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Countdown

Countdown, un racconto inedito di Elena Girardin per Sugarpulp

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MENO DIECI…

Uno schianto lontano, profondo come il cielo e la mia faccia è a terra, in una poltiglia di fango.

«Parla puttana!» La sua voce percuote i tronchi delle betulle del bosco, il tacco del suo stivale pitonato mi preme la guancia.
«Brutta stronza, ti ammazzo!»

Un altro schianto: ormai il temporale è sopra di noi. Cerco di sfilare la lingua incastrata tra i denti, ingoio del terriccio amaro. Solo una mezz’ora fa mi stavo vestendo per andare al lavoro, quando il Basso e Alito di grappa sono venuti a prelevarmi in via San Lazzaro, dove vivo con Nikolina e le altre. Niko si è irrigidita vedendoli, che mi abbia incastrato lei?

«Questa non fiata capo!» Squittisce lo scagnozzo, allungando il naso appuntito. Il suo fiato acido di grappa, punge l’odore di terra bagnata che mi riempie i polmoni, come un ago aggredisce un palloncino. M’aggrappo all’ultima immagine che mi resta di Lui e trovo la forza per perdere i sensi, per dimenticare dove sono, per non sentire dolore. Lui e il suo bacio, Lui e il suo sapore buono.

…NOVE

«Vratiću se po tebe mala! Odveśću te odayde!

E’ stato Lui ad usare queste parole, con le pupille cariche di promesse, puntate sulle mie; poi mi ha baciata sulla fronte, imprimendoci un suggello, una rivincita vivida e umida ed è sparito nella nebbia, sfumando tra i profili appena tratteggiati dei capannoni della zona industriale.

In un primo momento m’era parso un’illusione, mi chiesi se qualcuno m’avesse drogato il cocktail. Me ne stavo lì, sul laido retro di quel locale, con le calze smagliate, i piedi strozzati in alte scarpe di gomma e una sigaretta incollata al labbro inferiore e fissavo lo spazio davanti a me, incredula. Sentivo quella fresca impronta sopra gli occhi. Era Lui, non c’erano dubbi. Erano due anni che non lo vedevo. Non una parola, non un gesto in più, solo un tornerò a prenderti. Ma da dove veniva? Come aveva fatto a trovarmi? E perché scappare così? Non sapevo che pensare, per un istante ho creduto d’impazzire: era sbucato fuori improvviso e, altrettanto rapido, era svanito nella veste di vapore acqueo di quella lunga notte, che stava ingoiando uno ad uno gli occhi stanchi dei lampioni intorno.

OTTO…

Un lampo. Un rivolo di sangue vivo in bocca, la pioggia battente a lavarlo via. Ho sempre avuto il terrore dei fulmini, del ventre nerastro e rabbioso del cielo. Ricordo le notti passate con Lui, sul bordo del letto, con la schiena fredda, scoperta da quello striminzito lenzuolo che più lo lavavi più si restringeva. Eravamo poveri, ma c’era del conforto nello stare vicini, nel preoccuparsi l’uno dell’altra. Poi una donna lo ha allontanato da me. Lei con i suoi aridi capelli color paglia e i suoi fianchi maturi, coperti di poliestere, lo ha fatto innamorare come un fanciullo.

Mi raccontò che l’aveva conosciuta lungo rive scure della Sava, mentre era a pesca. Lei indossava un vestito rosso e sorseggiava una birra ghiacciata, sotto un chiosco. Lui si avvicinò e le pagò da bere. Dopo due settimane dal loro incontro la condusse a casa.

«Puttana, qui c’è una fossa per te! Parla!» La voce del mio carnefice spezza il pallido intervallo dei tuoni e mi riporta alla realtà. Dai suoi stivali viscidi di pelle bagnata rotolano parole calde che sbattono sul mio viso, contro il mio stomaco, sulle mie ginocchia. Socchiudo le ciglia perlate di pianto e rimango zitta, muta come un pesce morto.

