Cowboy e indiani

Cowboys e indiani, un racconto inedito di Stefano Zattera per Sugarpulp

Lame di sole trafissero le fronde oscure lasciando intuire il sentiero tra le sterpaglie. Tonfi sordi sull’erba scandivano un ritmo lento, tribale. La lepre annusò l’aria e schizzò tra i rovi, lacerandosi l’orecchio. Pennellate di luce abbozzavano le figure dei quattro cavalieri sul fondale di tronchi neri.

L’incedere percussivo degli zoccoli crebbe d’intensità. Il falco scattò silenzioso, al riparo tra il fogliame. Sotto il ferro dei cavalli, gli arbusti scrocchiavano come ossa colpite dalla mannaia. Lo scoiattolo svanì, inghiottito dal cavo del ceppo. La valanga di sterco fumante sigillò la tana della talpa che scavò terrorizzata verso il centro della terra.

La fauna del bosco scappava all’avanzare di quelle presenze estranee. Solo le mosche, al contrario, convergevano verso il forte odore di escrementi e bestia sudata. Le sagome a cavallo sbucarono sulla radura e la luce dell’alba finì di disegnarle.

Erano maschi, adulti, bianchi. Indossavano lungi spolverini beige, cappelli scuri a falda larga e jeans e stivali. Attaccati alla sella fodero con fucile e lazo, dietro bisacce e coperta arrotolata.

Si fermarono ad ammirare il paesaggio. Dalla sommità della collina il prato scendeva fino a fondersi nella piana sottostante. Laggiù, sulla linea dell’orizzonte, dove la pianura verde si sfocava a diventare cielo azzurro, striature rosse e contorte, come le dita di un vecchio prestigiatore, manipolavano la sfera luminosa non ancora sorta del tutto.

“Cristo! È bellissimo!” disse Max. Alto, secco, il naso adunco, un codino biondo che scendeva lungo la schiena.
“Già, cazzo!” gli occhi di Walter tradivano la commozione. Anche lui era smilzo. Aveva la barba rossa, i capelli corti e chiari.

“Che vi dicevo?” aggiunse Erik, il più corpulento del gruppo, mentre sistemava il ciuffo castano sotto il cappello.

“Pazzesco!” concluse Toni. Tarchiato, di bassa statura, i capelli ricci e scuri.

Rimasero a lungo a guardare il sole spargere il giorno sul mare d’erba. Quindi scesero di sella e impastoiarono le bestie, accesero il fuoco e prepararono la colazione. Fagioli, carne secca, pane e caffè nero.

“Ci voleva questa uscita!” disse Max, buttando giù una cucchiaiata di fagioli, “Non ne potevo più di marchiare vacche! Ho visto più corna in queste due settimane, di quelle che ha in testa quel coglione del farmacista”.

“Accidenti! Adesso non esagerare. Comunque, puoi dirlo forte, è stata proprio una sfaticata del cazzo! Che se la sbrighino il vecchio e le ragazze per qualche giorno con la mungitura” continuò suo fratello Walter, macinando, con le possenti mandibole, le tenaci fibre del manzo essiccato.

“Non me ne parlate, se non mi davano questi tre giorni, giù alla segheria, scoppiavo” aggiunse Toni, lasciando esplodere un rutto, “Merda! Poi da quando è arrivato quel negro cagacazzo… Parla di legge e diritti! Ma, cazzo, so dove abita! Dovremmo fargli una visitina una di queste sere”.

“Basta! S’era detto niente lavoro! Lasciamo le rogne in caldo per quando torniamo a casa. Solo cavallo e prateria in questi tre giorni. Ok?” stabilì Erik, versandosi un’altra tazza di caffè.

Tutti annuirono e ripresero a mangiare. Alla fine si arrotolarono delle sigarette e fumarono. Spensero il fuoco pisciandoci sopra e risalirono a cavallo.

Le sagome dei cavalieri si stagliavano, scure e irregolari, in controluce sul profilo del colle. Come figure ritagliate da cartone bruciato. Procedevano lente, proiettando lunghe fluttuanti ombre sul manto erboso.

Giunti al piano i cowboys si lanciarono al galoppo. Simili ad aratri impazziti gli zoccoli lanciavano in aria zolle di terra. Gli spolverini sventolavano come stendardi di guerra, mentre i cappelli seguivano volando le teste, ancorati al collo dai lacci di cuoio, come neri aquiloni. Sui volti dei quattro l’estasi della corsa.

