Colony, la recensione

Colony è una serie piena di idee e potenziale penalizzata da un inizio macchinoso e da un cast non sempre all’altezza.

Inutile negarlo. C’era grande attesa attorno alla prima stagione di Colony, nuovo ed ambizioso show lanciato da Usa Network, ideato e scritto per Universal dal Carlton Cuse di Lost e The Strain.

Una serie partita dall’accattivante premessa di tentare un mash up di generi che noi di Sugarpulp amiamo e non poco: science fiction, spy story, thriller, il tutto raccontato in quella chiave drammatica che ha da sempre caratterizzato le migliori produzioni a stelle e strisce.

All’indomani della conclusione di questa prima annata è arrivato il tempo dei bilanci: Colony è stata promossa, ma non a pieni voti. O ancor meglio, è stata rimandata.

Non a settembre ma alla seconda stagione, quando potremo finalmente scoprire se le ottime puntate finali hanno realmente marcato una decisa svolta in una scrittura sinora appesantita delle troppe informazioni da sviscerare.

Tanta carne al fuoco, insomma. Forse troppa. Bisogna dire, però, che una narrazione così densa è anche sinonimo di coraggio e di idee, se non originali, sicuramente interessanti. Tanto che sua Maestà Stephen King ha twittato a proposito:

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Insomma, se lo dice il Re, chi sono io per contraddirlo?

Colony, la trama

Ma bando alle ciance e veniamo alla trama e ad un’analisi più approfondita di cosa ha funzionato e che cosa , a mio modesto parere, no (per favore, acqua in bocca con zio Stephen!).

In futuro non troppo lontano la terra è stata conquistata – non sappiamo se interamente o in parte – dagli extraterresti.

Los Angeles è stata divisa in Blocchi divisi da altissime ed imponenti mura sorvegliate dagli umani che hanno deciso di collaborare con l’Occupazione, nonché da sofisticati e pericolosissimi droni.

William e Katie Bowman (rispettivamente il Josh Holloway di Lost e la Sarah Wayne Callies di The Walking Dead) sembrano una coppia come tante: meccanico lui, casalinga lei, con un paio di figli ed un terzo scomparso durante l’Arrivo degli invasori spaziali.

I due nascondono però non pochi segreti: Will è un ex agente speciale e la moglie collabora all’insaputa del marito con la Resistenza, un gruppo armato di terrestri decisi a riconquistare ad ogni costo la propria libertà.

Will tenta con un escamotage di uscire dal suo Blocco per mettersi alla ricerca del figlio disperso, ma viene beccato dai cattivoni dell’Occupazione che indagando sul suo conto scoprono il suo passato di agente e lo mettono davanti alla classica offerta che non si può rifiutare: se accetterà di collaborare con la Homeland Security – che si occupa perlopiù di contrastare la Resistenza – i suoi crimini saranno perdonati, la sua famiglia godrà di enormi vantaggi ed avrà la possibilità, prima o poi, di riabbracciare suo figlio.

Bowman, a malincuore e con grande disappunto della moglie Katie, accetta di diventare un collaborazionista ed inizia a dare la caccia ai membri della Resistenza, in particolar modo al loro fantomatico capo Geronimo.

Questi sono i presupposti dai quali muove la storia che, dopo un discreto pilot, sembra non sapere bene che direzione prendere per poi virare verso il drama e la spy story, concentrandosi sul giro di menzogne che coinvolge i coniugi Bowman.

Cuse, più che sulla componente fantascientifica, punta l’attenzione sulle reazioni degli umani sotto assedio, in un contesto distopico che ammicca apertamente ai classici del genere evocando allo stesso tempo lo spettro di dittature sin troppo reali.

E non è un caso che King sia un estimatore della serie: quante volte lo scrittore del Maine si è cimentato nel raccontare le reazioni di persone assolutamente comuni in contesti estremi? Pensate a L’Ombra dello Scorpione o a Under The Dome e vi farete un’idea di quello che intendo.

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A questo punto vi chiederete, e gli extraterrestri?

Chi si aspettava omini verdi o mostri stile Alien resterà, almeno per il momento, deluso. Tutto ciò che sappiamo degli occupanti è che se ne stanno sopra le loro astronavi monitorando il lavoro dei loro delegati umani e, a parte la muraglia e qualche drone ipertecnologico, Cuse ci mostra, per ora, ben poco.

Nonostante un ritmo sufficientemente sostenuto nelle prime puntate lo storytelling mi è parso un po’ troppo criptico: lo spettatore scopre quasi tutto attraverso i dialoghi e si può fare un quadro completo della situazione solo dopo qualche episodio.

Il racconto, pur intrigando, rischia perciò di esasperare chi è poco propenso alle narrazioni troppo dilatate.

La regia, discreta ma non esaltante, non aiuta certo a far decollare lo show: tanta manovalanza, scorci e panoramiche troppo uguali della Los Angeles assediata sono tutto quello che ci viene propinato sino a metà della stagione, quando, dopo aver tracciato con cura il contesto, Cuse prende la rincorsa per il climax finale dando quella sferzata che fa ben sperare per il futuro.

Le ultime tre puntate hanno infatti il piglio giusto, la storia fila che è una meraviglia, la regia si fa nervosa ed il tasso di thrilling schizza alle stelle lasciando l’impressione che gli ingranaggi abbiano finalmente iniziato a girare.

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Il cast

Una nota, infine, sul cast. Anche qui, se dovessi dare un voto, non mi spingerei oltre la sufficienza. Il bellone Holloway ce la mette tutta ma non è né Bryan Cranston né Kevin Spacey ed il fisico da fotomodello, in questo caso, finisce solo col penalizzarlo.

In quanto alla Wayne Callies, potrebbe tranquillamente trionfare nella categoria Attrice più Monoespressiva di sempre…

Molto meglio alcuni coprotagonisti e comprimari: un redivivo Carl Weathers (sì, proprio lui, il mitico Apollo!) che interpreta Beau il compagno poliziotto di Will, Paul Guilfoye nei panni di Alexander Quayle, “mente” della Resistenza, Tory Kittles nella parte di Eric Broussard, braccio destro di Quayle e soprattutto Peter Jacobson che offre la prova più convincente interpretando il viscido governatore del Blocco, Alan Snyder.

Tirando le fila dovremo dunque aspettare la prossima stagione per capire se Colony potrà davvero spiccare il volo.

Il passato ci ha insegnato che serie partite in sordina sono state capaci di trasformarsi in veri e propri cult, dando il meglio dopo una o addirittura due stagioni…

Nel dubbio, io, a Colony, un’occasione gliela darei ancora

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