[Di seguito il primo capitolo del romanzo "Che Dio ti aiuti, Bambola!" di Carlo Callegari, pubblicato in formato ebook da LA CASE Production]

Nel nostro ambiente erano conosciute come “le biologiche”, da che mondo è mondo. Due maledette ed anoressiche gemelle residenti in centro a Padova, con la passione per i cibi biologici e tutto quello che era collegato al mondo vegetariano.
Mangiavano merda al gusto soia. Bistecche di soia, germogli di soia, latte di soia, biscotti di soia, crocchette di soia. Mi è sempre piaciuto pensare che se il mio uccello fosse stato al gusto di soia, avrebbero mangiato pure quello, condito magari con qualche salsa a base di gustosissima soia.

Ad ogni modo, Jolanda e Miranda non si limitavano solo ad una cucina vegetariana e salutista. Avevano applicato la loro filosofia culinaria ad ogni aspetto della vita pratica. Solo da loro, infatti, si poteva trovare la migliore droga naturale di Padova e Provincia. Avrebbero potuto sfidare chiunque con i loro prodotti, soprattutto con marijuana ed hascish. Pagavi qualcosa di più, ma credetemi, il prodotto era decisamente di qualità superiore e senza alcuna traccia di prodotti chimici o pesticidi. Fosse stato legale quel tipo di lavoro, avrebbero potuto prendere a pieni voti la certificazione ISO 9001. Nessun paragone poteva essere fatto con le porcherie che arrivavano dall’Albania o da qualsiasi altro paese della comunità europea.

Trentasette anni, lo sguardo di un morto che cammina nascosto dietro a spessi occhiali tondi, quaranta chili vestite ed una tirata pelle color alabastro a rivestire a fatica le ossa sporgenti. Questo il loro biglietto da visita. Vestite perennemente come figlie dei fiori a volte non sapevi nemmeno con chi delle due stavi parlando, tanto erano uguali.
Non mi dispiaceva il soprannome che avevano nel giro, le rispecchiava in tutto e per tutto. Io, però, continuavo a preferire quello che gli avevo affibbiato personalmente. Più che le biologiche mi piaceva chiamarle le vegetali ed quel soprannome, ve lo garantisco, era sicuramente più azzeccato. Il solo pensarlo mi faceva sorridere. A volte parlavo, non so con quale delle due e, per ricevere una risposta, dovevo aspettare anche un paio di minuti. Immobile, come un idiota, a pregare che lo sguardo della gemella di turno tornasse a vagare nel mondo dei vivi ed abbandonasse quello degli elefanti rosa volanti. Non ho mai capito se la colpa di quei buchi nelle sinapsi fosse da attribuire ad una vita di droghe leggere o ad un corto circuito già presente al momento della nascita.

Ad ogni modo avevo un bisogno disperato di trovarle e pure in tempi molto brevi.
In una vita fatta di priorità, però, le gemelle venivano solo al secondo posto. Al primo c’era il momento esatto in cui mi trovavo, ovverosia rannicchiato dietro ad uno scaffale in metallo all’interno di un magazzino abbandonato. Priorità principale. Sfuggire alle pallottole di due russi inferociti come furetti immersi in una vasca d’acqua calda. Le esplosioni prodotte dalle armi da fuoco, in un ambiente relativamente piccolo, come in quello in cui mi trovavo, equivaleva a coltellate roventi all’interno della testa.

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