"Più uno scrittore è dei suoi posti, più sono le possibilità che diventi universale"
Isaac Bashevis Singer

L’uomo dei dadi

L’uomo dei dadi

Oct 27, 2010

In libreria L’uomo dei dadi ti attira con una copertina lisergica, da bad trip in pieno stile anni ’70. Poi leggi la quarta di copertina e capisci che è davvero la storia di un bad trip, questo libro, anche se gli acidi c’entrano poco o niente.

Luke Rhinehart (il nome del protagonista non a caso coincide con quello dell’autore) è un affermato psicanalista newyorkese lucido e razionale, stimato da amici e colleghi.

Ha una moglie stupenda, due figli adorabili e una condizione finanziaria invidiabile. Una vita placida e desiderabile, insomma, tra sedute psicanalitiche a sadomasochisti e pedofili, affetti familiari e ricerche accademiche sulla libertà sessuale.

Una vita che, però, gli appare un inutile intrico di banalità e false certezze. Una sera, al termine di una partita a poker con la coppia di amici Jake ed Arlene, Luke lancia un dado: se esce uno, pensa, vado al piano di sotto e violento Arlene.

Lancia il piccolo cubo verde, e il dado si ferma proprio sull’uno. La vita del dottor Rhinehart da quel momento subisce una svolta, trasformandosi lentamente in una “vita a caso”.

Sorretto da paradossali speculazioni psicologiche e filosofiche, il protagonista inizia ad affidare le proprie scelte al capriccio del dado, che si trasforma in una vera e propria divinità da amare e rispettare. Non più semplice dado, insomma, ma grandioso e venerabile Dado, messaggero dell’onnipotente Caso.

L’assunto teorico è semplice: esasperando le teorie freudiane Luke descrive la mente umana come un accozzaglia di pulsioni in contrasto tra loro, imbrigliate dalla vita in società. L’unico modo affinché l’uomo realizzi se stesso è sfogare ogni pulsione, anche la più perversa, senza ascoltare il proprio ego sociale. Si tratta di uccidere la personalità, insomma, e il modo migliore per farlo è vivere a caso.

Il dottor Rhinehart agisce solo in base agli ordini del Dado: stila una lista di azioni possibili, associa ad ognuna di esse un numero, lancia il Dado e segue il suo ordine. Così, a seconda dei giorni e dei momenti, si trova a interpretare i ruoli di padre modello, omosessuale passivo, adultero recidivo, psicologo compito, fervente religioso, maniaco sessuale, cerebroleso con la bava alla bocca e terrorista.

Sottopone chiunque ad esperimenti al limite della violenza psicologica, perché il Dado lo costringe a provare odio o amore, indifferenza o passione nei confronti di chi gli sta intorno.

A livello professionale introduce il sesso con le pazienti come usuale terapia anche di gruppo, suggerisce a un violentatore di bambine di sfogare i suoi impulsi e arriva a proporre la Vita dei Dadi come modello sociale alternativo, opponendo all’uomo dotato di personalità l’Uomo dei Dadi, libero e felice nella sua vita a caso.

La speculazione teorica è esaurita in movimenti brevi ed ironici, e l’autore incentra il romanzo sulla narrazione delle avventure dello psichiatra. I novantasei brevi capitoli scorrono veloci, alternando esplosioni comiche e delitti raccapriccianti, sesso spinto e aneliti rivoluzionari.

Ridotto ai minimi termini, L’uomo dei dadi è quello che sarebbe Paura e disgusto a Las Vegas senza la droga. Il dottor Rhinehart, omicida, marito fedele, psicopatico e serio professionista allo stesso tempo, è uno dei personaggi più significativi della letteratura contemporanea, perché condensa in sé gran parte delle angosce e dei desideri del nostro tempo.

In controluce al libro, uscito per la prima volta nel ’71 e riscoperto da Marcos y Marcos, si intravedono il decostruzionismo e il relativismo di quegli anni, figli di una società fortemente problematica e tendenzialmente dissociata.

Proprio la grande valenza letteraria e psicologica di questo libro, sempre in bilico tra follia e genialità, fanno dell’Uomo dei dadi un romanzo magnetico, che attrae il lettore in una vertiginosa caduta negli abissi della mente.

Se leggi le avventure di Luke Rhinehart non c’è scampo: penserai anche tu di tirare un dado e lasciar decidere a lui, una volta o l’altra.


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