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Domenica Pomeriggio

Domenica pomeriggio, un racconto inedito di Paolo Zardi per Sugarpulp

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E’ risaputo che le puttane di colore non danno mai il culo: quando glielo si domanda, loro rispondono “froscio vaffanculo”, con la r arrotata da ex-colonia francese, la sc un po’ biascicata, e tutto il resto con la scontata inflessione gutturale; oppure, se sono allegre, urlano “inculati tua mama”, e poi scoppiano in una risata sguaiata.

Sono tradizionaliste: bocca figa 30 euro. E lo sapeva anche lui, mentre una domenica d’estate, poco prima di pranzo, girava tra le strade della zona industriale di Padova in cerca di qualcuno da scopare.

Era stato sposato, tanto tempo prima, e poi aveva divorziato in malo modo; aveva quindi provato ad instaurare una relazione con una donna rimasta vedova da poco, ma non aveva funzionato – lei continuava a entrare e a uscire da una depressione piena di alcol, chimica, grandi inconsolabili pianti.

Arrivarono a mettersi le mani addosso; si separarono a forza di sberle e abbracci, e lui rimase solo. Fino ad allora, i suoi rapporti sessuali erano stati strettamente legati alla sua vita sentimentale; e anche quando si erano fatti rari, o persino assenti, parlavano dell’amore che c’era, o non c’era più, tra due persone unite da mille altre cose.

Ora, la sua attività sessuale si era posizionata tra gli altri atti organici – mangiare, dormire, urinare, defecare, bere; ad essa si dedicava come fosse una prescrizione medica: due volte alla settimana, con il preservativo. Mercoledì era stato con una rumena anoressica, probabilmente fatta, che quasi era svenuta mentre lui la scopava; questa volta cercava una donna che potesse bilanciare quell’esperienza un po’ tetra.

Dietro al capannone di un’azienda di impianti frigoriferi c’era una moldava, o una russa – una dell’est: pelle trasparente, fronte grande, naso e occhi piccoli, mani grosse, una solidità contadina. Camminava su tacchi altissimi, come un trampoliere. Ne aveva vista un’altra davanti al rivenditore delle BMW: un po’ tarchiata, ma con i capelli lunghi, lisci, biondi. Non gli era chiaro come avvenissero le sue scelte: cercava la varietà, così come faceva con il cibo, ma la donna che tirava su in macchina finiva per coglierlo comunque impreparato.

Andò a fare benzina; accanto alla pompa c’era una ragazzina di colore, i capelli raccolti, un paio di fuseaux attillati, le scarpe dell’Adidas, un iPod attaccato alla felpa gialla. Chiese quanto voleva. Trenta euro bocca figa. Per il culo? Cento. Lo sorprese: possibile? Non aveva mai capito perché le donne di colore fossero tanto contrarie a praticare la sodomia: in Occidente, la penetrazione anale era una pratica ormai accettata, come una piccola, eccitante trasgressione. Aveva sodomizzato sua moglie, in viaggio di nozze, dalle parti di Capri; aveva sodomizzato la vedova depressa mentre era completamente ubriaca, e il figlio piccolo di lei dormiva nella camera accanto. Nessuna delle due si era opposta; in entrambi casi gli era sembrato un gesto di simpatica complicità tra due persone adulte.

Ma le puttane di colore non gli avevano mai dato il culo; qualche volta ci aveva provato, facendo scivolare con non chalance il suo pene dalla parte sbagliata, ma non c’era mai stato verso: sberle, pugni, urla. Ora, però, quella ragazza scura era disposta a farsi sodomizzare per cento euro. Forse, si disse, era mulatta.

Trattò. La portò a sessanta. Lei montò in macchina mugugnando. Sapeva di vaniglia e sudore. Con un un’unghia finta e spezzata gli indicò una stradina che si perdeva in mezzo ai campi, sotto gli argini del Brenta. Si fermarono in una piazzola abbandonata; sotto un cancello divelto un cane acciambellato dormiva immobile – o forse era morto, e stava aspettando di trasformarsi nella sabbia chiara che lo circondava. Lei reclinò il sedile, e si sfilò i fuseaux. Non aveva le mutande. Lui si abbassò i pantaloni e le fece cenno di avvicinarsi. Le spinse la testa su e giù, tenendola saldamente per la nuca, per due minuti. Quando fu pronto, si mise il preservativo, le chiese di mettersi a pancia in giù sul suo sedile, e quindi le si mise sopra.

