Crema e pelo, agosto 1989

Crema e pelo, un racconto inedito di Mattia Maragno per Sugarpulp

Tracklist consigliata:

  • From her to eternity – Nick Cave and The Bad Seeds
  • Adrenalin – Bauhaus
  • Lagartija Nick – Bauhaus
  • All Hell Break Loose – The Misfits

Spatatran tran tran ta ta tran tran tran.
Sollevai di scatto la testa dal cespuglietto assassino della Betta e la guardài in faccia. Quella serrò la bocca, dilatò le narici e sbarrò gli occhi.
– Cos’è stato? – sussurrai.
– Non so, veniva dal capannone – disse soffiando le parole.
– Alle due di notte? Ma chi… Dai rimettiti le mutande.

Scrutai il paesaggio in direzione del rumore. Eravamo infrattati in aperta campagna lungo la riva d’un fosso, e ad un centinaio di passi si ergeva un capannone, un monolite argenteo piovuto dal cielo, incastonato nella terra mezzo secolo fa.

Selgàri e upi solleticavano i fianchi della struttura, proiettando ombre volatili nella brezza estiva. La vegetazione lungo il Cognaro sfumava scura al cielo, spezzando la vista a nord: a sinistra la gora, a destra terra irsuta e selvatica, tronchi e una fila di baracche scalcinate costruite con vecchie impalcature da cantiere. E il capannone su tutto.

Nessun movimento, zero. Potevo vedere il retro dell’edificio, e parzialmente il viale sterrato che ci girava intorno. Il frastuono era giunto sicuramente dall’altro lato, da un portone di ferro che si apriva scorrendo su binari. La Betta si era rivestita, io infilai brache e camicia, la baciai e restammo con la pancia a terra per alcuni minuti, a spiar le falene. Appoggiai una guancia sull’erba come un indiano, nella speranza di sentire dei passi. La Betta mi guardò come si guarda un imbecille, e mi accarezzò la testa, il che mi fece pensare a come siano morbidi i nostri desideri ad un passo dalla morte. Non che ora stessimo rischiando la vita, ma ogni istante ci trova impreparati e soli e…

Urla soffocate invasero l’aria, indebolite dalle mura del capannone, ma chiare e limpide come badilate in faccia. Una vena iniziò a pulsarmi sul lato sinistro della testa, e mi sentii sveglio e pronto per la maratona del Santo. Mi voltai verso la Betta: lucido terrore. Poi uno strepito simile al primo attraversò lo spazio. Qualcuno aveva richiuso il portone. Fissammo la notte, immobili come due cani della prateria, le orecchie tese nella luce lattea della luna piena. Nell’oscurità, una figura voluminosa si mosse, la vedemmo attraversare il viottolo davanti all’edificio e scomparire dietro la prima baracca.

– Dài Betta, andiamo a vedere.
– Va bene, hai il coltello?
– No, ma qualcosa troviamo – dissi raccogliendo un bastone marcio da terra.

Ci incamminammo sull’erba fresca, e poi tra arbusti graffianti. Pareva giorno sotto la luna impietosa, il che mi andava bene finché si trattava di cercare le tette della Betta, ma adesso era come stare nudi sotto un faro. Raggiungemmo la prima baracca in lamiera, serrai i pugni e misi fuori il naso per dare un’occhiata. Nessuno. Uscimmo allo scoperto, lo squallore degli oggetti abbandonati era romantico, da Russia post-bellica, assi e blocchi di cemento, un frigorifero, un erpice, una sega circolare, teli di plastica sfatti, la carcassa di un trattore arrugginito. Speravo di non incontrare nessuno, nessuno di vivo. Le urla che ci avevano fatto gelare, le vedevo spuntare da ogni dove. La Betta aveva raccolto da terra un manicotto di ferro, roba da idraulici, io nulla. Avanzammo lungo il muro del capannone, fuggendo veloci da un’isola d’ombra all’altra, girammo l’angolo per finire nello spiazzo di cemento antistante il monolite: la porta di metallo non era scivolata del tutto sui binari e s’intravedeva l’interno. Qual è quella cosa che più grande è, meno si vede? Appunto, la Betta mi passò dei fiammiferi, che usava per bruciarsi i peli delle braccia, che ragazza originale. Ne accesi uno ed infilai la mano nella fenditura tra la porta e il muro, respirai zolfo, socchiusi gli occhi per distinguere qualcosa all’interno. Esplorai quanto potevo fino a bruciarmi i polpastrelli, lasciai cadere il fiammifero e feci per accenderne un altro. Una luce arancione divampò ai miei piedi, dietro il portone. Un urlo bruciante mi scaraventò indietro, calpestai la Betta: dietro la porta metallica una donna si contorceva cercando di spegnere l’incendio che aveva in cima alla testa, sbatteva sulla porta, nuda e coperta di sangue dalla gola al ventre. Spalancammo il portone facendo un gran bordello, la donna cadde a terra dimenandosi, delle fiamme rimaneva solo l’odore penetrante. Avevamo fatto un gran casino, era impossibile che nessuno ci avesse sentiti. Mi inginocchiai vicino al corpo che perdeva sangue nero sul cemento candido. La Betta era in piedi e non sembrava in sé, io non mi sentivo bene, l’adrenalina teneva insieme i pezzi.

