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Djerba, diario di viaggio in Tunisia

Djerba, il diario di viaggio della nostra Linda Talato nella meravigliosa isola della Tunisia.

“Benvenuti in Africa!”. Mentre saliamo riluttanti sul VolksWagen Trasporter degli anni ’80, privo di aria condizionata, ci accompagna la voce della nostra guida locale, e noi siamo già rassegnati al fatto che lo stile di vita a cui siamo abituati in occidente, qui non vale. E per fortuna, mi verrebbe da dire, nonostante tutto.

“Benvenuti a Djerba, terra di tolleranza e accoglienza” recita un cartello all’ingresso dell’aeroporto Zarzis, ed è davvero così. Niente estremismi, fanatismi o radicalismi, la terra dei Lotofagi narrata da Omero è come se fosse un universo parallelo, una bolla separata dal resto della civiltà, un momento di pace che porterete nel cuore e che rimpiangerete una volta tornati alla routine quotidiana.

Andiamo con ordine. Djerba, isola della Tunisia che si affaccia sul Mar Mediterraneo, è collegata con l’entroterra tramite il cosiddetto “Ponte Romano”, sulla pratica una lunga striscia d’asfalto simile a quella che collega Venezia con il resto del Veneto.

La religione ufficiale è l’Islam, la prima lingua è l’arabo, seguita dal francese, e anche se in agenzia viaggi vi diranno che, tanto, “massì, lo parlano l’italiano!” in realtà, no… Spesso e volentieri non lo parlano, e qui sta la parte migliore del viaggio, visto che noi italiani non ci facciamo certo intimorire, quindi vi ritroverete, via via, a pigiare sul vostro immaginario tasto “seleziona lingua” e a parlare utilizzando tutti i registri di cui disponete. A volte senza successo, visto che c’è pure qualcuno che parla solo l’arabo, e non conosce neanche il francese.

Il motivo è presto detto: italiani, a Djerba, ce ne sono pochi. Nel villaggio dove alloggiavo io eravamo circa una decina in tutto, e quando i dipendenti l’hanno saputo, a momenti ci stendevano il tappeto rosso. Siamo i benvenuti – per una volta, oserei dire – e i tunisini ci apprezzano particolarmente, tanto che, quando non riescono a interloquire con noi, quasi ci rimangono male.

Capitolo uno: il mare.

A me dispiace molto per i patriottici – io per prima – ma devo essere brutalmente sincera nel dirvi che, no, non c’è Puglia, ne Toscana, ne Sicilia, ne Campania, ne quello che volete, a reggere il confronto. Io stessa sono stata in Puglia subito dopo il mio soggiorno a Djerba, e per quanto il tacco d’Italia sia meraviglioso, la differenza tra le nostre spiagge e le loro è traumatizzante.

Non tanto per il mare – da copertina a Djerba, e senza dubbio splendido anche da noi – ma proprio per come è concepita la spiaggia. Ok, lo ammetto, soggiornavo nell’hotel che poi ho scoperto essere il più lussuoso dell’isola – con mia grande sorpresa, visto che avevo prenotato a febbraio pagando un prezzo assolutamente alla portata dello stipendio medio italiano (quindi basso…) – e sicuramente il contesto era di un certo livello, ma, a mio modesto parere, non c’è paragone.

Dimenticate le spiagge stile formicaio a cui siamo abituati in Italia, i vicini d’ombrellone invadenti, certe famigliole che fanno fuggire a gambe levate i childfree, le pallonate, le schizzate, la battigia zeppa più della Strada dei Vivai nell’orario di punta… Dimenticate tutto questo.

Non sto dicendo che a Djerba non ci sia gente nelle spiagge, che non ci siano – per carità – le famiglie, i giovani, quelli che giocano a beach volley… C’è tutto. Ci sono pure i dromedari che passeggiano placidamente sul bagnasciuga lasciando qualche ricordino – attenzione – e i venditori ambulanti.

Solo che è tutto gestito in maniera diversa. Forse più educata e rispettosa, mi verrebbe da dire, ma non vorrei infiammare gli animi.

