Ci serve una barca più grossa: da Jaws a Mega Shark, la gara a chi ce l’ha più lungo (lo squalo…) – Parte I

Perle e Porci, di Massimo Zammataro

Ci serve una barca più grossa: da Jaws a Mega Shark, la gara a chi ce l’ha più lungo (lo squalo…) – Parte I

Il primo vero cambiamento nella mia vita è avvenuto a sei anni, grazie a mia nonna. Non sto parlando di roba tipo la Fenech di Grazie nonna (1975), bensì della visione su grande schermo (ci tengo a dirlo) di un film che ha indelebilmente segnato e orientato i miei gusti cinematografici.

Il repentino passaggio da Fantasia a Lo Squalo, ha prodotto uno shock il cui devastante effetto è stato quello di una bulimia cinematografica orientata a cibarmi compulsivamente di qualsiasi pellicola che avesse ad oggetto, preferibilmente, violenza, sangue, morti ammazzati e/o resuscitati, mostri marini e non, ed in genere potesse suscitare sensazioni di ribrezzo e/o paura in tutte le sue sfumature. In generale, Lo squalo e, inconsapevolmente, mia nonna hanno impiantato in me il germe dell’amore per il cinema di puro entertainment.

Nel 1975, Lo squalo non stravolse solo la mia vita, ma il modo di intendere un certo genere di cinema, cambiando i canoni della paura ed introducendo prepotentemente nella visione l’elemento anatomico, cioè l’amputazione del corpo ed il sangue rosso che nei precedenti film di mostri non erano mai presenti. D’altro canto, erano quelli gli anni sovversivi in cui lo splatter iniziava a sdoganarsi dai drive-in per palesarsi anche in produzioni più importanti, non necessariamente horror (Soldato Blu e Il Mucchio Selvaggio in primis). La perfetta amalgama di paura e ribrezzo, quindi, era (e resta) la carta vincente e la forza di Jaws. Ritengo che, con l’eccezione di Alien, nessuno, nemmeno Spielberg stesso, sia più riuscito ad eguagliare i livelli di tensione presenti ne Lo Squalo.

Altra novità introdotta con Jaws, fu la creatura: non più di dimensioni gigantesche dovute a radiazioni atomiche o quant’altro, bensì un animale, un pesce, realmente esistente nei nostri oceani – magari un po’ cresciutello rispetto alla norma solo per ragioni di copione – che, muovendosi silenzioso e nascosto sotto la superficie, semina il terrore tra ignari bagnanti. Il pericolo, allora, non proviene più da cause altre (gli alieni, l’atomica, i comunisti ecc.), ma è in mezzo a noi, nella nostra realtà quotidiana. E credo che questo fu ciò che più spaventò gli ingenui spettatori degli anni ’70, ancora abituati a roba tipo Godzilla o insetti ingigantiti da poco verosimili esperimenti e dal magistrale uso di opportune inquadrature.

Se Lo squalo, che nella sostanza è un B-movie, ma nella forma è un film perfetto, altrettanto non si può dire dei suoi successivi sequel, i quali percorrono una catastrofica china.  Lo Squalo 2, per quanto già depotenziato rispetto al predecessore, resta un buon prodotto e regala almeno un momento memorabile, vale a dire lo squalo che si pappa la ragazza sotto gli occhi terrorizzati di Sean Brody, il quale maturerà, per questo trauma, un brutto rapporto con l’acqua. Lo squalo di gomma che si scioglie, alla fine, è comunque intollerabile.

Gli altri due sequel, invece, non si possono vedere, a partire dalla maledizione della famiglia Brody di dover incontrare sempre pescecani, iniziata nel secondo ed incardinata ne Lo Squalo 3. Questa volta tocca ai figli, ora grandi, dello sceriffo Brody. Girato in un pessimo 3D dell’epoca (pure questo visto al cinema), il film è pietoso sotto tutti gli aspetti: tralasciando la trama ovvia e traballante, non c’è suspence, non c’è sangue, non c’è lo squalo. Nell’unico momento in cui l’animale si vede integralmente, esso è un pescione di cartone che avanza, immobile come uno stoccafisso alla deriva, verso lo spettatore.

Lo Squalo 3, tuttavia, verrà ricordato per almeno due sequenze: l’inverosimile, ma innovativa, ripresa dall’interno delle fauci, e l’esilarante squalo che fa retromarcia per uscire dal condotto nel quale lo hanno incastrato. A decretare la definitiva morte del franchise di Jaws ci pensa, però, Lo Squalo 4 – La vendetta, dal cui titolo si può già presagire di quale ciofeca si tratti. La maledizione dei Brody si trasforma in una vera e propria faida tra lo squalo di turno e la famiglia del defunto sceriffo Brody, in particolare la moglie Ellen la quale è nientepopodimenochè in contatto telepatico con il pescecane.

Roba grossa, signori miei, da far tremare le ventose al Polpo Paul, il celeberrimo telepate ed indovino ittico: più che un pescecane, qui abbiamo un pesce-scanner (e chi non l’ha capita è un giucascasella). Lo squalo (anzi la squala), in cerca di vendetta per la mattanza dei suoi fratellini nei film precedenti, dopo aver letteralmente attirato in una trappola il figlio Sean ed esserselo pappato, addirittura insegue la signora Brody dal New Jersey alle Bahamas per insidiare lei, il figlio grande e la di lui giovane discendenza. Quando si dice legarsela al dito.

Gran finale con Ellen Brody che, provetta nocchiera di una goletta, infilza con la prora il pesciolone a mo’ di polena. Esplosione, sangue finto e pezzi di plastica che piovono dal cielo, dissolvenza, nero. Fine di Jaws.

Da un po’ di tempo, tuttavia, si vocifera di un remake: ed è, forse, una morte peggiore.

continua…

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