– Come ti chiami.. ehi, mi senti? – Le toccai una guancia. La donna non dimostrava più di trent’anni, aveva gli occhi sbarrati, le usciva sangue da un lato della bocca, stava soffocando con calma, non si muoveva.
Tossì schizzandomi tutta la camicia e il mento, e sussurrò qualcosa.

– Crema… crr… crema e pelo.
Tossì ancora, la vidi tremare, e morire.
– E’… è? – balbettò la Betta.
– Sì, sì. E ora? – ero confuso.
– La lasciamo qui e filiamo, che chi l’ha ammazzata adesso torna per noi
– Dai andiamo, presto – intimai.
– Cosa vuol dire crema e pelo?
– Non lo so cazzo, non lo so, andiamo.
Lanciai un ultimo sguardo al corpo nudo della ragazza: era magra, quasi senza seno, e del tutto glabra, adesso era anche pelata. Notai qualcosa che mi era sfuggito.

– Aspetta un attimo, Betta – Tornai sui miei passi, mi chinai e aprii la mano sinistra del cadavere. Teneva stretto nel pugno un foglietto di carta stropicciato e lercio. Lo misi in tasca senza leggerlo, mi rimisi in piedi e incrociai gli occhi della Betta: corremmo a perdifiato fino alla macchina, e continuammo a correre a centoventi all’ora a fari spenti fino alla tangenziale che ci portava a casa. Camporella never more, mi dissi.

Mi svegliai in preda a visioni nere, c’era odore di gallina bruciata e la Betta che crollava ai miei piedi e si scioglieva come sciroppo di fragola incollandomi al pavimento e non potevo scappare da un figuro peloso come un orso con un preservativo in testa, il quale voleva tagliarmi le palle con un rasoio non proprio affilato. Il sole filtrava dalle persiane colpendo uno specchio sul fondo della stanza buia. Potevo vedere i miei occhi brillare sinistri nell’affanno della confusione. Era morta una tizia. Era morta davvero? Avevo portato a casa la Betta ed ero fuggito, avevo la camicia ancora addosso, incollata, incrostata. Era morta. Stavo sudando. Va bene, facciamo ordine. Presi la decisione più ovvia, ci avrei ficcato il naso, non sono mica nuovo a robe del genere, e neanche il mio amico Berto. Lo chiamai stando sul generico, e quello corse da me, sul fuoco bolliva la moka, gli versai il caffè in una tazza grande, come gli piaceva.

– Senti Anus, sei pronto a sentire una brutta storia?
– Dimmi tutto Bimbo, ti sei svegliato storto per caso?
– Forse… Ti racconto così capisci.

Berto, alias Anus, aveva occhi scuri penetranti, e uno strano riflesso argenteo intorno all’iride destra, alto, dita corte, spalle larghe, testa rasata e più orecchie del dovuto. Era un tipo sveglio, venticinque anni, come me, faceva il meccanico.

