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"Requiem per il cinema d’azione" di
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C’era una volta, in un’epoca altrettanto volgare ma più ingenua della nostra, una cosa chiamata cinema d’azione. Le donne lo odiavano e gli uomini lo usavano come scusa per aggregarsi, dire scemenze, fumare come turchi e mangiare schifezze.

Aveva origini nobili che affondavano nel western, nei film di cappa e spada e nei polizieschi americani. Raggiunse il suo apice durante gli anni ottanta, che è sciocco rimpiangere, perché c’erano Chernobyl, gli Yuppie e il Muro di Berlino, ma che ci hanno dato molto, soprattutto riguardo a immagini e melodie (peccato per gli arrangiamenti…).

I film d’azione, in gergo anglosassone actioneers, arrivavano a espressioni altissime, come “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta” ma, più che altro, si facevano rappresentare da una falange di titoli di media caratura, caratterizzati di buone dosi di risate e tanto, tanto movimento. C’erano eroi di serie A ed eroi di serie B, anche se spesso quelli di serie B si accaparravano le trame migliori.

Nella prima categoria è doveroso ricordare Sylvester “Sly” Stallone, Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis e Mel Gibson. Nella seconda Steven Seagal, Jean Claude Van Damme, Chuck Norris (all’epoca già anzianotto), Dolph Lundgren e one hit wonders come Brian Bosworth. Esiste un’antica diatriba, tra gli appassionati, su quale sia il Santo Graal, l’imperdibile, il più cinetico e divertente film d’azione mai realizzato. In lizza una manciata di titoli: “Arma letale”, “Arma letale 2”, “Die Hard”, “Die Hard 3 – Duri a morire”, “L’ultimo boyscout”, “Trappola sulle montagne rocciose”, “True Lies” e “Rambo”.

Ma che cosa avevano di tanto speciale? Protagonisti duri e puri, stuntman eccezionali, un’impareggiabile inventiva per gli intrecci e per i personaggi, sempre ritratti con poche memorabili pennellate, ritmo e ironia. Oggi vengono accusati, da una Hollywood più ipocrita che mai, di essere dinosauri violenti e reazionari. Ma il contatto fisico e la sparatoria erano diluiti in un clima fumettistico, irreale, nel quale pativano cattivi che più cattivi non si può.

Nessun dilemma morale, nessuna angoscia postmoderna, la vita e i suoi conflitti ridotti (o amplificati) a uno scontro eroico tra bene e male. Non chiamiamola stupidità, chiamiamolo intrattenimento.
Che cosa ha ucciso il cinema d’azione? Non è stata l’età degli attori, sostituiti e sostituibili da giovani leve assai promettenti: come Vin Diesel o The Rock. È stata una malefica sinergia di controrivoluzioni culturali.

Prima l’avvento del politically correct americano. Eccovi la scala del “vietato ai minori” USA: G (film per tutti), PG (film per tutti ma si consiglia ai genitori di fare qualche ricerca), PG-13 (sconsigliato ai minori di 13 anni non accompagnati), R (vietato ai 14), R 17 (vietato ai 17). Per un produttore di oggi qualsiasi proposta al di sopra di PG-13 è considerata inaccettabile.

Questo significa: niente “fuck” (se la parola compare nel film, anche una sola volta, scatta automaticamente il bollino rosso), niente seni o natiche al vento (idem), pochi liquidi (alcolici o arteriosi), niente droga, nessuna battuta a sfondo razziale o sessuale. Un esempio? “Die Hard 4”, del 2007, arriva a tradire la natura del suo protagonista, tanto sboccato nei primi tre capitoli quanto educato nel quarto (è tagliata anche la sua celebre frase: «yippie kay ey motherfucker!»); uccide un esercito di cattivi senza che si veda una stilla di sangue.

Seconda causa: l’avvento del digitale. Una crisi che dura tutt’oggi. Come se i grandi di Hollywood, avendo finalmente a portata di mano ogni magia visiva, avessero contratto una diarrea di effetti speciali che ha insozzato non solo il cesso ma tutta la casa, inclusi trame, personaggi e dialoghi. È la ragione per cui l’ultimo “Indiana Jones” appare liofilizzato. Perché usare una marmotta digitale quando ce ne sono tante vere? Non doveva neanche fare strane evoluzioni: solo guardare fuori dal suo buco per poi rintanarcisi spaventata.

Come se non bastasse dalla nostra parte dell’oceano, a metà degli anni novanta, ci fu un rigurgito tutto italiano di autorialità. Forse una reazione alla brutale commedia degli ottanta, forse un’allergia ritardata agli ignobili poliziotteschi del decennio precedente. I “Maestri”, rimasti misericordiosamente silenziosi per tanto tempo, rialzarono la testa. Mentre la Francia rifioriva, annaffiata da Luc Besson; l’Inghilterra sbadigliava e si stiracchiava in attesa di Guy Ritchie e Danny Boyle e la Spagna si preparava a diventare la capitale mondiale dell’horror, noi ripiombavamo nel medioevo: commedie e drammi ambientati in “due stanze e una cucina”.

E così il film d’azione è morto. Salvo rare occasioni (“Crank”, “Crank 2”, “Cellular”, “The Fast and the Furious”, “Mission Impossible 3”), gratificanti ma non troppo, è sparito dalle sale. È tempo di robot razzisti e fracassoni che sfasciano piramidi. Di pirati senza trama e maghetti occhialuti. Di vampiri pedofili (ma vi rendete conto che in “Twilight” Edward Cullen ha 108 anni e Bella Swan 17?).

Chi ci salverà? Quando potremo scaldare i popcorn che giacciono dimenticati in dispensa? Sylvester Stallone l’anno prossimo uscirà con “The Expendables”, che è oggetto di culto prima ancora di esistere. Assieme a lui Schwarzy, Willis, Jet Li, Jason Statham, Mickey Rourke, Eric Roberts e Randy Couture. Ma Sly è vecchio, bolso e non riesce più a parlare.

La sua perseveranza donchisciottesca è un requiem dolcissimo e struggente per un’epoca nella quale anche le più tragiche fantasie terroristiche potevano essere fermate a colpi d’arti marziali.

Requiem per il cinema d'azione, 5.0 out of 5 based on 2 ratings

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