…SETTE…

Un’alba lontana a Marghera, odore di laguna, di pesciolini annegati sotto il sole. L’incontro con Stefan, l’amore dietro un autogrill, in corpo l’eccitazione, il desiderio che compie vent’anni e che sopravvive mangiando poco. La voglia di ubriacarsi ovunque, il riparo inventato da qualche parte. Poi, una mattina d’agosto, la solitudine e la stanchezza si sono sedute sulle mie ginocchia, allargate sul tavolino di un bar.

Bevevo un tè freddo. Fuori la temperatura sfiorava il trenta gradi. Il corpo mi doleva quasi come adesso, il cuore mi premeva sul petto come un cubetto di ghiaccio scheggiato. Ed ecco venirmi incontro la più bella ragazza che avessi mai visto, poteva essere un angelo, per quanto ne sapevo. Mi si piazzò davanti e si presentò come Nikolina.

«Di dove sei? Aggiunse sorridendo».

I suoi seni piccoli e tondi emergevano dalla scollatura. Le risposi, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quei bottoncini neri e lucidi che le suggellavano il torso, come uno scrigno. Sorrise, mi chiese se mi piaceva il suo top, aggiunse che mi avrebbe accompagnata dove li vendevano. Mi consigliò di cambiare zona, disse che nel veneziano tirava una brutta aria: troppe rumene, troppi papponi; infine mi propose di seguirla a Vicenza. Potevo dare un’occhiata all’appartamento dove viveva, decidere con calma se mi piaceva, e poi magari condividerlo con lei e altre tre ragazze. Veniva solo centocinquanta euro al mese per stanza. Mi chiesi se si era avvicinata spontaneamente o se l’avesse indirizzata qualcuno verso di me. Ma non opposi resistenza e la seguii, decisi che quello era l’unico modo di vivere. Qualche giorno dopo, scoprii che lavorava per un italiano, il Basso.

Ora il Basso è sopra di me e mi percuote come fa un macellaio con un pezzo di carne. So perfettamente di aver abboccato, di essere caduta in trappola, sono proprio una dilettante. Sorrido.

…SEI…

«Che cazzo ridi? Eh?» È Alito di grappa, il boss si è leggermente scostato, lasciando campo libero allo scagnozzo. Ha cercato di violentarmi tempo fa, si è preso una ginocchiata sui testicoli e ora so per certo che gode nel vedermi conciata così. Lo sento dall’eccitazione del suo squittire. Temo che il Basso gli possa concedere di riprovarci ora. Non lo sopporterei, sarebbe un’umiliazione troppo grande.

«Ci vuoi dire chi era quell’uomo? – riprende il Basso simulando  un fare diplomatico – Ieri mi ha pedinato, lo sai? Ti hanno visto parlare con lui fuori dal mio locale: lo sai questo? È un serbo come te?»

Un altro tuono rimbalza dal cielo al mio stomaco.

«Quanto ti ha promesso? Parla!»

Il Basso non sa di Lui, non sa chi è: crede che io abbia stretto un patto con l’uomo-anguilla. Non apro bocca. Sento le suole di Alito di grappa girarmi attorno, pesanti, si avvicinano e mi fanno assaggiare un po’ del loro carro armato.

«Ti ho tolto io dalla strada bambina! Arrivare a tradirmi così!»

Una tirata di capelli, uno strattone che mi rovescia sul lato opposto, il mondo che si ripiega su di me come uno straccio sbrindellato.

…CINQUE…

Sono a casa, a Čukarica, nei pressi di Belgrado. Da qualche tempo Lui ha portato nel nostro appartamento la sua amante. Da settimane non mi guarda più negli occhi. Ha perso il lavoro, perciò sono io a pensare alla famiglia, ad occuparmi di noi. È sera quando lei mi si presenta davanti, ruotando sulle punte, sorridendo, sembra un manichino con la bocca dipinta. Sbandiera un sordo metro di stoffa firmata, con mostruosa leggerezza.

Lui le pone le mani sui fianchi e la gira verso di sé. Quella notte decido di andarmene da casa. Gli lascio un biglietto sopra il tavolo della cucina, poche semplici parole, un non ce la faccio più. Gli scrivo che sono diretta in Italia? Non ricordo. Ora Lui mi sta cercando, vuole riprendermi con sé? Sente il grido del sangue?

«Piccola, non mi vuoi dire la verità? Mi obblighi a farti male?» Il Basso piagnucola, fingendo compassione per la mia faccia tumefatta. «Mi costringi a cavarti gli occhi se non parli! Qui io mi gioco la vita, sai stronza?» La sua voce tuona e mi obbliga alla coscienza, il mondo riprende colore.

Alito di grappa mi afferra i capelli e mi trascina via, mi costringe a sedermi a terra. Mi lega i polsi dietro la schiena con della corda, mi infila le braccia dentro un alto e ruvido ceppo che mi graffia gli avambracci e la nuca. Il nodo della coda m’impedisce di alzare la testa, il resto dei capelli s’arruffa, si mischia alla polvere e al sangue, s’incolla ai lati della bocca. Tengo il capo reclinato, gli occhi bassi. Non rispondo, non mi agito, non supplico. Sento che Lui verrà: gridano aiuto le mie vene, mi scuote l’odore primitivo del sangue.

…QUATTRO…

Il Basso non è basso, è alto e corpulento. Non so molto di lui, dicono che è di Chioggia, dicono che fin da ragazzino è sempre stato un boss. Dicono che all’epoca della Mala del Brenta dalle sue parti non si scherzava e che, a fare a botte, non lo ha mai messo sotto nessuno.

Il Basso è il proprietario del Circus, il locale dove lavoro, e traffica slot machine truccate. S’è fatto un grosso giro nel veneziano. Quel mattino in cui incontrai Nikolina, lui si trovava a Marghera per affari. Vedendomi nel bar, aveva diretto la ragazza verso di me, le aveva ordinato di abbordarmi, di condurmi a Vicenza, di farmi divertire, di regalarmi qualcosa. Niko me lo confidò nel pianto, qualche giorno più tardi. Era furiosa, disse che il boss le aveva promesso la libertà: me in cambio di lei. Disse che era stata una stupida a crederlo davvero.

Ultimamente gli affari del Basso non dovevano andare troppo bene. Qualche giorno fa, mentre mi davo da fare con la lap, un cliente mi disse: «Il tuo boss è un bastardo, deve un sacco di soldi a Valič, è nei guai. Ma se fossi io Dario Valič mi basteresti tu».

Dopo aver pronunciato questa frase, l’uomo estrasse dalla giacca un oggetto metallico e scivolò fuori dal privè con un movimento rapido ed elastico, come un’anguilla. Si diresse verso il bar e fracassò un paio di slot. Poi si girò verso Stella, la barista, si riassettò i capelli, le sorrise e con un balzo si gettò verso di lei, sbattendo la spranga di ferro sul piano del bancone.

Stella rimase immobile, pallida come una statua di cera. Teneva tra le mani un calice di birra che le cadde a terra solo una manciata di secondi più tardi, quando l’uomo anguilla era già sguazzato via. Spiai la scena sporgendomi quasi completamente nuda all’entrata del bar. A quell’ora, nel tardo pomeriggio, il locale era pressoché vuoto e il Basso non era ancora presente, c’erano un paio dei suoi uomini, impegnati a fumare nel retro.

Quando rientrò il boss mi fece mille domande, chiese a tutti i presenti una descrizione completa dell’uomo, cominciò a scagliare maledizioni contro i suoi scagnozzi.

…TRE…

Quindi il Basso pensa che io stia tramando contro di lui con l’uomo-anguilla, il tirapiedi del Valič? Forse ne è stato convinto da una delle ragazze, forse qualcuna di loro vuole togliermi di mezzo?

Ora la pioggia scende sottile e copiosa, mi bagna completamente, mi terge le ferite. Il Basso fuma una sigaretta mentre Alito di grappa gli sorregge l’ombrello, entrambi mi fissano. Sento i capelli pesanti come tronchi d’albero sulla testa, la t-shirt è fredda e incollata al petto, i jeans sono gonfi di pioggia e di fango. I due uomini confabulano tra di loro ed io temo il peggio. Devono essere amati.