D’un tratto Erik estrasse il fucile si voltò di lato, prese la mira e fece fuoco. Quindi tirò le briglie e fermò l’animale. Lo stesso fecero gli altri. Il cowboy scese di sella.

I compagni lo guardarono perplessi. Erik si chinò e affondò le mani tra l’erba alta, quando si rialzò, stringeva due lunghe orecchie nel pugno. La lepre muoveva frenetica le zampe in un riflesso nervoso, come un nuotatore inesperto che tenta inutilmente di restare a galla. Dalla gola aperta zampillava il sangue come da una fontanella nel parco,

“Il pranzo è servito ragazzi!” urlò sorridente il grosso cecchino.

Accampati sul limitare del bosco, uomini e bestie si riparavano nell’esigua ombra offerta dal sole a picco, mentre sul fuoco arrostiva la preda scuoiata e infilzata su un ramo, in verticale, come un negro impalato vicino alla sua baracca in fiamme. Tra cenere e braci le patate abbrustolivano come anime nel girone dei dannati.

Era la fine di aprile, ma faceva caldo quando usciva il sole. Gli spolverini erano stati arrotolati dietro la sella. La birra era calda come piscio, ma assolveva alla sua funzione. Sazi e ubriachi, fumavano il sigaro, facendo girare una fiaschetta di veleno distillato dalle prugne. Parlarono di cavalli, figa, sbronze e risse al saloon, finché il sonno non li stese uno a uno.

Dopo un’ora Erik si svegliò. Riattizzò il fuoco e mise a bollire il pentolino per il caffè. Guardò la pianura e la sua attenzione fu attratta da qualcosa. Prese il binocolo dalla bisaccia e lo puntò verso il sottile filo di fumo che saliva in fondo alla prateria.

“Che mi venga un accidente!” si girò verso gli amici addormentati, “Hey! Sveglia, Musi rossi in vista!”.
“Che cazzo dici?” disse Toni, balzando in piedi, “fai un po’ vedere”.

Erik gli passò il cannocchiale e il cowboy lo puntò.

“Indiani di merda! Che ci fanno da queste parti quei figli di puttana?”.
“Non ne ho idea” rispose Max che aveva ricevuto a sua volta il binocolo, “ma una cosa te la posso dire. Quei pidocchiosi si sono accampati sul campo di mio zio Elia!”.
“Sicuro come la morte, che il vecchio non avrebbe mai dato il permesso a quei brutti musi di smerdargli l’erba” osservò Walter, “Sapete come la pensa. È uno dei nostri”.
“Quei rottinculo non hanno chiesto un cazzo a nessuno, poco ma sicuro!” disse Max, “‘Sti selvaggi sfottuti Si credono a casa loro”.

I quattro si guardarono l’un l’altro con sguardi e cenni d’intesa.

“Coraggio, andiamo a rompergli il culo porca puttana!” sbraitò Erik. Il drappello di improvvisati giustizieri sbaraccò in fretta il bivacco e si lanciò al galoppo nella pianura in direzione del fumo che saliva dritto verso il cielo, come l’anima dopo la morte.

I cavalieri galoppavano veloci ed eccitati. Con le ginocchia ben strette sulla sella e il culo sollevato come in attesa del sodomita, incitavano le bestie schiaffeggiandogli le natiche e urlando come scimmie in calore.

La famiglia di indiani era accampata sul bordo del campo, sotto l’ombra dei gelsi allineati, come soldati di guardia, lungo la strada bianca che divideva gli appezzamenti. Le loro carnagioni erano ambrate, i capelli neri con riflessi bluastri.

Seduti a gambe rannicchiate, come grossi rospi, i maschi parlavano tra loro fumando e sorseggiando birra e acquavite, acquistata in qualche negozio di bianchi. La donna e la ragazza erano davanti alla tenda, inginocchiate sulla coperta. Speziavano tuberi e radici, mentre tenevano d’occhio la carne messa a cuocere attorno al fuoco su spiedi di legno.

I bambini, due maschi e due femmine, si inseguivano carponi, come una cucciolata di cagnolini, in una specie di labirinto ricavato nell’erba alta calpestata.