Gli passai il bigliettino che avevo trovato sul cadavere, lo prese tra le mani, lo lesse corrugando la fronte, alzò lo sguardo fissandomi negli occhi: allora mi lesse l’anima ma non ci trovò niente, e recitò: “Crema e pelo / l’ombelico devi rasare / se il tesoro vuoi intascare.”

– E’ un cazzo di scherzo, Bimbo?
– Ieri notte ero imboscato con la Betta, dalle parti del Cognaro, hai presente…
– Si certo, da qui saranno venti chilometri, e quindi?
– Bravo, allora ero lì con la Betta, affari nostri, quando sento delle urla, ma cattive, andiamo a vedere dietro il capannone da dov’eran venute, e c’era sta tizia nuda, coperta di sangue con la gola tagliata, le ho dato fuoco alla testa per sbaglio, mi è morta in braccio. Anus, hai uno sguardo da maniaco mi fai paura.
– Scusa – disse lui riprendendo un’espressione umana – Ma porca puttana sei serio? Ti ha dato lei il biglietto?
– Il biglietto non me l’ha dato, gliel’ho trovato in mano, era morta. Io voglio vederci chiaro, ma non voglio polizia, carabinieri, un cazzo di nessuno tra le palle. Solo tu e io.
– E la Betta?
– La Betta starà bene, se la tiene per lei questa storia, non vuole guai.
– Va bene, da dove iniziamo?
– Cominciamo col capire chi abita lì, in ogni caso te lo dico subito, secondo me finiamo nella merda.
– Ci siamo abituati.
– Certo…Ah, dimenticavo un dettaglio, la tipa era tutta depilata, te lo dico per via del biglietto, per il pelo, il rasare e tutto il resto. Sei pregato di non farti una sega su sta cosa, un po’ di rispetto.
Il caro Anus mi guardò di sbieco, tipo offeso, figurarsi. Uscendo di casa mi afferrò per un braccio.
– Senti Bimbo, e se troviamo davvero il tesoro?
– Lascia stare, ci pensiamo sul momento, prima abbiamo un ombelico da rasare, mi sembra.

C’erano 33 gradi, e un cielo biancastro. L’aria era allagata, l’umidità si avvicinava pericolosamente al grado alcolico della grappa di mio zio Nicodemo. Veneto in Agosto. Passai tutto il giorno a ciondolare tra campi di mais e filari di vigne, camminando lungo fossi azzurri di detersivo: non facevo che pensare alla donna, a chi fosse stata in vita, al folle che l’aveva scannata, tremai al pensiero di trovarmelo davanti quella notte. Ripensavo al rasoio del sogno, all’orso peloso.

Alle undici in punto i fari gialloni della ritmo di Berto comparvero nel mio vialetto. L’auto inchiodò sollevando una nube di polvere sulfurea, per fermarsi a due centimetri dalla statua di gesso raffigurante una fica greca con le tette di fuori, senza braccia. Gettammo sul sedile posteriore due sacchi a pelo e una torcia elettrica, e sotto il sedile nascosi la mia Beretta 70, quella col numero di serie grattato, e una scatola di munizioni. A Berto brillavano gli occhi, mi guardava in modo strano, doveva essersi fatto la sega. Ci passai sopra.

– Fammi strada, Bimbo bello.
– Vai verso Pionca intanto, poi ti dico.

Schizzando ghiaia sul portone di casa, prendemmo la strada asfaltata, nuotando nella pianura zuppa, la luna su tutto, la strada una striscia chiara, illuminata dalle lampade ai vapori di sodio, quelle luci aranciate per la nebbia. Imboccammo l’ultima via, rallentando un poco ma non troppo, e passammo davanti al capannone che si intravedeva dalla strada, tra la vegetazione. Superato quello e le baracche, ecco una casa buia, i balconi serrati, nessuna macchina dietro il cancello, solo una stalla costituita da cinque archi regolari, coperti da teloni per nascondere l’interno. Fu facile buttare la Ritmo blu dietro una riva: intorno non c’era niente di abitato. Infilai la Beretta carica nelle brache, Berto prese la torcia, anche se non era certo il caso di usarla al momento. Senza fiatare raggiungemmo il luogo dove io e la Betta c’eravamo imboscati e strisciando girammo intorno al capannone. Sporsi la testa dietro l’angolo per avere una visuale sullo spiazzo di cemento, il sangue mi batteva sul collo in modo feroce. Provavo un formicolio alla mano destra, così allentai la presa sulla pistola, che avevo estratto senza rendermene conto, come un bullo da niente.