Nessuno vi infastidirà per vendervi qualcosa, a meno che non siate voi ad avvicinarvi spontaneamente, in mare non c’è calca – si riesce pure a fare acquagym – e dopo pranzo è semi deserto, perché in teoria fa troppo caldo.

In pratica, vi ritroverete a sguazzarci dentro alle 14 in punto come la modella della pubblicità di Calzedonia, perché l’acqua è un brodo, il sole, per quanto forte, non fa coppia con l’umidità nostrana e, armati di una buona protezione, i più temerari possono farsi fotografare nel mare cristallino tali e quali a Barbara Palvin (se non esagerate con le crepes alla Nutella…). Nel mare cristallino completamente deserto.

Per chi, come me, è abituato alle spiagge veneziane, la cosa è semplicemente inconcepibile. E vi darà alla testa, credetemi.

Capitolo due: il deserto.

L’escursione sul Sahara è qualcosa che, a mio parere, almeno una volta nella vita va fatto. Io ho scelto di unirla alla passeggiata sul dromedario, per chi non è amante degli animali e teme la puzza – in realtà non puzzano – è possibile dilettarsi col quad, fate voi, ma fatelo. Ne vale la pena.

Per recarvi nel deserto, dall’isola dovrete passare all’entroterra attraversando il Ponte Romano di cui dicevo prima. Il Sahara tunisino è preceduto da una parte rocciosa, che percorrerete a bordo di una Jeep, e dove ci sarà ancora la possibilità di fare qualche sosta per dissetarsi e per i bisogni fisiologici in quelli che i tunisini chiamano bar. Non aspettatevi il tipico bar occidentale dove ordinare uno spritz, lì la bevanda che va per la maggiore è il té alla menta… Caldo… Bollente…

Dopo che sarete svenuti, vi renderete conto che in realtà è una bevanda molto buona e dissetante. In questi locali di pietra rivestiti da piastrelle colorate potrete anche acquistare un drappo di tessuto colorato per coprirvi la testa dal sole e qualche capo di abbigliamento tipico locale. Si paga tutto in dinari, quindi dovrete ricordarvi di cambiare la vostra valuta in hotel, prima di partire.

Terminata la parte rocciosa, dove è possibile avvistare anche gruppi di dromedari liberi e fare qualche foto – attenzione, i dromedari appartengono sempre a qualcuno, un po’ come i cavalli e i tori nella camargue.

Il fatto che siano in libertà non significa “allo stato brado” – giungerete in quello che è il Sahara vero e proprio, con le dune di sabbia rosa come lo avete sempre visto nei film. Qui sarà possibile avventurarsi, accompagnati dalla popolazione locale, in groppa a un dromedario oppure a bordo di un quad. Io ho scelto il dromedario e ora ve ne parlerò.

Non ho mai praticato equitazione, pertanto salire in sella a qualsiasi animale, era per me un’assoluta novità. I dromedari che incontrerete nel deserto non sono gli stessi che passeggiano sulla spiaggia. Si tratta sempre di un animale tendenzialmente mansueto e obbediente, ma, in questo caso, un po’ indolente.
Insomma, non fateli arrabbiare. E non esagerate con i selfie, perché il rischio di essere scaricati in malo modo è alto.

Dopo queste brevi istruzioni pratiche – e reggetevi, che non si sa mai – vi dirò che la passeggiata, in sé, non è nulla di complicato, circa una quarantina di minuti, compresa una breve sosta per scattare qualche foto, ma per un occidentale è un qualcosa di assolutamente estraneo, direi quasi destabilizzante.

Non c’è internet, i telefoni non funzionano, l’unica scorta che avete è una bottiglia d’acqua ormai tiepida – sempre ammesso che vi siate ricordati di portarla via – totalmente in balia di un animale che non avete mai visto in vita vostra, accompagnati da persone che non parlano la vostra lingua e che considerano il deserto come noi consideriamo la tangenziale che prendiamo per andare a lavoro ogni giorno.

Mantenete la calma. Il momento peggiore sarà quando staccheranno il vostro dromedario dagli altri della fila – si procede legati due a due – e voi vi ritroverete per alcuni istanti a vagare tra le dune. Soli. Sotto il sole.

