Annunci

Il clan dei Miserabili

Il clan dei Miserabili racconta una nuova inchiesta del detective Bruno Astolfi sul set dei grandi film degli anni ’40. Una storia che fotografa l’anima noir del dopoguerra italiano

Il clan dei MiserabiliTitolo: Il clan dei Miserabili
Autore: Umberto Lenzi
Editore: Cordero Editore
PP: 164
Prezzo: 14 euro

La «lunga riluttanza» dell’investigatore privato Bruno Astolfi, ex commissario di polizia radiato dall’ordine perché avverso al fascismo, trova sollievo quando, poco prima di partire per il tanto agognato (per la moglie) viaggio di nozze verso Parigi, gli viene comunicato un nuovo caso da risolvere sul set de I Miserabili girati da Riccardo Freda: un cadavere, colpito con «un pesante corpo contundente di ferro» come un crocifisso, si fa trovare, bello e morto, nella cassapanca che serviva come contorno allo studio di Jean Valjean.

Si scopre poi che l’uomo è l’ex marito della segretaria d’edizione Silvana De Santis e la prima ipotesi che si fa strada nella mente dell’investigatore è quella del delitto passionale.

Lui, con la sua Lancia Ardea, non si risparmia pur di scovare il colpevole: entrato nell’appartamento dell’amante della vittima, una ballerina ungherese che fa parte della stessa compagnia in cui recita Totò, si ritrova a fare a pugni con un mezzo «macellaio», a sgommare per le vie di Roma «sfiorando pericolosamente un tram della circolare notturna che procedeva in senso contrario», a rimetterci sempre per un pelo la pelle.

La sua medicina sembra essere il Fernet che beve ad ogni ora: se noi stessimo a tenere il conto degli aperitivi e dei bicchieri che il detective consuma resteremmo a dir poco meravigliati ma poco importa, la sua mente è più lucida che mai.

L’unico indizio, trovato sul corpo del morto, è la scritta «Insistere con Scribone» che fa pensare ad Astolfi a un cavallo: tra le passeggiate all’ippodromo, i sopralluoghi sul set e i giri in questura dall’ex collega Vincenzo Patanè, «cornuto» di nome e di fatto per la sua fretta di trovare un colpevole senza considerare troppo le varie implicazioni logiche, l’investigatore raccoglie tassello dopo tassello la verità fino all’ultima eclatante scoperta.

Tiberio, «la sòla», aveva dato fregature a tutti, «era regolare che prima o poi qualcuno lo facesse fuori». Mai parole furono più veritiere, ma qual è stata la fregatura vincente?

Sicuramente Lenzi nel passaggio dalla regia alla scrittura non ci ha delusi, anzi l’idea che ci eravamo fatti di lui si è ingrandita ancora di più. È diventato un gigante e nano di cero prima non lo era.

Leggi l’intervista di Camilla Bottin a Umberto Lenzi su Padovando

Annunci
Tags:

© 2009 - 2018 Associazione Culturale Sugarpulp

Log in with your credentials

Forgot your details?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: