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Cowboy Bebop, forse l’anime più vicino alla filosofia Sugarpulp

Cowboy Bebop, forse l’anime più vicino alla filosofia Sugarpulp

Cowboy Bebop, forse l’anime più vicino alla filosofia Sugarpulp

Shinichirō Watanabe vi dice qualcosa?

Se la risposta è no, io penso che le vostre lacune per quanto riguarda la cultura pop degli ultimi 20 anni siano più simili alla breccia aperta dall’iceberg nello scafo del Titanic.

State affondando, ma non ve ne accorgete.

Non vi allarmate troppo però, c’è qui zio Rick che viene a parlarvi di uno dei veri e propri capolavori del nostro tempo.

A Sugarpulp ci piace tanto mettere in comunicazione diversi linguaggi, creare corto-circuiti tra i generi e le arti dai quali possa scaturire un po’ di quell’agognata “novità” di cui tanto spesso si lamenta l’assenza. Maestro Watanabe è forse uno dei personaggi che meglio ha interpretato questo spirito sfrenato che alberga dentro ogni buon cuore d’artista che si rispetti.

Ma veniamo a noi. Siamo qui per parlare di Cowboy Bebop, uno dei gioielli dell’iconografia giapponese contemporanea, forse uno degli anime più ammirati di sempre, e non a caso. La trama è piuttosto semplice, e pare brutto liquidarla così in fretta, ma per il momento accontentatevi: cacciatori di taglie in un non troppo distante futuro interspaziale. Ecco, vi sembra sufficiente per guardarvi tutta la serie? No, e quindi voglio spiegarvi perché Cowboy Bebop è un’opera artistica che non può mancare nella vostra anime-teca.

In seguito a un incidente spaziale, la Terra diviene un luogo ostile, e i sopravvissuti della specie umana si trovano a dover colonizzare i pianeti vicini: Marte, Venere, la cintura di asteroidi e Giove. In questo pandemonio sociale, in cui i più disparati bastardi e i più biechi finti ingenui si susseguono davanti agli occhi dello spettatore, l’equipaggio della piccola astronave BeBop composto da Spike Spiegel e Jet Black, si trova a incrociare il destino di Faye Valentine (bisognerebbe dedicarle un intero sito Sugarpulp, altroché recensione). Da questa alchimia, ognuno dei protagonisti dovrà affrontare i demoni del proprio passato, portando avanti al tempo stesso la missione del BeBop: catturare i fuorilegge del Sistema Solare e incassarne le taglie.

Come già il titolo svela in parte, Watanabe mescola la fantascienza al più classico degli spaghetti-western, disegnando tra i vuoti dello spazio interstellare una mappa che sembra portarci indietro al vecchio amato Far West di Lee Van-Cleef e Sergio Leone. Gli ingredienti ci sono tutti: sparatorie, tradimento, avidità, dialoghi pulp, e a tutto ciò si aggiunge un’iconografia spiccatamente sci-fi che fa l’occhiolino però a generi meno spinti, concedendo qualche bel tocco di noir, soprattutto nella seconda parte della serie.

I personaggi sono costruiti alla perfezione. Profondi, mai banali, assolutamente spassosi e riflessivi al tempo stesso, c’è una cura nella sceneggiatura che troppo spesso oggigiorno viene tralasciata per dare voce al roboante comparto grafico, che comunque in Cowboy Bebop è di prim’ordine.

Ma il vero tocco di classe, la vera chicca di Watanabe è la colonna sonora. Sì, perché unire lo spaghetti-western alla fantascienza, condirla con umorismo, noir e pulp, al maestro giapponese non bastava. Perciò, ecco la ciliegina sulla torta: un sottofondo tra il jazz e il blues che diventa protagonista indiscusso della scena.

Ragazzi, io qui non riesco a dirlo in un altro modo. Quando i disegni di Cowboy Bebop si uniscono ai toni noir e vengono riempiti da quella colonna sonora, io vado in brodo di giuggiole. Il connubio è perfetto, la storia è accompagnata senza sbavature da musiche soavemente amalgamate al tessuto narrativo, e le 26 puntate della serie volano via come poche altre volte è capitato durante un anime, genere che pur tanto amiamo.

Watanabe non è nuovo a esperimenti così ben riusciti. Samurai Champloo è un’altra pregevolissima opera in cui le tematiche samurai si mescolano, in un’epoca risalente al periodo Edo, al ritmo incalzante di un hip hop che non stride ma arricchisce la narrazione.

L’opera di Watanabe è narrazione inter-genere e inter-linguistica di prim’ordine, e anche se Cowboy Bebop è già di per sé un anime di altissimo livello, la chimica che esso trova con l’incontro del jazz e del blues ne fa un piccolo capolavoro dell’arte Nippop.

Dall’anime sono stati tratti due manga che ho recentemente letto e che, sinceramente, deludono le aspettative, non riuscendo a mantenere lo stesso livello toccato dalla serie, forse proprio perché troppo coccolato dalle musiche che, per forza di cose, nel manga mangano. Ehm, mancano, volevo dire.

La 20th Century Fox sta lavorando a una trasposizione cinematografica di Cowboy Bebop, e non so se costruirmi aspettative o inorridire all’idea. Ma sapendo che la parte di Spike Spiegel sarà nelle mani di Keanu Reeves, mi vien da inventare qualche imprecazione terribile che qui non posso riportare, per motivi di ordine pubblico.

Tornando alle cose belle, Cowboy Bebop è forse l’anime più vicino allo spirito Sugarpulp, proprio per la sua natura di grande mescolanza che mette insieme diversi generi, diverse atmosfere e diversi linguaggi. Una serie che riguarderei altre mille volte, senza stufarmi mai, perché la musica qui, più che in ogni altro contesto, fa nascere diverse sensazioni a ogni diversa visione.

Ma la malinconia che mi lascia l’ultima puntata, proprio quella divisa in due parti intitolate The Real Folk Blues (pt.I e pt.II), mi resta dentro sempre, me la porto dietro e, pensando che è molto tempo che non guardo Cowboy Bebop, mi chiedo: come si dice “nostalgia” in giapponese?

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