I quattro uomini a cavallo arrivarono dalla strada bianca, sollevando una nuvola di polvere che andò a posarsi sopra il bivacco indiano, come un presagio di sventura. Senza scendere di sella i cowboy si allinearono davanti all’accampamento.

La pausa di silenzio fu lunga, come l’anno della carestia.
“Che ci fate qua?” chiese Erik.
“Noi mangiare” disse il capofamiglia, alzandosi e avvicinandosi ai quattro cavalieri.
“Questo lo vedo, cazzo, non sono cieco! Ma avete chiesto il permesso di accamparvi?” continuò Erik. La figura possente e la voce cavernosa lo rendevano il naturale portavoce del branco.

“No permesso. Noi mangiare, bambini giocare, solo pomeriggio, poi andare!”. Dichiarò il pellerossa.
“Da queste parti si usa chiedere prima di occupare la terra degli altri” sentenziò Erik.
“Noi no sapere. Noi no problema. Noi mangiare, poi va”.

“No problema dici?” intervenne Walter. “E che mi racconti di quell’erba schiacciata dai ragazzini? Non credo che mio zio ne sarebbe contento. Ci deve fare il fieno per le bestie. Dovete andarvene!”.
“Erba poco schiacciata. Prato grande. No problema. Noi ora mangiare, poi va”. Il capofamiglia si rivolse ai bambini nella propria lingua e quelli smisero di giocare e si avvicinarono ai familiari.

“Senti un po’ muso rosso” disse spazientito Max. “Cominci a rompere i coglioni con ‘sta storia di noi mangiare, poi va. Non l’hai ancora capito? Dovete andarvene. Adesso, cazzo!”.
“Cibo pronto. Noi mangiare, poi va”.

“Porca puttana! Te ne devi andare ora! Subito, cazzo! Spegnete quel fuoco e andatevene via musi sporchi!”, urlò Toni, estraendo il fucile dalla fondina.

I bambini cominciarono a piangere. I cavalli scalpitavano nervosi. I cowboys sembravano avere difficoltà a tenerli a bada.

“Che cazzo fai?” sbottò Erik, “Metti giù quel fucile!”.
Toni eseguì senza ribattere. Erik affermava, in maniera inequivocabile, il suo ruolo di leader del branco di desperados.
“No fucile! No problema. Noi va. Noi va!”.

Il capofamiglia avanzò, fermandosi tra i cowboys e i membri del suo gruppo, come per proteggerli. A quel punto il cavallo di Toni si impennò imbizzarrito. Il cowboy cadde all’indietro e si spezzò l’osso del collo.

Dal fucile partì un colpo. La ragazza si accasciò a terra con la fronte squarciata. Il denso fiotto di sangue disegnò nell’aria la traiettoria della caduta. La madre urlò e si chinò sulla figlia esanime.

“Che avete fatto maledetti?”. Il capofamiglia prese il coltello. Anche gli altri cavalli sfuggirono al controllo dei cowboys. Dopo un’impennata lo zoccolo del cavallo di Max ricadde schiacciando la testa di uno dei bambini. A quel punto il capofamiglia saltò sull’arcione del cavallo, afferrò il cavaliere e gli tagliò la gola.

Walter estrasse il suo fucile e sparò alla schiena dell’indiano che cadde di sella avvinghiato in un macabro abbraccio con il cowboy sgozzato. Il ragazzo raccolse l’ascia, e la scagliò contro Walter aprendogli in due copricapo e cranio. Il cappello squarciato formava due grosse orecchie come quelle di un gigantesco coniglio.

Erik sparò al petto del ragazzo, che cadde a terra. Un’altra bambina finì martoriata dalle zampe delle bestie. In preda al furore l’ultimo cowboy sparò alla nuca della madre abbracciata alla figlia. La donna rimase inginocchiata con la testa aperta e la ragazza massacrata tra le braccia.

Una pietà senza pietà. Una freccia perforò la spalla del cowboy. Si guardò attorno. Il vecchio in sella al cavallo di Toni teneva in mano un arco. Erik con la sola mano destra disponibile gli puntò contro il fucile. L’indiano lanciò la bestia al galoppo in direzione del bosco. L’altro, non riuscendo a prendere la mira, si buttò all’inseguimento.

