Ci serve una barca più grossa Pt. II

Perle e Porci, di Massimo Zammataro

Ci serve una barca più grossa, Pt. 2, ovvero mare monstrum: tra rip-off e plagio spudorato, caciucchi di squalo all’amatriciana e guazzetto di altre amenità marine

Eravamo rimasti alla ingloriosa fine del pesce più famoso del mondo, infilzato dalla prua di una barca come un pezzo di sashimi su una bacchetta di legno.  Bene: dopo i primi due Jaws anche nel deserto del Sahara si temeva l’apparizione di una pinna tra le dune di sabbia (non ridete, di recente qualcuno c’ha fatto un film, Sand Sharks) e, com’era naturale, anche le nostrane acque (cinematograficamente parlando) si scoprirono infestate dai pescecani ed altre bestie.

Toccò al buon Enzo G. Castellari realizzare il primo (ed assolutamente il migliore) squalo de noantri: nel 1981 vide quindi la luce L’Ultimo Squalo che negli States, nel primo mese, raggranellò “soltanto” 18 milioni di dollari (quasi più dello squalo di Spielberg). Diretta conseguenza fu che la Universal, che stava preparando Lo squalo 3 e preoccupata del successo ottenuto dal ripoff italiano, ottenne il ritiro del film dalle sale statunitensi. Sicuramente i loro avvocati erano dei veri squali. Varie le ragioni del successo del film di Castellari, prima fra tutte la sua perizia registica, fatta di azione e rallentatori piazzati nei punti giusti. Ma vi è di più e di diverso: Lo squalo, lo abbiamo detto, fu innovativo nel proporre un nuovo modo di mettere in scena la paura. Tuttavia, già dal primo sequel l’elemento pauroso si era depotenziato, diluito nell’acqua (salata) della ripetitività.

Il colpo di genio degli sceneggiatori de L’Ultimo Squalo, forse involontario e dettato dal gusto tutto italiano dell’eccesso, fu quello di alzare l’asticella, portandola dal disagio dell’attesa e dello spavento dell’apparizione a quello dello shock visivo. Infatti, il film di Castellari si distingue per aver calcato la mano (come non sarebbe più successo, nemmeno nei sequels ufficiali di Lo squalo e nei loro cloni futuri) sull’effetto gore degli attacchi dello squalo bianco over-size in salsa nostrana.. Così assistiamo felici ad uno spettacolo di frattaglie e sanguinolente mutilazioni che restano nella memoria: come dimenticare, ad esempio, la lentissima amputazione delle gambe del sindaco, ad opera del bestione, mentre egli è a penzoloni da un elicottero?

Inutile dire che L’Ultimo squalo è il mio shark-movie preferito dopo Jaws.  Nel 1984 è la volta di Shark-Rosso nell’oceano di Lamberto Bava, film che con Lo squalo non c’entra niente, ma che si prefigge si sfruttare il successo della serie (quindi, più che una copia, un vero e proprio mockbuster). Mediocre pellicola, per la verità, e realizzata con scarsi mezzi, ma che ha dalla sua alcune peculiarità. Innanzitutto, continua la “tradizione” inaugurata da Castellari dell’insistenza sul gore; ma possiamo anche dire che Shark sia stato il primo ad introdurre nel filone squalesco due temi nuovi: quello del mostro “ibridato” artificialmente e quello della ricerca scientifica sugli squali (come vedremo nella prossima puntata).

Infatti il mietitore di bagnanti questa volta non è proprio uno squalo come lo conosciamo, ma un incrocio tra un pescecane ed un polipo, frutto di esperimenti illegali sull’auto-rigenerazione delle cellule, condotti da un gruppo di scienziati, novelli Dottor Moreau, al soldo di una multinazionale.

