di Matteo Righetto
1. Il legame con i Territori.
“Più uno scrittore è dei suoi posti, più sono le possibilità che diventi universale.”
Isaac Bashevis Singer
Sarà perché già da bambino amavo scoprire e conoscere paesi lontani leggendo i romanzi di Mark Twain, Jack London ed Emilio Salgari, lasciandomi meravigliosamente smarrire nei paesaggi evocati nelle loro storie avventurose, dove la natura e i precisi ambienti da loro descritti assurgono a veri e propri “personaggi”, e nei quali spesso risiedono molto più che semplici contesti paesaggistici. Sarà per questo che amo le scritture fortemente legate al territorio.
Ho sempre creduto infatti che il loro fascino stia nel fatto che certi ambienti abbiano la capacità di evocare suggestioni importanti e insieme rappresentare vizi e virtù propri dell’uomo in una sorta di significazione semiotica.
Si pensi ad esempio alle opere del grande Cormack McCarthy (che se il Nobel per la letteratura fosse ancora un riconoscimento serio, lui l’avrebbe vinto da tempo). Nei suoi romanzi egli rappresenta il vecchio West americano trasformandolo magistralmente in un territorio di frontiera metafisica posta tra il bene e il male; i meravigliosi luoghi remoti, duri, aspri e violenti che fanno soltanto apparentemente da sfondo ai suoi libri, non sono altro che metaforiche esperienze dell’animo umano e terre di confine in cui entra il Male.
Territorio e spazio dunque intesi come aspetto estetico profondamente affascinante e suggestivo, ma anche e soprattutto come elemento fondante una narrativa che non si limiti soltanto ad “intrattenere” riempitivamente il lettore e a fare da cornice all’azione, ma che al contrario contribuisca esso stesso a fare Letteratura.
Le opere di Giovanni Verga vi dicono niente?
Osservare un territorio ristretto per raccontare il mondo intero, quindi.