Alito di grappa s’avvicina a me, con la sinistra mi regge la testa, con la destra mi passa un taglierino sotto il naso, davanti alle pupille, mi ordina di guardare. Abbassa la lama e mi taglia la t-shirt, proprio laddove è leggermente sollevata dai seni. Infila una mano nello strappo, il suo fiato nel mio orecchio mi chiede se mi piace. Stringo le palpebre e lui mi intima di guardare, alzo lo sguardo e fisso l’immobile vuoto nero dei suoi occhi che s’allarga come china.

…DUE…

Non so bene cosa mi stia facendo, le sue mani frugano come rettili impigliati sotto la maglietta e dentro i jeans. Credo che non ci provi più di tanto gusto. Un breve ansimare e Alito di grappa mi sbatte la testa contro il ceppo, mi dice che non valgo un cazzo.

Giro gli occhi e vedo un’ombra fuggire dietro i tronchi. È forse Lui? Non ne sono sicura, sembra che quella silhouette scura s’arresti qualche istante e poi riprenda a correre, come uno che fa jogging.

È sera, la pioggia non smette. Siamo in un anonimo boschetto tra i colli Berici, chi mai potrebbe venire a fare ginnastica qui?

Passa qualche istante e il Basso si sente chiamare alle spalle: «Basso!» Sembra proprio l’uomo-anguilla, a qualche metro da noi, punta contro il boss una semiautomatica. È completamente vestito di pelle, sul cranio rasato scivolano luccicanti goccioline di pioggia. Al suo fianco spunta Nikolina sottile ed elastica, fasciata di pelle nera.

«Tu, maledetta!» Il Basso ha la voce simile a quella di un animale ferito.

Nikolina non intende farsi offendere e tenta di difendersi verbalmente, ma non fa in tempo a concludere la frase che le si apre uno squarcio nel suo volto bellissimo. Il grilletto del Basso è stato più veloce delle sue parole. Contemporaneamente il boss s’accascia a terra, freddato dal rivale. Alito di grappa brancola a terra, riesce a fuggire ed imbocca un sentiero, lo stesso che poco prima abbiamo percorso a piedi per arrivare fin qui.

…UNO…

L’uomo-anguilla abbandona la sua pistola vicino al cadavere di NiKolina, poi si avvicina al Basso e ne esamina il corpo privo di vita. È alto e molto più vecchio di quello che ricordavo. S’inginocchia davanti a me, ma lo riconosco solo quando si toglie gli occhiali. Non posso credere che sia Lui, eppure è così.

«Mala moja, rekao sam ti da ću se xratiti!**»
«Papà!» Grido scoppiando in lacrime. Lui mi scioglie dai nodi, mi ripulisce il volto dalla terra, sento male ad ogni sua carezza ma non ci bado. «Dobbiamo andarcene al più presto» aggiunge.

Ci immergiamo nella boscaglia e, una manciata di minuti più tardi, siamo a bordo di una Aprilia Tuono. Indosso il casco che poco prima era stato di Nikolina. Vengo a sapere che Niko ha aiutato mio padre, che gli ha procurato una pistola che gli ha detto di conciarsi come lo scagnozzo del Valič, l’Anguilla, per essere più credibile: secondo lei in questo modo il Basso sarebbe stato disposto a trattare. Ma così non è stato.

Qualche ora più  tardi, nella stanza di un albergo di Rijeka accendo la tv satellitare. Sullo schermo un ragazzotto parla in modo concitato con chiaro accento vicentino, sotto, in sovraimpressione, passa la seguente scritta: Arcugnano, Vicenza. Giovane atleta assiste casualmente ad uno scontro tra bande. Ritrovato un dei malviventi, ora dovrà rispondere di pluriomicidio.


Note:

*Tornerò a prenderti piccola! Ti porterò via da qui!

**Bambina mia, ti avevo detto che sarei tornato a prenderti!

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