molti, sono stato molto legato alle geometrie della pagina, probabilmente l’azzardo è stato quello di cercare a tutti i costi di trovare il modo per disegnare utilizzando delle vignette orizzontali, che mi permettono di evidenziare l’effetto cinematografico e in alcuni casi l’effetto dinamico.

Altro non ho fatto, perché le sceneggiature sono state scritte in modo da farti immediatamente percepire l’atmosfera che si crea nelle varie sequenze. Geniale!!!!

Mi piace molto in “Secret Warriors” l’unione fra l’action e la mitologia: Nick Fury, l’Hydra, le basi segrete ma anche il Dio della Guerra, il Dio della Paura, un mix che mi pare tornerà in “Broken Trinity: Pandora’s Box”.
Si, in effetti le tematiche e le atmosfere sono state apparentemente simili. Ma le ambientazioni sono state svariate e questo mi ha fatto divertire come un pazzo che corre ignudo in mezzo alla foresta ad occhi chiusi.
Ho lavorato nello stesso periodo su due fumetti in cui c’erano ogni due-tre pagine scenari diversi, quindi ogni volta un registro diverso, abbigliamento diverso…da paura… ma FIGO, c#§°§ se FIGO!!!!

Poi se non sbaglio sei passato a “Broken Trinity: Pandora’s Box” per la Top Cow: quando arriverà da noi? E quando l’altra miniserie da te disegnata per “Secret Warriors”, si sa niente?
Credo che riprenderanno ad uscire quest’anno in Italia le mie pubblicazioni.

Se ti chiedessi quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?
Tanti… direi tanti sul serio… ogni disegnatore che ho osservato nel suo lavoro, mi ha lasciato qualcosa, anche se distante anni luce dal mio stile, ma tutti sono stati utili per comprendere e imparare qualcosa per fare meglio il mio lavoro

Dimmi tre nomi di altrettanti sceneggiatori con cui ti piacerebbe lavorare…
Joshua Dysart, Brian Azzarello e Jason Aaron.

Perchè secondo te i disegnatori italiani vanno così forte negli States? Se non sbaglio siete in 37, cito fra gli altri, oltre a te, Giuseppe Camuncoli, Matteo Scalera, Alberto Ponticelli, Gabriele Dell’Otto
Perché picchiano meglio!!!! Ahahahahahahahah!!!!!! Non saprei, ci sono anche molti sudamericani, molti asiatici.
Credo sia solo una lettura molto patriottica, eheheheheheheheh… sembrano anche a me tanti, ma se poi si legge attentamente la mole di disegnatori che lavora in America, abbiamo raggiunto solamente la media stagionale…

C’è un personaggio Marvel per la cui serie vorresti disegnare?
Oltre a Capitan America e gli X-Men e Thor e Ghost Rider e DareDevil e Silver Surfer… non saprei!