Jan 17, 2012
Un mio vecchio professore, citando Bachtin, mi diceva che i libri dialogano fra loro. Quando prendo un testo in mano che sia un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie, in realtà mi accingo a leggere un’intera biblioteca di opere a cui quel testo si riferisce. Per questo, quando vesto il pigiama del critico (che ritengo sia l’abbigliamento adatto per scrivere recensioni) e mi accingo a introdurmi nei meandri di un’opera, penso prima di tutto: questo cosa mi ricorda? Da cosa è ispirato? Quali sono le sue auctoritas? A che tradizione appartiene?
Possono sembrare domande oziose, da professore barbogio con le toppe ai gomiti della giacca ma credete: certe volte farsi queste domande apre delle porte segrete sull’opera da recensire. E se è vero che certe porte non dovrebbero mai essere aperte, è vero anche che fare il critico è il lavoro più pericoloso del mondo. Potete ben capire, quindi, il motivo del mio abbigliamento e del fatto che in sottofondo sentiate il tema di Indiana Jones.
Bando alle facezie. Leggendo “Nelle mani dell’uomo corvo”, opera prima di Matteo Corona son dovuto andare molto, mooolto indietro, fino ad Aristotele e alle sue tre unità di spazio, tempo e azione che formalizzavano il genere all’epoca ritenuto più alto: quello della tragedia.
Ora, ho già citato due parole spia che hanno molto a che fare con il romanzo di Corona: la prima è “porta”, la seconda è “tragedia”. Arrivati a questo punto son sicuro che vi sarete rotti e vorreste che arrivassi al punto, alla storia. Ebbene, mi trovo nella difficile situazione di potervi dare solo una suggestione di quello che in 129 pagine crea Corona. E qui entra in gioco la prima unità aristotelica quella dell’azione. Secondo il filosofo greco il dramma puro e perfetto doveva comprendere un’unica azione, nessuna trama secondaria quindi, nessuna diramazione o straniamento dal plot principale. L’azione di Corona è questa, ben riassunta dalla quarta di copertina: “Vanessa aprì gli occhi e si ritrovò a dover affrontare il peggiore degli incubi: una vita da reclusa. Una vita nelle mani dell’uomo corvo”. Se vi dicessi di più di questo sulla trama, direi troppo.
Questa sinossi minima è sufficiente a Corona per sviluppare il romanzo di una prigionia, la tragedia di una ragazza caduta in una trappola a forma di casa (ed ecco la seconda unità: quella di spazio), vittima di un carnefice geniale quanto oscuro che, in minima parte, mi ha ricordato l’enigmista di Saw. In minima parte dico, perché, a parte la capacità ingegneristica di creare macchine di dolore, l’uomo corvo è del tutto privo dello spirito morale ed “educativo” del vecio Saw. Non è un pietoso torturatore “per il bene dell’umanità” ma un mostro egoista e pazzo che di umano ha ben poco. La visione del mondo dell’uomo corvo, suggerita da Corona in pochi e ben piazzati deliri oratori, non è che una malevola, pessimista e disperata similitudine con l’inferno. E, crediamo leggendo, se l’uomo corvo non può essere il demonio del mondo in cui vive, allora lo diventa di un mondo tutto suo, creato ex novo: la casa-trappola in cui è sepolta Vanessa.
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