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I fuochi del nord di Derek Nikitas

Zuppa di Barbabietole

I fuochi del nord di Derek Nikitas

Titolo: I fuochi del nordI fuochi del nord di Derek Nikitas
Autore: Derek Nikitas
Edizioni: BD (Revolver)
PP: 418
Prezzo: 14,50

Oggi usiamo questo spazio per parlare di un autore straordinario. Sarebbe facile ripartire alla carica con Victor Gischler, con “Sinfonia di Piombo”, con la bellezza di questo suo ultimo romanzo: lunatico, iperviolento, delirante. Potremmo farlo, certo, ma Gischler in Italia ormai ha un suo pubblico e – anche a giudicare dal diluvio di pezzi che escono sui giornali ogni volta che un suo nuovo libro va sugli scaffali – è ormai considerato, a buon diritto, un maestro del genere. Perciò oggi, in questa zuppa di barbabietole, vi parliamo di un nuovo autore, Derek Nikitas, e del suo fulminante e memorabile debutto: “I Fuochi del Nord”.

Ci sono molti motivi per cui vale la pena farlo. Anzitutto perché, se l’editoria ha un senso, allora questo è anche nella diffusione di letture nuove, di autori non ancora conosciuti; e poi perché uno scrittore come Nikitas offre davvero una dimensione diversa al genere che tanto amiamo.

Lirico, letterario, morboso, ossessivo, con una scrittura sensibile e disturbante a un tempo; Nikitas è un autore capace di creare personaggi memorabili, complessi, contraddittori e immancabilmente affascinanti. Il suo approccio al territorio è fuso con la rilettura della tradizione norrena che certamente è un’eredità oltremodo presente nel suo lavoro. A partire dal titolo che ci ha messo in difficoltà non poco – lì dalle parti di Revolver – perché se è vero che le pire a cui fa riferimento il titolo originario – Pyres appunto – richiamano la tomba urlante e infiammata di Baldr, che su una pira venne bruciato prima di finire nell’Hel (all’inferno), ebbene “Pire” non ci era tuttavia parso un titolo del tutto convincente per il lettore italiano che si avvicina per la prima volta ad una narrativa tanto particolare, anche perché nella nostra lingua Pire smarriva la musicale grandiosità della corrispondente parola inglese. Da qui la scelta dell’altrettanto – speriamo – efficace “I fuochi del Nord”, che tuttavia rende bene l’idea di quanto proprio il Nord, la neve, il gelo, la provincia americana spazzata dal vento e dai fiocchi siano il teatro narrativo al centro della storia. Ed è un gelo anche di relazioni quello del romanzo, che si rivela oltremodo corale e molto giocato sull’incomunicabilità e sull’incapacità quasi atavica dei protagonisti di comprendere le ragioni e le motivazioni dell’altro.

Lucia “Luc” Moberg è una ragazzina un po’ dark che vive a Rochester, nella cintura di ruggine e neve della provincia newyorkese. La sua vita va in pezzi quando il padre – professore universitario di letteratura – viene barbaramente assassinato nel parcheggio di un centro commerciale. La scena è tanto più devastante perché Luc la vive in prima persona dal sedile posteriore dell’auto guidata dal padre. Da quel momento la vita della ragazza diventa un’odissea di sangue e tormento con una madre debole e falsa che tenta il suicidio, una poliziotta indurita da vent’anni di indagini che cerca di salvarle la vita, una gang di motociclisti che si rivela ben presto un branco di killer sadici, pronti a perpetrare i crimini più efferati e violenti in nome di un codice tanto più terrificante perché privo di qualsiasi barlume morale.

In quella che si rivelerà ben presto un’orgia di orrore e morte, Nikitas non manca di inserire inganni e vendette, tradimenti e colpi di scena quasi fosse una sorta di Loki (il Dio nordico degli inganni appunto) sotto anfetamine. La sua prosa ha sempre un taglio elegante, scintilla sulla pagina ma lo fa come una lama di coltello, affondando i colpi nella carne delle pagine con intelligenza e un equilibrio narrativo perfetto, quasi chirurgico.

Con un ritmo non necessariamente rapido, anzi diremmo piuttosto classico, quasi epico, “I fuochi del Nord” di Nikitas procede nella sua prima metà con la costruzione di una trama complessa e ossessiva, per poi deflagrare in una seconda parte fatta di accelerazioni e improvvise esplosioni di cupa violenza.

Per certi aspetti Derek Nikitas potrebbe sembrare un Daniel Woodrell del nord, per quel suo stile raffinato eppure perverso, acuto nel tratteggiare una tragedia umana costruita sullo squallore di vite spremute dagli eventi e poi messe a seccare in un universo barbaro e bestiale quasi fossero ossa bianche sotto i raggi di un sole pallido e malato.

Vi è davvero tanto talento in questo giovane scrittore americano che, non a caso, ha saputo – con “I fuochi del Nord” – meritarsi una nomination agli Edgar e al Grand Prix de la Littérature Policière.

Noi crediamo che autori come Nikitas siano magici e per certi aspetti fondamentali, perché mostrano un nuovo modo di interpretare il vero noir, tingendolo di horror, gore, splatter, pulp e al contempo però di un respiro e uno stile lirico, classico e profondo, al punto da ricordare il miglior Cormac McCarthy o la più efficace Joyce Carol Oates che ha infatti indicato Nikitas come uno degli autori più importanti e interessanti di una nuova generazione di scrittori americani.

Per parte nostra, mentre prepariamo questa nuova zuppa di barbabietole, vi consigliamo in tutti i modi di leggere questo libro.

Quando lo abbiamo fatto con Victor Gischler riteniamo di avervi dato un buon consiglio, con Derek Nikitas abbiamo la presunzione di credere di fare lo stesso e poi, se ancora vi resta qualche dubbio, lasciatevi ammaliare dal rosso fuoco della copertina di Davide Furnò. Quando avrete finalmente fra le mani “I fuochi del Nord” scoprirete di aver aperto un forziere carico di gemme.

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