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Che la festa cominci

Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti si inscrive a pieno titolo tra le commedie pulp dell’anno.

Che la festa cominci Titolo: Che la festa cominci
Autore: Niccolò Ammaniti
PP: 329
Editore: Einaudi – Stile Libero
Prezzo: euro 18.00

Roma. Oggi. L’ingorda amministrazione cittadina ha venduto la notissima Villa Ada al palazzinaro Salvatore ‘Sasà’ Chiatti, il quale, da buon bifolco ripulito, non vuol perdere l’occasione di dimostrare a tutti la sua “magnificenza”.

Tutt’altro che restio a considerarsi l’ottavo re di Roma (e d’altra parte, dato il carattere plutocratico della nostra “democrazia”, le pretese di Chiatti non sono poi così assurde), l’imprenditore raduna la crema della società romana –politici, attori, professionisti di successo, cantanti, musicisti, sportivi e persino qualche scrittore- per una festa semplicemente “faraonica”, completata da un’assurda, tripla battuta di caccia -ai leoni, alle tigri e alla volpe- pensata per assecondare i capricci dell’ospite e dei suoi insopportabili invitati.

Ma, approfittando del trambusto, una misteriosa presenza, proveniente dalle catacombe, si rovescia nel buio del parco romano, momentaneamente trasformato, per dare credibilità alle cacce, nella savana dei safari hemingwayani, nell’India di Salgari e nell’Inghilterra del Duca di Beaufort: una presenza più “fuori luogo” dei leoni e degli elefanti, più minacciosa delle tigri e più evasiva delle volpi.

E, anche tra gli “invitati”, qualcuno lavora per guastare la festa di Chiatti: Saverio Moneta -in arte Mantos-, e le sue “bestie di Abaddon”, fanalino di coda delle sette nazionali, non vedono l’ora di tornare alla ribalta e inscrivere, approfittando della risonanza mediatica dell’evento, i loro nomi negli annali del satanismo italiano

Niccolò Ammaniti abbandona i toni duri di Come Dio Comanda per regalarci un romanzo esilarante, in bilico tra contenuto “quasi-etnologico” (si tratta qui di una festa dai tratti visibilmente “rituali”, quasi un’akitu babilonese, che ricostruisce l’ordine instaurando momentaneamente il caos.

Non a caso, leggendo Che la festa cominci, viene in mente il catartico, Ultimo capodanno, primo racconto dell’antologia Fango) ed etologia (il ricorso alla folle metafora medico-biologica, che introduce una frattura linguistica e tematica all’interno di narrazioni condotte con termini colloquiali e costruzioni spesso al limite del dialettale è un tratto decisivo nello stile di Ammaniti), traboccante immagini pop (il Gerry Scotti posto qui in apertura basti come esempio…), causticamente satirico, fantasioso, onirico, folle. Un romanzo che si inscrive a pieno titolo tra le commedie pulp dell’anno.

Il carattere “poco serio” dell’operazione, contestato da alcuni critici e confessato dall’autore stesso  (ma d’altra parte sarebbero bastati, come conferma, i curiosi inserti che, dalle cartine del parco alla riproduzione dei menù, alla ricostruzione storica, spezzano il naturale fluire della narrazione, come se non bastassero dialoghi e descrizioni a suscitare l’ilarità dei lettori), nulla toglie al contenuto “realistico” del romanzo: quelli che vedete, deformati dal filtro grottesco della satira, siamo proprio noi italiani, è impossibile negarlo.

L’universo diegetico di Che la festa cominci, è lo stesso del già citato Fango: in un agrodolce ricordo infantile, Saverio Moneta attraversa infatti l’“università del tramezzino”, locale che aveva già offerto rifugio all’improbabile Alberto (cfr. N. Ammaniti, Fango, Mondadori, Milano 2009, p. 255), killer per caso nel racconto che dava il titolo all’antologia… e se in questi 10 anni, i personaggi di Ammaniti sono invecchiati (anche se loro stessi tentano di vedersi –Fabrizio Ciba su tutti-, come “cresciuti”, “maturati”), i loro vizi e le loro virtù sono gli stessi di sempre: molti i primi, poche le seconde…

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