– Bimbo, è qui la tizia? – sussurrò Berto.
– Era qui dietro ieri sera, coraggio dai.

Uscimmo allo scoperto: il portone era spalancato del tutto. Era una bocca nera alta cinque metri e larga almeno dieci, una voragine scura al cui interno potevo distinguere l’enorme sagoma di una mietitrebbia e un trattore giù in fondo. Le pareti si perdevano nell’oscurità. Erano cariche di attrezzi, mensole colme di barattoli d’olio e stracci neri di grasso, taniche di nafta e pesticidi. Ma del cadavere nemmeno l’ombra, nemmeno una goccia di sangue era rimasta sul cemento.

Udimmo la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe di qualcuno, poco lontano. Spalancai gli occhi, Anus sparì lesto dietro la ruota della mietitrebbia, e io lo seguii.

Una figura entrò nel capannone, immergendosi nell’oscurità. Si fermò come ad ascoltare il silenzio, buttai lo sguardo in una scanalatura della grossa gomma e fissai il volto dell’uomo nella poca luce. Era piccoletto, dall’età indefinibile, tarchiato, in jeans e maglietta, con grosse scarpe. Sulla testa portava un cappello di tela da pescatore, a righe. Guardài Berto, l’adrenalina gli faceva fumare le orecchie, ci capimmo al volo, saltai fuori urlando brandendo la Beretta, Berto con un tubo di ferro in mano intimò all’uomo di stare fermo e alzare le mani, quello indietreggiò e cadde sulle chiappe, sbatteva gli occhi in modo incontrollato.

– Oh! Oh! Chi siete? Fermi, fermi! – balbettava.
– Vedi di non stringere neanche il buco del culo – urlò Berto.
– Chi sei? Che fine ha fatto la ragazza? – Gli puntai la pistola in faccia, mentre Berto lo teneva per il collo.
– Ehi, ehi calmatevi, sono suo fratello, suo fratello Nicolai.
– Cosa ci fai qui?
– Cosa ci fate voi! Chi cazzo siete? – chiese terrorizzato.
– Siamo persone informate, affari nostri.
– Okay adesso calmiamoci tutti, calmi! Metti giù la pistola, e tu lasciami andare – disse a Berto che non mollava la presa.
– Berto, mollalo. E tu ciccio non muoverti, ci hai fatto prendere un cazzo di spavento.
– Io vi ho spaventati? Fanculo, sono quasi morto di paura. Il pezzo di merda che abita qui ha ammazzato mia sorella Irina, e… beh c’è una cosa che lei sapeva, che mi aveva lasciato detto.
– Ah si? E sarebbe? – Lo guardài al buio cercando di leggergli in viso.
– Lei lavorava in casa, faceva la badante, o la puttana non so. Mi ha parlato di un tesoro, di una montagna di soldi nascosti qui sotto. E’ per questo che l’hanno ammazzata.
– E tu sai dove sono sti soldi?
– Si, però dovete fare silenzio, vi ci porto io ma state zitti.

Nicolai avanzò con passi sicuri nel buio, scavalcando un aratro, dirigendosi verso il fondo del capannone, dove non si vedeva più nulla, si fermò in un punto preciso e bussò con il piede sul pavimento, che suonò vuoto. Berto accese la torcia. Una botola quadrata di legno verde e scrostato, se ne stava lì tutta ammiccante, con un grosso lucchetto a bloccarla. Trovai una barra d’acciaio abbastanza robusta da usare come piede di porco, e iniziai a fare leva sul chiavistello per scardinarlo, Berto era chinato con me sulla botola per illuminare l’operazione. Ma un rumore proveniente dall’ingresso ci bloccò all’istante. Nicolai era con noi e ci guardava lavorare, in silenzio. Sbarrò gli occhi e ci fece segno di sparire. Io e Berto ci buttammo sulla destra, lui sulla sinistra, dietro il trattore. Una sagoma si profilò immobile, controluce, respirando di un rantolo basso e greve. Pareva un cinghiale in tuta da lavoro e stivali, capelli lunghi appiccicati alla testa. Gli occhietti minuscoli brillarono nel buio, emise un grugnito, sputò catarro. E partì alla carica. Prima che potessimo fare un passo, Nicolai uscì dall’ombra, urlando e agitando le braccia.