Poco altro si potrebbe aggiungere, se non che nel 2010, nell’era della computer grafica un tanto al chilo, Mr. Roger Corman produce addirittura un remake non ufficiale di Shark, dal titolo molto più esplicito di Sharktopus, in cui la bestia è proprio mezzo squalo e mezzo “folpo”. L’effetto, in tutti i sensi, è devastante e di una porcheria simile consiglio solo la visione del trailer: basta e avanza.

Sul tema dell’ibridazione di specie diverse, per quanto attiene il mondo marino, meritano una menzione il non completamente disprezzabile, e di produzione italiana, Piranha paura (1981), sequel apocrifo di Piranha, diretto – fino ad un certo punto – da James Cameron (sì, quello che ora se la tira per aver filmato i puffi spaziali di Avatar); il godibile Frankenfish (2004), con degli squali-serpenti marini (ma non si capisce bene…); ed infine una vera ciofeca: Sharkman (2005) in cui uno stronzo con addosso un costume da uomo-squalo se ne va in giro per i boschi della Bulgaria (spacciati per quelli di un’isola tropicale) ad azzannare gente. Non vale la pena, nemmeno per la presenza di Jeffrey Combs -ormai congelato nell’eterno ruolo dell’ennesimo Herbert West- o di Hunter Tylo (la Taylor di Beautiful), della quale non si vede nemmeno mezza tetta.

Tornando, invece, in acque nostrane devo nominare, ma solo per completezza espositiva, altri due squalo-film che sono dei veri e propri “porci”. Sto parlando di quelle vergogne che portano i titoli di Deep Blood-Sangue negli abissi (1989) di Raf Donato (alias di Aristide Massaccesi), e di Cruel Jaws (1995) di Bruno Mattei.  Massaccesi non era male, come regista e produttore, e riusciva a tirare fuori sempre qualcosa di buono anche dalla produzione più scassona (condizione per altro ricorrente): ma Deep Blood no, sarebbe da dare in pasto ai pescecani, quelli veri, e forse nemmeno loro lo vorrebbero.

Se Massaccesi ci ha messo dieci (10) giorni a girarlo, io ci ho messo 10 (dieci) minuti a vederlo. Basta guardare le (poche) scene di attacco dello squalo per capire che: l’animale non si vedrà mai, se non in riprese subacquee di repertorio; parecchie scene sono girate in una piscina acquario (di cui una volta si vede anche il bordo) perchè l’acqua della location è più torbida di quella di Sottomarina; tutto il resto è fuffa e povertà. E il sangue è arancione…

Cruel Jaws (all’estero noto anche come Jaws 5), invece, tocca il fondo orgoglioso di toccarlo. Mattei era un abituè del materiale di recupero, ma qui si supera: campione del mondo di plagio, ruba senza remore intere scene da documentari e sequenze (non scartate) da Lo squalo 1 e 2, L’ultimo squalo ed addirittura da Deep Blood, cucendole insieme con materiale girato apposta. Anche la locandina è un copia-incolla da quella di uno dei Jaws. Veramente vergognoso.

Terminando questo excursus tra gli emuli italiani di Jaws e dei monster-movies in generale, segnalo, oltre al già citato Piranha Paura, anche Tentacoli (1977) – entrambi prodotti da Ovidio Assonitis – che possiamo considerare il primo vero film ispirato allo squalo spielberghiano, solo che al posto del pescecane c’è una piovra gigante. Con un cast all-stars, Tentacoli è ottimamente confezionato e la suspance tiene alla grande, sostenuta anche dalla incalzante colonna sonora di Stelvio Cipriani.

L’epoca degli squali, italiani e non, era terminata grosso modo alla fine degli anni ’80, e per quasi un decennio la razza sembrò estinta. Poi, nel 1999 arrivò Blu Profondo a tingere nuovamente le acque di rosso. L’invasione degli squali digitali era cominciata e (ahinoi) non è ancora finita…

continua…

Leggi la prima parte dello speciale di Massimo Zammataro dedicato agli Squali nel cinema horror (e trash…)

 

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