Le oscillazioni del quadrupede in corsa gli procuravano dolori lancinanti, non avrebbe retto per molto a quelle fitte. Tentò di sparare senza mirare in direzione del fuggitivo. Non ce la faceva più. Stava per mollare quando il cavallo colpito si accasciò facendo volare il vecchio davanti a sé. Erik scese di sella e si diresse verso l’uomo riverso a terra.

D’un tratto l’indiano si alzò e piantò un pugnale nella coscia del bianco che urlò come un porco scannato, mentre il vecchio cominciò a correre verso gli alberi. Erik cercò di astrarsi dal dolore: aveva una freccia conficcata nella spalla sinistra e un coltello affondato nel quadricipite destro. Tentò di concentrarsi mirò e fece fuoco. Il fuggitivo rovinò a terra, decorando l’aria di sangue.

“Vecchio bastardo”, sibilò Erik.

Il cowboy guardò la gamba. Era una gran brutta ferita; la lama aveva tagliato una vena grossa e usciva un fiume di sangue. Doveva cauterizzare al più presto. Di lì a poco non ne avrebbe più avuto la forza. Tirò un gran respiro e in un gesto rapido spezzò la freccia che gli usciva dalla spalla. Il dolore fu allucinante ma il bello doveva ancora venire.

Fece altri tre cicli di respirazione accentuati e prolungati, si asciugò la fronte e afferrò il manico del pugnale con due mani. Un altro respiro e tirò. Fu sul punto di svenire, ma non poteva permetterselo. Si strappò la camicia, ne legò un lembo ben stretto sopra la ferita e l’altro lo usò come fasciatura.

I cavalli erano ormai lontani. Si fece forza e usando il fucile come stampella, si trascinò verso l’accampamento. Il dolore era intenso e il percorso sembrava non finire mai. Alla fine, stremato, raggiunse il fuoco. I due bimbi scampati al massacro erano avvinghiati al corpo della madre e piangevano.

Il cowboy si tolse la fasciatura, prese la bottiglia di acquavite, ne versò sulla ferita, ne bevve una grossa sorsata poi prese dal fuoco un tizzone ardente e lo premette con forza sullo squarcio. L’urlo da coyote scotennato salì alto nel cielo attirando l’attenzione della poiana di passaggio e forse, ancora più in alto, di tutti i santi del paradiso. Poi si lasciò svenire.

Aprì gli occhi. Non sapeva quanto era rimasto incosciente. La poiana sopra di lui compiva ampi giri valutando la situazione. La scena era raccapricciante. Un massacro. Corpi a terra scomposti, straziati, mutilati, disposti in un disordinato girotondo attorno al falò.

Le mosche erano già accorse numerose per partecipare a quell’orgia di sangue. Ronzando compivano frenetiche traiettorie indecise da quale piatto cominciare quel lauto banchetto. I cavalli brucavano voraci l’erba guarnita di salsa rossa.

La colonna sonora della scena era il pianto, ormai strozzato, dei fratellini. Erik li guardò con occhi compassionevoli. Si trascinò verso di loro e li abbracciò piangendo. Davanti a lui Walter lo fissava con la testa spaccata in due come un cocomero e le grandi orecchie da coniglio insanguinate formate dal cappello squarciato.

Guardò quella figura grottesca stringendo al petto i bambini. D’un tratto un guizzo nel suo sguardo, come un’improvvisa consapevolezza. Strinse a sé i piccoli, sempre più forte.

Più stringeva e più il suo pianto cresceva d’intensità, mentre quello dei bimbi diventava un flebile lamento e infine, silenzio. Lasciò la presa e i corpicini si accasciarono al suolo privi di vita, come burattini ai quali fossero stati recisi i fili.

Il ragazzo tornò in sé e vide il cowboy intento a scalpare suo padre. Pensò fosse una visione e richiuse gli occhi. Li riaprì. Il bianco si trascinava con una gamba a penzoloni verso un cavallo; in mano la chioma imbrattata di sangue.

Guardò il genitore. Il cranio nudo, bianco, imperlato di plasma, con una corona di capelli impiastricciati di rosso all’altezza delle orecchie. Sembrava uno di quei buffi pagliacci che aveva visto una volta al circo dei bianchi. Si trascinò a fatica verso un fucile.

Il cowboy era riuscito in qualche modo a mettersi in sella. Il ragazzo puntò al capo dell’uomo e sparò quattro colpi in successione. I proiettili di grosso calibro squarciarono il collo e, dopo un momento di esitazione, la testa di Erik si abbandonò dietro la schiena come il cappuccio di un frate.

