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Dogman, la recensione di Silvia Gorgi

Dogman, dopo il successo di Cannes e ai Nastri d’Argento la recensione del film di Matteo Garrone

Ai Nastri d’Argento 2018 non poteva che sbancare. Consegnati lo scorso 30 giugno a Taormina, di premi Dogman di Matteo Garrone ne ha portati a casa ben otto, ovvero miglior film dell’anno, regia, produzione (lo stesso Garrone con Paolo Del Brocco per Rai Cinema), scenografia, sonoro, montaggio (ex aequo con Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), casting director e attori protagonisti Marcello Fonte e Edoardo Pesce. Un trionfo.

Del resto dopo la presentazione a Cannes, e la vittoria della Palma d’Oro, come miglior protagonista maschile, ottenuta da Marcello Fonte, il film ha riscosso sempre più successo, da parte della critica prima e poi del pubblico in sala. E per Garrone è l’ennesima conferma del suo talento e del suo riscontro in ambito nazionale e internazionale.

Con Dogman il regista, cancella la cronaca e costruisce un suo Canaro, costruisce Marcello, che probabilmente resterà come uno di quei personaggi dei film italiani da ricordare, quelli che restano nel cuore degli spettatori, anche se in fondo stiamo parlando di un assassino, poetico a suo modo, in un mondo senza speranza e senza redenzione qual è quello che mette in scena Garrone, dove chi è solo resta solo, o meglio tutti sono avvolti da una disarmante solitudine. Il destino segnato non si cambia, c’è solo una strada da percorrere, no salvation, no redemption.

La vicenda di trent’anni fa, il caso di cronaca che colpì l’immaginario romano, per l’efferatezza con cui avvenne l’omicidio, quello del “Canaro della Magliana”, Pietro De Negri, un tosatore di cani che, alla fine degli anni Ottanta, uccise l’ex pugile Giancarlo Ricci e sul quale resta un velo oscuro – nel frattempo la madre del Canaro ha cercato di fare causa a Garrone; del resto lei sostiene che ad uccidere l’aguzzino non fu solo il figlio ma che v’erano coinvolte quattro persone; in tal senso se siete interessati ad approfondire la vicenda di cronaca potete recuperare il romanzo Il Canaro della Magliana, di Newton Compton Editori – è rimasta nella testa di Garrone per lungo tempo, e da ben tredici anni aspettava il protagonista giusto, quel Marcello Fonte, che ha fatto la differenza, perché la sua umanità ha cambiato volto al personaggio, tanto da far pensare al regista pluripremiato che in fondo Marcello non meritava di trasformarsi solo in un mostro, certo non poteva che venire triturato dal sistema, dal meccanismo della violenza, ma tutto ciò doveva avvenire come se fosse ineluttabile, con una certa inconsapevolezza.

L’umanità che arriva dal bagaglio emotivo di Marcello Fonte anima tutti i fotogrammi in cui è ripreso, quei suoi occhi che ricercano insieme approvazione dagli altri e sprazzi di felicità, amicizia e solidarietà. Ma in realtà questi valori non esistono nel mondo in cui vive, li cerca nei suoi compagni di sventura, il tizio che gestisce le slot machine (Francesco Acquaroli), o il suo vicino di bottega, un compro oro, che è pure un ricettatore (Adamo Dionisi), con loro, lui che ha la sua toelettatura per cani, si confronta di giorno in giorno, gioca a calcetto, a loro spaccia dosi di droga in piccola quantità, per farli felici, poiché li considera, almeno un po’, suoi amici.

Il film è ambientato nel Villaggio Coppola, trasferendo la storia dal litorale romano al litorale domiziano, ossia nel Parco del Saraceno a Pinetamare, una frazione di Castel Volturno, uno degli esempi più lampanti di abusivismo edilizio in Italia, visto che il villaggio, fu voluto, negli anni Sessanta, dai fratelli Coppola, imprenditori edili per creare una sorta di riviera di Rimini, tanto che vi presero casa i soldati della vicina base Nato, ma dopo il terremoto del 1980, e le costruzioni abusive e dissennate che ne seguirono, divenne una zona abbandonata e in degrado. Qui, in questo cerchio oscuro, il regista trova il suo luogo ideale per mettere in scena una discesa agli inferi senza via d’uscita. In tal senso, nella seconda parte della pellicola a segnare questo passaggio una luce spettrale e livida, dei colori plumbei, e i toni acciaio, avvolgono tutto, comprese le vicissitudini di Marcello: è quel destino cui va incontro, come nella tradizione dei grandi noir. Così i momenti felici della sua esistenza, dati dall’amore incondizionato per la figlia – lui è separato e ogni tanto le viene affidata – con cui divide la passione per le immersioni, e, per i cani, con cui ha un rapporto del tutto particolare, resterà il suo “Ammoorre”, che intona quando se ne prende cura, tanto da condividere con il suo Jack persino un piatto di pasta, vengono spezzati dal suo rapporto, sempre in bilico, con il bullo del quartiere, Simoncino (Edoardo Pesce).

Un ex pugile, non così sveglio, dedito alla droga, che dà fastidio a tutti, e, con tutti, arriva alle mani, l’unica maniera con cui pensa di ottenere le cose. Ruba, organizza giri loschi. Con questo scagnozzo Marcello ha pure un rapporto, non è che solo lo teme, anzi per certi versi crede che a legarli ci sia una specie di amicizia, oltre che sudditanza emotiva, insieme trascorrono a volte notti “brave”, da brividi lungo la schiena, che danno attimi d’adrenalina alla sua esistenza, divisa fra quotidianità e piccoli crimini. Tutto come se fosse la cosa più naturale del mondo, poiché non vi sono alternative, lo Stato è inesistente, lo scenario è quello di una sorta di far west in cui di fatto vige la legge del più forte. Una rappresentazione metafisica di Garrone, che disegna con inquadrature dalla perfezione formale, un deserto post-industriale, dove non vi è più alcun riferimento morale, dove lo squallore vince su tutto, e il sottoproletariato non ha via di scampo, vive per puro spirito di sopravvivenza, in uno stato quasi animale.

Un feroce ritratto – gli inizi della carriera di Garrone sono come pittore – di un’Italia cupa e decadente, sola e disperata, che, oltre che confermare il suo talento, lascia allo spettatore anche la voglia di riprendere fiato, di allontanarsi da questo quadro, per ricercare anche altro che possa rappresentare l’Italia, un’opera di un grande artista, un paesaggio mozzafiato, una vita che qui non c’è più. Scritto insieme ai suoi collaboratori storici, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, Dogman si inserisce e chiude un percorso iniziato dal regista nel 2002 con L’Imbalsamatore, proseguito nel 2004 con Primo amore, e nel 2008 con Gomorra, e che, nel caso di Dogman, richiama, come dichiarato dallo stesso autore nella conferenza stampa di presentazione del film allo scorso Cannes, soprattutto classici degli anni ’70, come a Cane di paglia, di Sam Peckinpah, senza la trasformazione, però, finale del protagonista.

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