Death Note

Death Note, la Morte giunge per iscritto: tradizione giapponese, ritmi da thriller, atmosfere gotiche: un capolavoro. Un atricolo di Riccardo dal Ferro.

Death Note, la Morte giunge per iscritto. Tradizione giapponese, ritmi da thriller, atmosfere gotiche: un capolavoro.

Di questi tempi, cosa non daremmo per poter sterminare tutti quelli che ci fanno incazzare come bestie, ma che non possiamo raggiungere, se non col pensiero? Cosa daremmo per poter ammazzare quel disonesto, oppure quel corrotto, o ancora quell’arrogante, semplicemente conoscendone il volto e il nome?

Di questi tempi, un tale metodo sarebbe ben accetto da chiunque, e forse studieremmo anche il modo migliore per farla franca. Fare piazza pulita, tabula rasa, riordinare il praticello, chiamatelo come volete.

Fatto sta che chiunque di noi è un potenziale Light Yagami.

Death Note è forse uno dei prodotti di cultura pop nipponica più notevoli dell’ultimo decennio, e senza dubbio uno dei più conosciuti. Il motivo di tale successo, al di là dell’analisi dettagliata delle sue peculiarità che andremo a fare più avanti, è l’ampio ventaglio di sensibilità artistiche che riesce a soddisfare.

Sì perché Death Note mette insieme una grande varietà di stimoli letterari e culturali, unendo sapientemente elementi di tradizione giapponese con, ad esempio, le atmosfere gotiche che richiamano in maniera evidente la tradizione cristiana europea.

Prendete uno studente molto fico e molto bravo in ogni cosa che fa. Uno studente ammirato da tutti, col padre poliziotto, con un futuro radioso.

Mettetegli in mano uno strumento del demonio (letteralmente): un quaderno sul quale è possibile scrivere nome e cognome della vittima designata, conoscendone anche il volto, per farla morire di lì a 30 secondi.

Mettetegli alle calcagna il vero proprietario di quel Death Note, uno shinigami di nome Ryuk che diventa il suo compagno di scorribande.

Ora iniettategli sottopelle un po’ di sana smania di onnipotenza, ed ecco che avrete gli elementi fondanti di questo spettacolare manga.

A questi elementi si aggiungono i toni noir del poliziesco e del thriller, nel momento in cui entra in scena Elle, che rappresenta l’esatto contrario alla condotta di Light Yagami (soprannominato Kira, trasposizione giapponese del termine inglese Killer). L’improvvisa morte di un gran numero di corrotti, assassini e criminali sveglia la polizia e mette in allerta l’FBI, che ingaggia appunto Elle, investigatore dalle straordinarie doti cerebrali, il quale capirà subito la natura “metafisica” del serial-killer, dando inizio a una caccia spietata piena di colpi di scena e incastri perfetti.

Se il manga possiede questo ritmo serrato e uno spiccato senso della varietà artistica (i disegni di Takeshi Obata catturano davvero gli occhi, e riescono sempre a stupire per quanto riguarda la resa dell’azione e la capacità di spiazzare il lettore), l’anime porta tutti questi elementi sopracitati alle estreme conseguenze. Ne risulta una serie composta di due stagioni (37 episodi totali) da bersi letteralmente in una giornata di follia.

La serie animata incolla allo schermo come poche altri hanno saputo fare, scaraventando lo spettatore in un vortice di pazzia che non lascia possibilità di sottrarsi alla domanda che aleggia per tutta la serie: per chi devo prendere parte? Per Kira o per Elle?

Il problema etico diventa pressante, mano a mano che le puntate vanno avanti, sempre sul filo degli eventi che porteranno Elle ad avvicinarsi a Kira, e viceversa, uno con l’intento di catturare il mostro, l’altro con l’obiettivo di eliminare il misterioso investigatore. È una serie fatta di meravigliose simmetrie, di eventi matematicamente complementari.

Se da un lato il giustiziere con il Death Note, seguito da un dio dello shintoismo giapponese, ci sta simpatico perché anche noi faremmo la stessa cosa se solo ne avessimo la possibilità (io sarei già un massacratore, peggio di Alessandro Magno o Gengis Kahn), dall’altro comprendiamo la motivazione che spinge Elle a combatterlo, nel nome di una giustizia più alta di quella divina, cioè quella umana.

Ed ecco il rovesciamento straordinario, che sovverte il luogo comune secondo cui la giustizia umana, quella giurisprudenziale, è solo un surrogato di quella divina. In Death Note si ha l’esatto opposto: il quaderno dello shinigami rappresenta una via “più veloce” per rendere giustizia, mentre l’indagine, il tribunale, il giudizio e la condanna umana diventano agli occhi dello spettatore una soluzione più equa, più desiderabile, e forse più giusta.

La giustizia divina diventa semplice appagamento di un bisogno di vendetta e onnipotenza, mentre quella umana è razionale, guidata dalla scaltrezza, dominata da un senso di equità.

Difficile trovare una pecca in questo prodotto di altissimo livello, eccellente nelle sceneggiature e nei disegni, con una colonna sonora solida e un ritmo che non lascia mai riprendere fiato. Esiste anche un occhio di riguardo nei confronti delle figure femminili, proprio nel momento in cui le cose iniziano a complicarsi (e dove starebbero le donne, se non là?), con l’apparizione di personaggi interessanti che diventano qualcosa di più che semplici comparse.

Death Note è un altro di quei manga/anime che sollevano questioni etiche molto complesse, e forse sta proprio lì il suo grande fascino: vestire i panni del cartone animato da intrattenimento per smuovere nello spettatore riflessioni altrimenti difficili da compiere in autonomia.

Insomma, proprio come Sugarpulp: usare il cervello non è mai stato così divertente!

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