La penetrazione fu più complicata del previsto. Lei, evidentemente, non aveva una grande esperienza. Secondo lui, era sbagliata l’inclinazione con la quale lei gli offriva il suo buco. La spostò un po’ più su, poi un po’ più giù. Pesava poco, a muoverla. Lei lo guardava di sghembo, il viso rivolto a destra, la guancia un po’ butterata, l’occhio vigile, un orecchio circondato di ciondoli dorati; con le mani, allontanava tra loro le natiche gonfie e scure, ed era goffa come una ragazzina.

Quando lui riuscì a penetrarla, lei lanciò un urlo di dolore. Lui non si fermò, ma spinse più forte. Lei cercò di farlo uscire; lui la bloccò con il peso del suo corpo. Spinse il braccio destro all’altezza delle sue scapole, mentre con l’altra mano le teneva ferma la testa, per i capelli. Più lei si dimenava, più lui spingeva. Lottarono silenziosamente nello stretto spazio dell’abitacolo della macchina, per un minuto; infine, lei si arrese: smise di muoversi, e iniziò a piangere, sommessamente, come un vitellino. Il viso schiacciato sul sedile soffocava i singhiozzi. Lui lasciò un po’ la presa, per farla respirare meglio; continuò ad andare su e giù, dentro di lei, fino a quando eiaculò, con un colpo di tosse. Si tolse da lei, e tornò al posto di guida.

Il preservativo era sporco di sangue. La ragazza, ancora a pancia in giù sul sedile reclinato, continuava a piangere; si toccava con le mani dietro, poi si guardava le dita insanguinate, e chiudeva gli occhi, in una smorfia che mescolava paura, orrore, e qualcosa che non si capiva. Lui prese i fazzolettini che teneva nel cruscotto, e glieli porse. Sembrava che buttasse fuori parecchio sangue. Lei fece una specie di palla di carta, e se la infilò tra le natiche. Poco dopo, con un gesto gli chiese altri fazzoletti; rimanendo distesa, aprì la portiera e buttò fuori quelli vecchi – un grumo di carta insanguinata.

Non smetteva di singhiozzare, e quei singhiozzi avevano una dignità che a lui parve antichissima. Lui si sfilò il preservativo, lo annodò, aprì il finestrino dal suo lato e lo lanciò lontano. Si vedeva l’aria tremolare per il caldo; il cane era ancora immobile; la terra era gialla, arsa, ricoperta dagli scheletri secchi di altri preservativi. Era così, l’Africa?

Il desiderio si era spento miseramente, come se non gli fosse mai appartenuto; erano rimasti i grilli che frinivano con una frenesia senza senso, l’odore caldo di feci che veniva da dentro la macchina, il pianto della ragazza. C’era qualcosa in quella natura morta che li circondava, nel dolore che aveva provocato, nel piacere che aveva raggiunto con la forza, e che poi era sparito, c’era qualcosa che pareva andare oltre quel momento, quel luogo, quei loro corpi l’uno vicino all’altro, per caso; ma gli sfuggiva il senso, come una parola che non viene in mente, un ricordo dai contorni sbiaditi, un’amarezza senza motivo. Era il barlume di una comprensione profonda e misteriosa, che subito si spense.

Non c’erano più fazzoletti; si pulì le mani sporche di sangue con il panno di daino che il sabato mattina usava per asciugare i vetri della macchina, all’autolavaggio. Lei si rimise seduta; si infilò i fuseaux tenendo gli occhi bassi. Lui mise in moto la macchina e partì, facendo attenzione alle buche; lei guardava fuori, con il viso appoggiato sul vetro, e piagnucolava come un bambino: singhiozzi profondi, moccio al naso. La lasciò dal benzinaio dove l’aveva presa. Le diede dieci euro in più, come per scusarsi.

Mentre lui rimetteva in moto il motore, lei piegò i soldi e li infilò in una tasca della felpa; mentre si allontanava, lei si asciugava le lacrime con i dorsi delle mani – lui la guardava nello specchietto retrovisore, e gli sembrava di aver fatto qualcosa di male a qualcuno che non lo meritava.

Ma era già ora di pranzo. Pensò che gli sarebbe piaciuto avere dei figli da andare a trovare, la domenica – ma non ne aveva mai avuti. Trovò un McDonald, e ci si buttò dentro, a mangiare panini e patatine; poi, con la pancia piena, si sedette su una panchina davanti alla tangenziale, a guardare i camion passare, come un cane che, sotto il sole di una domenica d’estate, aspetta di diventare sabbia.

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