– Aronne attacca! Ammazza sti due bastardi! Ammazzali!

Il bestione mi scaraventò a terra, e la Beretta cadde con me perdendosi sul pavimento, Nicolai si lanciò sull’arma, ma Berto gli sferrò un calcio in faccia proprio mentre il furbo si chinava, mettendolo a terra, la pistola finì sotto la mietitrebbia, nel buio. Intanto Aronne mi era rotolato sopra, Berto l’afferrò alle spalle, stringendo quel collo di bue con entrambe le mani, cercava di smuovere la massa lardosa da sopra il mio corpo. Mi beccai una testata unta, ma strisciai lontano, fuggendo dall’abbraccio sudato di quell’orso in tuta, mentre Berto ingaggiava una lotta furiosa. Spinta da qualche gomito la torcia prese a roteare, illuminando la scena come una luce strobo, e vidi per un attimo la Beretta nell’oscurità, scivolai sotto la mietitrebbia e l’afferrai per la canna. Rotolai fuori velocemente, appena in tempo per vedere Berto sfuggire ad un attacco a testa bassa dello zotico. Sparai colpendo l’animale all’altezza delle reni, quello si voltò, sparai tre volte facendogli esplodere le faccia. Crollò sul pavimento proprio sopra la testa di Nicolai, ci fu un rumore orribile come di uova sbriciolate. Berto ansimava con la faccia coperta di tagli e si tastava il torace dove era stato colpito da Aronne. Io nel complesso stavo bene, vedevo tutto molto sfocato, attraverso il sangue.

– Ehi Bimbo, l’avevi detto che finiva in merda no?
– L’avevo detto, Anus.
– Vogliamo trovare sti soldi?

Ci dedicammo alla botola. Il chiavistello saltò dopo qualche sforzo, rivelando un pozzetto nel cemento, vuoto.

– Maledizione, ci ha fregati – dissi esasperato.
– Aspetta un attimo, cosa diceva il biglietto?
– Ombelico! Rasare un ombelico!
– Io non raso un cazzo di ombelico, ti avverto che t’arrangi – Berto mi fissò deciso.

Ci avvicinammo al cadavere grasso e peloso di Aronne che giaceva a terra riverso nel suo fetore. Lo voltammo sulla schiena facendo forza in due, Nicolai pareva morto sotto suo fratello, o quel che era. Berto respirava male, così mi arrangiai. Aprii la tuta che conteneva l’orso, abbassai la cerniera e gli sollevai la canotta lurida fin sulle mammellone. Sulla medusa spiaggiata flaccida e pelosa che era la panza di Aronne, spiccava un’area circolare depilata di fresco intorno all’ombelico, e un tatuaggio che l’aggirava a spirale, diceva: “Sei da destra, tre dal fondo, chi lo trova, si diverte un mondo!” Era piuttosto smagliato, ma ancora leggibile. Collegai i pezzi: la badante doveva aver fiutato la faccenda, ed era riuscita a svelare il tatuaggio rasando la panza dell’orso, ma quello non l’aveva presa bene e lei era stata punita in modo brutale. Berto mi guardava con gli occhi socchiusi, rifletteva sulle parole, io c’ero arrivato, mi pareva.

– Seguimi, Anus.
– Non c’ho capito niente.
– Vieni muoviti dài.

Mi recai all’ingresso del capannone, contai tre mattoni dal basso e sei da destra. Feci toc- toc, e il mattone si smosse. Venne via senza protestare e dietro, impacchettate in ordine alfabetico, spuntavano mazzette da centomila: il muro doveva esserne imbottito. Berto mi guardò, alzando le sopracciglia e indicando le mazzette. – E adesso Bimbo, possiamo pensare che farcene?

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