Rimase qualche altro secondo attaccata a un brandello di pelle, dopodiché lasciò il corpo definitivamente rotolando a terra tra le zampe della bestia come un pallone di cuoio. Il cowboy rimase dritto in sella per una qualche anomala contrazione nervosa.

Il cavallo spaventato dagli spari si lanciò al galoppo. Il ragazzo rimase a guardare il cavaliere senza testa allontanarsi nella prateria verso l’orizzonte.

Dopodiché si trascinò verso la tenda e prese il cellulare.

Dal rapporto dei Carabinieri della Stazione di Campigna Berica.

Comune di Campigna Berica località Campi piatti. Addì 15\07\2008

Oggetto: ritrovamento 13 cadaveri.

Previa segnalazione telefonica, giunta alla competente centrale operativa, da parte di una delle presunte vittime del fatto di sangue di seguito citato, ci portavamo sul posto per constatare l’attendibilità della chiamata: il sottoscritto Maresciallo Aiutante Amitrano Giuseppe, il Brigadiere Bresolin Paolo e l’Appuntato Cosentino Pasquale appartenenti al suddetto comando.

Giunti in località Campi piatti, accertavamo l’effettiva presenza dei cadaveri segnalatici. Immediatamente dopo comunicavamo alla centrale quanto rinvenuto. Richiedendo la tempestiva presenza del reparto per le investigazioni scientifiche e la contestuale segnalazione di rito al comando superiore. Personalmente con il telefonino di servizio notiziavo il magistrato di turno Dottor Gaetano Esposito.

La scena del crimine si presentava particolarmente cruenta. I corpi martoriati, erano posizionati tutto attorno ai resti di un fuoco verosimilmente acceso per la cottura di alimenti. Si contavano inizialmente 11 cadaveri e una testa priva di rispettivo corpo. I deceduti erano nella fattispecie 6 adulti (testa compresa), 4 bambini e 2 adolescenti.

Uno dei suddetti, di sesso maschile, teneva il telefono cellulare ancora in mano, probabilmente trattavasi dell’autore della segnalazione giuntaci, deceduto solo successivamente alla chiamata. Inoltre vi erano 3 cavalli vivi che brucavano l’erba insanguinata sulla scena del crimine.

Perlustrando la zona circostante, si rinveniva: a metri 200 un ulteriore cadavere di persona anziana; a metri 800 altro cavallo con cavaliere privo di testa ancora in sella. Nell’area si rinvenivano le armi presumibilmente impiegate nella strage: 4 fucili winchester, 2 coltelli da cucina, un’accetta, un arco da competizione (e relativo bersaglio in paglia). Sul luogo del delitto era montata una tenda canadese a lato della quale era parcheggiata una fiat duna.

I cadaveri venivano tutti identificati dal ritrovamento dei documenti in:

  • Bellin Walter (M) anni 34 allevatore residente a Campigna Berica (VI);
  • Bellin Massimiliano (M) anni 34 allevatore residente a Campigna Berica (VI);
  • Mattiello Erik (M) anni 45 imprenditore residente a Sarnigo di Campigna Berica (VI);
  • Dalla Libera Antonio (M) anni 39 artigiano residente a Campigna Berica (VI);
  • Singh Mohinder (M) anni 42 operaio residente a Broncona (VI) cittadino indiano;
  • Singh Eknath (M) anni 67 operaio residente a Broncona (VI) cittadino indiano;
  • Singh Darpak (M) anni 17 operaio residente a Broncona (VI) cittadino indiano;
  • Singh Deependra (M) anni 8 studente residente a Broncona (VI) cittadino indiano;
  • Singh Rafani (M) anni 5 residente a Broncona (VI) cittadino indiano;
  • Kaur Latangi (F) anni 39 casalinga residente a Broncona (VI) cittadina indiana;
  • Singh Bala (F) anni 15 studentessa residente a Broncona (VI) cittadina indiana;
  • Singh Radha (F) anni 9 studentessa residente a Broncona (VI) cittadina indiana;
  • Singh Indiani (F) anni 3 residente a Broncona (VI) cittadina indiana.

Riletto e approvato
Il Maresciallo Aiutante Amitrano Giuseppe.

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