Già immaginerete le telefonate disperate dei vostri familiari alla Farnesina, mentre voi morite di stenti con il miraggio di un’oasi davanti agli occhi. Non andrà così, non temete.

Dopo qualche istante di puro terrore, il vostro dromedario si accoderà diligentemente agli altri, e percorrerete tutti lo stesso percorso tra le dune. Attenzione solo a quando l’animale si ʺsiederàʺ per farvi scendere, sarete un po’ in alto ed è probabile che sentirete il classico solletico allo stomaco.

Capitolo tre: il mercato.

Scordatevi il classico concetto di shopping all’occidentale. Qui non esiste un listino prezzi, qui ci si siede e si contratta. Su tutto. Sarà dura, ve lo dico.

Come raccontavo inizialmente, a bordo del “nostro” VolksWagen Trasporter antediluviano ci siamo recati alla volta di Midoun, dove si tiene un mercato a cadenza settimanale, come nella capitale dell’isola, Houmt Souk, che nella lingua locale significa proprio “mercato”.

Qui non vedono l’ora di chiacchierare con gli occidentali e non hanno alcuna fretta di concludere “l’affare”, quindi è molto facile che vi intratterrete un po’ più del necessario. La merce che si trova è la più disparata, vi faranno provare abiti locali – molti belli, ma non fatevi ingannare dalla loro teoria secondo cui con il cotone, in realtà, non si suda. Si suda eccome – annusare spezie locali, toccare tappeti meravigliosi e richiameranno la vostra attenzione in ogni modo.

Camminate pure rilassati: nell’isola non ci sono particolari rischi e nessuno vi ruberà nulla. Per quanto riguarda l’abbigliamento, sono molto tolleranti e le donne possono girare tranquillamente in pantaloncini e a capo scoperto, anche se siamo in un paese musulmano.

Al termine del giro, la nostra cara vettura doveva riportarci all’albergo, ma ha deciso di lasciarci e passare a miglior vita. Niente paura! È stata prontamente sostituita con una Renault Megane. Anche questa dell’anteguerra.

Capitolo quattro: cibo.

Ok, diciamolo sin da subito che la carbonara e la pasta al pesto non le troverete, ma d’altronde chi viaggia all’estero deve possedere buone capacità di adattamento. Anche qui, mi sento di tranquillizzarvi.

No, non mangerete carne di dromedario – anche se, in realtà, a partire dai quattro anni d’età dell’animale, loro se ne nutrono, ma agli occidentali non lo propongono, forse perché non saremo in grado di apprezzare quel tipo di carne – ma troverete un po’ di tutto, vari tipi di carne e pesce, verdure cotte e crude e una sezione dedicata ai dolci che vi farà prendere una taglia solo a guardarla. Io vi consiglio di provare il gelato.

Tutto è molto speziato, ma per il resto, non ci sono particolari controindicazioni, almeno non nell’hotel dove soggiornavo io, e anche l’acqua corrente e il ghiaccio sono sicuri. Và detto che, nel resto dell’isola, l’acqua potabile scarseggia, la portano da fuori, e le prime a essere rifornite, ahimè, sono proprio le strutture alberghiere.

Come dicevo, Djerba è un luogo di grande tolleranza, e lo dimostra ospitando Ghriba, una sinagoga molto importante, se non erro la seconda al mondo, e meta di frequenti pellegrinaggi. Si sa, il tempo è tiranno, e quest’ultima, insieme con la riserva dei coccodrilli, rimane nella mia personale wishlist per quando ritornerò.
E credo proprio che lo farò.

Per il resto, i villaggi turistici ospitano un po’ tutte le attività tipiche di quelle strutture, dagli spettacoli serali, al canottaggio, dagli sport estremi all’animazione per i più piccoli…

Io mi sono dilettata col parasailing, il tiro con l’arco e l’attività fisica in spiaggia. L’ideale sarebbe ripartire il vostro tempo equamente tra relax e scoperta dei territori e della popolazione locale.

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